06 ottobre 2008

galina col pien


Par siè che magna

1 Galina ruspante bela grossa e ciciota;

1 salsicia magra de porzelo (1 eto e mezo)

2 eti de carne masenà de manzo;

2 eti de carne masenà de porzelo;

8 Sculieri de grana gratà;

2 ovi intieri;

Cuore, fegato e stomego dela galina (i se ciama figaini o revìdui)

2 Sculiarini de erbete fine masenà (timo, oraro, basalìco, ec.)

1 Zeola

1 Ganba se sèlino;

1 Carota;

ojo, pévaro e sale quanto che ghe ne serve.

Se fa cussì:

1. Sa curè la galina, no ste butare via i revìdui; sa la conprè pronta portè a casa anca i revidui.

2. Tridare fin assè i figaini o revidui, dopo verli lavà par ben ( al stomego bisogna tirarghe via la pelesina interna);

3. Smissiare ben tuto insieme la carne masenà, la salsicia (pelà e desfata), el grana, i ovi e i figadini tridà, justando de sale e de pévaro e zontando le erbete (va ben anca quele seche);

4. Ciapare la galina e inpenirghe el pantazo co tuto sto ben de dio e cusire ...el saco, par davanti e par de drio;

5. Ciapè na pignatona co aqua de bójo, tuffeghe drento la carota, la zeola e el sèlino e po' la galina, che la ga da stare larga!

6. Assè cusinare col quercio par almanco do ore o, comunque, fin che la carne la vien tènara;

7. A metà cotura justare de sale (co sale grosso);

8. Cavè dal fogo, tajè a tochi la pora bestiola e servì on toco de galina e na parte del pien;

9. I tochi de carne dela galina la vien za saoria par ben, ma se uno vole zontarghe gusto, i se condisse co na salseta verde o co del cren;

10. Bevì quel che ve piase, ma no massa...

11. Par el contorno va ben purè de patate o erbete de canpo cote;

12. El brodo che vanza va ben par la sera co do tajadelete fate in casa...

01 ottobre 2008

Da strapparsi il cuore


Un giovane, un bel giovane, stava in mezzo a una piazza gremita di persone e diceva di avere il cuore più bello del mondo. Tutti quanti glielo ammiravano, era davvero perfetto, senza alcun minimo difetto. Tutte quelle persone concordavano nell'ammettere che quello era proprio il cuore più bello che avessero mai visto in vita loro, e più lo dicevano più il giovane si vantava di quel suo cuore meraviglioso.
All'improvviso spuntò fuori dal nulla un vecchio, che emergendo dalla folla disse : "Beh, a dire il vero... il tuo cuore è molto meno bello del mio."
Quando lo mostrò, aveva puntati addosso gli occhi di tutti; Ha!, quel cuore batteva forte, era potente ma era ricoperto di cicatrici.
C'erano zone dalle quali erano stati asportati dei pezzi e rimpiazzati con altri, ma non combaciavano bene, così il cuore risultava tutto bitorzoluto ed era anche pieno di grossi buchi dove mancavano interi pezzi. Così tutti quanti osservavano il vecchio colmi di perplessità, domandandosi come potesse affermare che il suo cuore fosse il più bello. Il giovane guardò com'era ridotto quel vecchio e scoppiò a ridere: "Stai scherzando !", disse. "Confronta il tuo cuore col mio, il mio è perfetto, mentre il tuo è un rattoppo di ferite e lacrime." "E' vero !", ammise il vecchio.
"Il tuo ha un aspetto assolutamente perfetto, ma non farei mai cambio col mio. Vedi, nel mio ciascuna ferita rappresenta una persona alla quale ho donato il mio amore, alla quale ho dato un pezzo del mio cuore, e spesso, ne ho ricevuto in cambio un pezzo del loro a colmare il vuoto lasciato nel mio cuore. Ma certo ciò che dai non è mai esattamente uguale a ciò che ricevi e così ho qualche bitorzolo, a cui però sono affezionato, ciascuno mi ricorda l'amore che ho condiviso. Altre volte invece ho dato via pezzi del mio cuore a persone che non mi hanno corrisposto e questo ti spiega le voragini.
Amare è rischioso ma per quanto dolorose siano queste voragini che rimangono aperte nel mio cuore, mi ricordano sempre l'amore che ho provato anche per queste persone... e chissà ? Forse un giorno ritorneranno e magari colmeranno lo spazio che ho riservato per loro. Comprendi adesso che cosa sia il vero amore ?"
Il giovane era rimasto senza parole e lacrime copiose gli rigavano il volto. Allora prese un pezzo del proprio cuore, andò incontro al vecchio, e gliel'offrì con le mani che gli tremavano. Il vecchio lo accettò, lo mise nel suo cuore, poi ne prese un pezzo rattoppato e con esso colmò la ferita rimasta aperta nel cuore del giovane. Ci entrava ma non combaciava perfettamente, faceva un piccolo bitorzolo. Poi il vecchio aggiunse:
Se il musicista dicesse che non è la nota musicale che fa la musica...non ci sarebbero le sinfonie….
Se lo scrittore dicesse che non è una parola che può fare uno scritto..non ci sarebbero i libri….
Se l'uomo dicesse che non è un gesto d'amore che può rendere felici e cambiare il destino...non ci sarebbero mai speranza né felicità per gli uomini.
Dopo aver ascoltato, il giovane guardò il suo cuore, che non era più "il cuore più bello del mondo", eppure lo trovava più meraviglioso che mai, perché aveva scoperto dentro di sé un nuovo sentimento.

29 settembre 2008

Ricordi di. . . cucina



La cucina contadina o la “cucina del focolare domestico”, era ricca di sapori naturali, dove le nonne o le mamme dedicavano quasi tutta la giornata a preparare il cibo per tutta la famiglia (a quei tempi, la famiglia era molto numerosa). La giornata, per la donna, iniziava la mattina molto presto con la prima colazione: caffè “nero” (orzo) per gli uomini e caffelatte per i bambini che andavano a scuola. Poi c’erano gli animali da accudire (pollame, maiali) e da preparare qualcosa per il pranzo di mezzogiorno. La pasta veniva fatta in casa e un buon piatto di pasta e fagioli, cotto sulla stufa a legna, saziava la numerosa famiglia. Il secondo, nella cucina contadina era, invece, rappresentato dal “pane quotidiano”, cioè la polenta, che non mancava mai, accompagnata da un bicchiere di clinto. Polenta “infasolà”, salame, cotechino e fagioli schiacciati, alla sera si mangiavano uova condite e pancetta sulla “gradela”.. Gusti che andavano ad esaltare il poco sapore della polenta, durante la settimana erano scarse le varianti; i piatti si ripetevano, ma tutto sommato si trattava di una mensa da benestanti. Scarsa la quantità, ripetitivo il menù, ma estremamente gustoso. La domenica, dopo la messa, era festa grande, perché c’era il risotto con i “figadini”, fatto con il brodo buono, di carne ricavata dagli animali del cortile. Avere un buon pollaio era segno di ricchezza: oche, anatre, tacchini, polli, galline e il “signor maiale” assicuravano il sostentamento e la forza per il lavoro dei campi, da un anno all’altro, la sera del sabato la donna tirava il collo al “ruspante”, attorniata dalla curiosità dei bambini. Poi veniva attaccato alla finestra di casa, come un trofeo da far vedere ai vicini. La tavola imbandita della festa era arricchita da “purè” e dall’immancabile “buzzolà” fatto in casa e cotto nel forno della stufa o sotto il “testo”. C’erano poi le feste della tradizione, legate alla sagra del paese o ad alcune ricorrenze. Tutte avevano la loro caratteristica; la cucina si arricchiva di quel prodotto di stagione o si tagliava “la bondola”, messa da parte per tanti mesi, in attesa della festa giusta, magari con tanto di invitati o con qualche ospite d’eccezione. Per queste occasioni le donne cominciavano i preparativi anche 15 giorni prima: preparavano i “biscottini” che venivano cotti al forno a legna da “Sciavina” o da “Fiaca”. Per S.Andrea, con l’uccisione del “porzelo” si facevano i salami e i “salamini” per i bambini e perché non litigassero, ognuno aveva il suo, più grande o più piccolo, secondo l’età. La “brasola” per il dottore, per il parroco e per le suore era assicurata, anche dalle famiglie più povere.Il resto serviva per fare i salami, quelli grossi, che sarebbero stati tagliati durante la mietitura, mentre quelli piccoli venivano “impitarà” per la conservazione, non essendoci frigo o freezer. La vigilia di Natale, giorno di astinenza e digiuno, era gratificato da un piatto quantomai saporito: “polenta e bacalà”, “bogoni”, “renga” o “sardelon”. Anche qui non poteva mancare la polenta e clinto, quasi a volontà. Oggi il clinto è una rarità, ma, allora, veniva vendemmiato a settembre, lo si “folava” mentre tutta la corte, soprattutto i bambini, erano in festa. Il primo mosto veniva raccolto con la ramina per fare i “siguli”, aggiungendo fiore e farina di granoturco. Erano tutte occasioni di grande divertimento: ci si raccontavano storie attorno al camino, o seduti su sacchi di frumento o di granoturco, fuori, nelle notti d’estate. Oggi invece la gente quasi non si conosce, e se si conosce non si parla e la vita è molto frenetica, così anche la cucina non rappresenta più un momento di cultura e di vita comune, ma sempre più si mangia da soli, a tutte le ore. Solo, dove ci sono persone anziane o nelle piccole comunità, dove i cambiamenti sono più lenti, si possono ancora gustare i sapori di una volta

22 settembre 2008

Uno yankee in cantina



Chi non ha mai sentito parlare del Clinton (non quello che fu presidente degli stati uniti), dell'Uva fragola o del vino Fragolino? Per molti, soprattutto se residenti nel Nord-Italia, l'aroma particolare dell'Uva americana evoca ricordi di fine estate, sapori di orti e giardini famigliari, dove non ne mancava mai qualche vite allevata a pergola, a estivo. Erano rustiche e davano questi vini che però avevano il ben noto sapore volpino e che risultavano inoltre scarsamente alcolici, poco stabili nel colore, talora più ricchi di alcol metilico. I primi ad essere utilizzati, i peggiori dal punto di vista della qualità, erano sovente ibridi naturali, derivati cioè da incroci spontanei: il Clinton da Vitis Labrusca x Vitis vinifera, l'Uva fragola che tutti conoscono, o Isabella, da un semenzale dello stesso incrocio allevato e propagato da Isabelle Gibbs. Ma quale consumo viene fatto di questi vini, che sono fortemente aromatici e non facilmente abbinabili? La risposta è: sono i tipici protagonisti della "merenda delle cinque" e vengono accompagnati solitamente con il cosiddetto "Pan Biscotto", una pagnotta di pane passata in forno per lungo tempo e che viene sbriciolata e inzuppata nel vino. Il Pan Biscotto una volta si faceva in casa, perché si metteva il pane ormai non più buono da mangiare nella stufa che serviva per iscaldamento domestico, e questo si tostava lentamente; ora sarebbe poco conveniente farlo nel forno delle nostre cucine e perciò lo si trova già fatto nei panifici. Assaggiamo per primo il Clintòn, ottenuto da uve omonime. Il colore è rubino piuttosto carico con sfumature violacee; nei profumi, dolci, domina la fragola, ma sono presenti anche spiccati toni vegetali, e nel sottofondo accenni di frutta di bosco nera,In bocca il vino è molto diverso: è di corpo medio ed è dominato da note asprigne. Sul Fragolino c'è subito un equivoco da dissipare: non è lo stesso Fragolino, abbastanza diffuso, che si trova imbottigliato e che è un vino aromatizzato al gusto di fragola. Questo è l'autentico, ottenuto da uva fragola, ed alla rimozione del tappo ci riserva una sorpresa: un'autentica fontana si sprigiona dalla bottiglia. Il vino è infatti effervescente, e spuma se è stato mosso durante il trasporto.

Si presenta di colore rubino non troppo carico, un po' opaco; al naso è dominato da profumi di fragola matura che inizialmente sono sporcati da note sulfuree. Dopo qualche minuto la situazione migliora, e in bocca si esprime dolce, rotondo, molto godibile, una rara delizia per il palato di pochi, vista la difficile reperibilità della stupenda bevanda proibita.

20 settembre 2008

Isabella dal sapore di fragola


In tempo di vendemmia , fra le molte varietà di uve che si raccolgono si può includere anche un’uva particolare, inconfondibile sia per le caratteristiche vegetative, sia per il sapore piuttosto insolito. Si tratta dell’uva americana ,chiamata dai vivaisti Isabella conosciuta anche come uva fragola o fraga , la più diffusa vite ibrida “americana” presente,quasi sempre in pochi esemplari,in molti orti, cortili e giardini. L'uva fragola (detta anche Uva americana, Isabella, Raisin de Cassis) è la più antica "vite americana" introdotta in Europa ben prima che sorgesse il problema della fillossera ed ascrivibile alla specie linneana Vitis Labrusca (ma per alcuni potrebbe essere un ibrido americano tra la V. labrusca e la Vitis vinifera). In Francia si hanno le sue prime notizie nel 1820 e in Italia nel 1825. È un vitigno poco resistente alla fillossera ed alla peronospora, ma resiste bene al freddo, il che spiega la sua diffusione nelle vallate alpine. Il vino che se ne produce, detto fragolino, ha un particolare aroma di fragola che i francesi chiamano framboisier o cassis e gli anglosassoni foxy (volpino). Questo aroma in passato non è stato molto apprezzato, ma ora il fragolino sta trovando sempre più estimatori. Alla fine dell'800 imperversavano in Europa la peronospora e l'oidio, che misero in ginocchio la viticoltura europea già malmessa dalla fillossera. In queste condizioni i genetisti di allora non trovarono di meglio che produrre ibridi tra la vite europea (Vitis vinifera) e le altre specie di viti presenti nel mondo, tra cui quelle americane, in gran parte naturalmente resistenti ai temuti patogeni. Tanto più che queste già venivano utilizzate come portinnesti per difendere gli impianti dalla fillossera. Si parlò così di Vite ideale, ovvero di una vite che unisse le qualità organolettiche della vite vinifera e sue cultivar (Sangiovese, Merlot, Cabernet, Sauvignon, Chardonnay ecc.) alla resistenza alle malattie della vite americana. Già, perché la vite americana di per se non ha eccellenti attitudini alla vinificazione e i vini da lei derivati hanno quasi tutti il caratteristico odore-sapore di Foxy, altrimenti detto volpino, che li rende caratteristici ma anche qualitativamente scadenti. Gli ibridi che ne derivarono mantennero questo odore caratteristico e, nonostante gli sforzi dei genetisti, la qualità organolettica non poté essere migliorata senza perdere le caratteristiche di resistenza alla fillossera e ad altre malattie fungine. L'allarme fu però grande tra gli estimatori del vino, perché queste viti di bassa qualità si diffondevano velocemente. Il legislatore, che aveva a cuore la qualità, corse ai ripari. Negli anni 30 vennero adottate severe misure legislative per proibirne la coltivazione. Anche l'uso familiare non è molto consigliabile, dato che la fermentazione di questi ibridi produttori dà origine a vini con contenuti in alcool metilico (metanolo) superiori alla media dei vini derivati da vitis vinifera. Per quanto riguarda infine le tecniche di vinificazione, la produzione del vino fragolino non è differente dalle altre, con l'avvertenza di una accurata diraspatura, che consente di togliere un'ulteriore fonte di gruppi metilici derivanti dalle pectine dei raspi. Chi comunque volesse produrre vino fragolino sappia che esso non è commerciabile in nessuna forma e che esistono metodi analitici testati per riconoscerlo anche se mischiato a vino di vitis vinifera. Questa varietà di vite – alla quale appartengono anche molti altri ibridi diretti, pure importati dall’America e ottenuti per mezzo di ibridazione artificiale - si coltiva soprattutto in piccoli vigneti per il consumo fresco: l’uva che se ne ottiene ha un gusto inconfondibile (di fragola, appunto) che riesce quasi sempre gradito. Tuttavia, la si può coltivare anche come uva da vino per ottenere il famoso fragolino, molto aromatico e dal sapore dolce amabile. Questo vino va destinato esclusivamente al consumo famigliare perché le attuali normative nazionali e della Cee ne vietano produzione e commercio al di fuori dell’autoconsumo. Il vitigno americano, a differenza della maggior parte di quelli europei che sono derivati dalla Vitis vinifera, trae le sue origini dalla Vitis labrusca del Nord America.

18 settembre 2008

Quei vecchi filari


“Il tempo si comporta sempre da galant’uomo, passa senza guardare in faccia a nessuno e non fà differenze”, questo sentivo dire dagli anziani . Con il passare degli anni andando avanti con l'età, molte cose si scordano, ma se si ritorna giovanetti, in un mese d’estate, di un anno qualunque di quelli, è possibile vedere il filare di uva clinto, che si snodava perfettamente dritto seguendo l’orlo della scarpata, che andava a morire al margine della muraglia a secco. Questa, sosteneva lo sbalzo fra la strada principale e la proprietà, il filare correva attiguo alla capitagna, che segnava il limite della terra coltivabile. Di tanto in tanto, ad intervalli regolari, vi erano messi a dimora degli ontani o dei gelsi, che sostenevano i fili di ferro, che, a loro volta, reggevano i tralci delle viti. Se lasciate crescere spontaneamente, si sarebbero sviluppate appoggiandosi al terreno perché il loro fusto non ha consistenza sufficiente per svilupparsi in modo eretto. Fusto e tralci delle viti erano legati, con dei più o meno sottili rametti elastici di salice selvatico, al filo di ferro ben teso fra albero e albero e, fino a quando essi non marcivano, mai erano sostituiti. Per far rimanere il filo di ferro sempre ben teso fra un sostegno e l’altro e in linea retta, si cominciava, in un primo momento, tendendolo e, dopo, venivano messi solitamente a metà due paletti incrociati per tenderlo al massimo che venivano ruotati nel verso giusto.

Quando il filo di ferro arrivava alla tensione voluta, si bloccava uno dei due paletti con un rametto di salice allo stesso filo di ferro, così fissato non si sarebbe srotolato. La strada interna era larga quanto bastava per far transitare , il carro a due ruote, il carro grande ed altri macchinari, che servivano per lavorare la terra. La strada aveva due solchi nei quali non attecchiva un sol filo di erba perché era continuamente schiacciata dai cerchioni di ferro delle ruote dei carri, che vi passavano sopra. La parte del terreno, che andava verso il basso e che formava la scarpata messa nella parte destra, dirigendosi in fuori rispetto alla casa, non era mai lavorata né con il badile, né con il piccone. La si lasciava allo stato incolto lasciandovi crescere spontaneamente la gramigna, che sottoterra è tutta radici fittissime e avrebbe saldamente fissato il terreno. Gli uomini falciavano l’erba in questa lingua di terra in forte pendenza, e dovevano far doppia fatica: una per il falciare faticoso ed una per farcela a tenersi eretti. La parte dei campi interna alla strada, quella che si apriva verso l’alto, era erpicata, seminata, zappata ed era separata da un piccolo fossato, che avrebbe guidato l’acqua piovana in eccedenza verso il punto adattato allo scolo e defluire senza rovinare i campi, la strada campestre e la stessa scarpata. In quei tempi passati, quando si presentavano tanti problemi, che oggi non esistono più, era premura di tutti i contadini di coltivare, oltre ai filari di uva che fruttava di più per ricavarne del vino, anche qualche vitigno di uva clinton. A quei tempi le difficoltà per la campagna erano molte e, oltre alle malattie provocate da batteri, potevano aggiungersi: gelate, eccessiva pioggia, grandinate, siccità e altre calamità. Per le viti di uva clinton non serviva né verderame né zolfo. In fin dei conti, coltivare questo tipo di viti sarebbe costato meno fatica ed il raccolto era sicuro, ma i grappoli erano minuti e i grani radi e, così, si sarebbe potuto raccogliere poca uva da pigiare. L’uva clinton, era indenne dai batteri, se le altre viti fossero state intaccate dalla fillossera, avrebbe ovviato alla penuria di vino quel poco di clinton, che si era vendemmiato. Non avendo bisogno di alcuna cura, era uso mettere a dimora anche una sola vite qua e là, nei posti più isolati. Bastava conficcare un palo in terra o sistemare una lunga pertica fra due alberi e legare fusto e tralci. Per la raccolta dei pochi grappoli di queste viti isolate, si andava o con una cesta portata a mano, che era confezionata con sottili rami di salice selvatico oppure portare con l’arconcello due ceste appese ai suoi ganci. L’unico attrezzo indispensabile era la forbice da potatura o un piccolo coltello.

14 settembre 2008

Punto croce


Un luogo così magico, come era quel paese, cresceva la sua gente con cura donando loro, con generosità, quelle doti e quelle caratteristiche di unicità, senza fare distinzione alcuna tra i sessi. Fin da bambini si respirava l’aria speciale di quel luogo e lo facevano, allo stesso modo, sia i maschi che la femmine, in piena parità perché, già da allora esisteva quella che oggi è per tutti la “par condicio”. I maschietti erano, al tempo della beata incoscienza negli anni della scuola elementare, degli scatenati piccoli mascalzoni e avevano un’idea sull’esistenza delle bambine ancora molto vaga. I maschi, verso l’altra metà del cielo, nutrivano decisamente poca considerazione, poiché il loro interesse era rivolto solo ed unicamente verso ciò che era o gravitava attorno al “genere maschile”. Esistevano però dei punti di contatto, certo non voluti e a volte subiti, ma l’esistenza di sorelline o bambine vicine di casa portava ineluttabilmente ad intrattenere,prima o poi, rapporti con le femmine. Il destino volle che,chi più chi meno, non rimanesse indenne da tal fenomeno, pertanto ti ritrovavi a frequentare parchi e cortili nei quali sostavano per gran parte della giornata assembramenti di chiassose femminucce. Se inizialmente, nonostante il fragoroso chiacchiericcio che producevano, non riuscivano a richiamare la tua attenzione verso la sola loro esistenza, col tempo cominciavi, poco alla volta, a vederle, poi a sentirle, per arrivare (nemmeno in tanto tempo) a guardarle e ad ascoltarle. A quel punto, come è destino per i maschi (e la vita poi lo confermerà in diverse altre occasioni), senza rendersene conto capitoli e cominciavi ad interessarti a quello che facevano le femmine, chiaramente inteso, a quel tempo, come giochi ed attività ludiche in genere. Le schiamazzanti rappresentanti delle classi femminili presenti in quel posto erano, al tempo, esperte ed appassionate del "punto croce", ora voi vi chiederete che cosa fosse il "punto croce"?
Beh! A dire il vero non lo sapevano bene neppure loro e, con il passare degli anni, passando la
moda del "punto croce", non ho più potuto, né voluto approfondire la mia conoscenza in materia.
Ricordo che passavano interi pomeriggi a cercare di infilare, con uno speciale ago, fili di cotone colorato nella trama di un pesante tessuto.
Ad onore del vero, il pesante tessuto assomigliava molto di più ad una rete da pesca a maglie molto fitte, e le smorfiose chine nel lavorarlo sembravano quei pescatori che tutti hanno avuto occasione di vedere, seduti sul ciglio di un porto a riparare le loro dopo la pesca.
In sostanza la cosa funzionava così: alle bambine di quell’età, allora, venivano di solito regalate stuoie che da un lato riportavano disegni colorati e le ricamatrici in erba, utilizzando fili di cotone dei colori più rassomiglianti possibile alle aree colorate del disegno, tessevano nodi passando da una parte all’altra della stuoia, fino a ricoprire completamente un lato della tela. Alla fine il risultato era un arazzo raffigurante le cose più disparate, dove i colori erano i fili di cotone tessuti intensamente col famoso metodo detto per l’appunto del “ punto croce”.
Con il passare del tempo sono arrivato alla conclusione che Il " punto croce" altro non fosse se non un espediente delle mamme che, tenendo le figlie fortemente impegnate in un’attività condivisibile solo con altre femminucce, serviva sostanzialmente a far loro evitare o ritardare il più possibile la frequentazione dei maschietti, quasi una forma di profilassi preventiva. Dall’altra parte, quella dei maschietti, esisteva una naturale diffidenza nei confronti delle bambine che aumentava fino al punto di tenersele ben distanti quando le stesse si cimentavano in quei loro giochi, che tanto poco avevano del gioco e tanto più dell'imitazione di mamme e signore in generale. Così andava allora in quel cortile e dalle mani delle piccole ricamatrici, dopo settimane passate sopra alle trame colorate, uscivano alla fine i lavori finiti con risultati più o meno buoni ma, in ogni caso, non di quell’eccezionalità che ci si aspettava, visto l'impegno profuso ed il tempo impiegato a scapito d’altri giochi o passatempi più normali. In paese molti di quei lavori potevano essere ammirati, oltre che nelle case dei genitori delle tizie da ricamo, nel negozio del corniciaio dove erano portati per essere trasformati in quadri da genitori, tanto orgogliosi quanto poco critici, che credevano di avere in casa una grande artista in erba. Travolte dalle vicissitudini di avversi destini le opere, che inizialmente trovavano posto nella migliore parete della stanza più importante della casa, con il passare del tempo e per effetto di un’osservazione più critica, venivano spostate in pareti ed in stanze che meglio si prestavano a valorizzarle fino ad arrivare, passo dopo passo ma inesorabilmente, a trovare posto in cantine soffitte o ripostigli, definitivamente nascoste e dimenticate. Poche sono le opere salvate ed arrivate a noi, oggi, poche campeggiano ancora su pareti più o meno nascoste. Da lì avvertono le nuove generazioni di bambine di quanto sia più importante ricordarsi di un sano nascondino, o un’innocente mosca cieca insieme ai maschietti, che cercare di dimenticare il tempo irrimediabilmente perso in un inutile " punto croce".

Scampata alla catastrofe



La vite - la pianta che produce l'uva - appartiene alla famiglia botanica delle Vitacee, e fra le decine di membri appartenenti a questa famiglia, il genere vitis è quello di principale importanza per la produzione di vino. Il più importante fra questi è la vitis vinifera - da cui proviene oltre il 99% del vino prodotto in tutto il mondo.

Si stima che il numero di varietà di vitis vinifera conosciute in tutto il mondo sia dell'ordine di qualche migliaio.

La vitis vinifera - nonostante sia il genere più importante e diffuso - non è l'unica specie utilizzata per la produzione di vino.

.Le altre specie più diffuse e adatte per la produzione di vino - seppure con risultati ben diversi da quelli della vitis vinifera - sono la vitis labrusca, la vitis riparia e la vitis rotundifolia, tutte originarie nel continente Americano.

Queste specie assumono comunque un'importanza strategica e fondamentale per la produzione di vino in quanto sono, contrariamente alla vitis vinifera, resistenti agli attacchi della temibile fillossera.

Per questa ragione le piante di vitis vinifera sono innestate su ceppi radicali di specie Americane - in particolare la vitis riparia - in modo da contrastare i devastanti effetti di questo parassita.

Non era perciò raro che venissero provati gli impianti di viti provenienti da altre parti del mondo, in particolare dagli Stati Uniti d'America.

Alla fine del diciannovesimo secolo, la vite da vino ha rasentato la definitiva estinzione a causa di un piccolissimo acaro, la fillossera, che devastò i filari in quasi ogni parte del mondo. La cronaca di quella terribile epidemia e la lotta per salvare la vite meriterebbero la penna di un romanziere.

Ci limiteremo a riassumerla per sommi capi, senza però dimenticare l'ingegno umano che trovò la soluzione consentendoci di continuare a degustare il vino.

Per comprendere da dove ebbe origine questo terribile avvenimento che tanto costò ai viticultori di allora, va ricordato come la coltivazione della vite fosse in Francia regolamentata da leggi di tutela già dalla seconda metà del '700.

Già da allora con estrema professionalità, si sperimentavano coltivazioni di nuovi vitigni, sempre alla ricerca di nuovi metodi che garantissero il primato dei "premiere cru" d'oltralpe.

Dopo il 1850, con l'avvento delle prime navi a vapore, il tempo di viaggio tra le coste statunitensi e quelle francesi si ridusse drasticamente: da oltre tre settimane a circa dieci giorni ! E fu così che, con ogni probabilità, alcune piante di vite infestate dalla fillossera, che da sempre viveva solo in America, giunsero in Francia con gli indesiderati parassiti ancora vivi.

La fillossera, non ancora individuata come un acaro parassita, era conosciuta negli Stati Uniti, come una malattia della vite americana che attaccava le foglie, danneggiando la pianta ma, come spesso fanno i parassiti che devono la loro alla sopravvivenza della pianta che li ospita, senza ucciderla.

La vite era stata coltivata con grande soddisfazione in tutta l'Europa, sino alla meta del 1800, fu in quel periodo che la Philloxera vastratix "sbarcò" nel vecchio continente, proveniente dall'america del nord.

I primi ad accorgersi delle devastazioni che l'insetto era in grado di provocare alla vite europea furono i francesi intorno al 1860. In Italia la fillossera giunse 20 anni dopo, e anche quì si propagò rapidamente.Gli sforzi profusi nella lotta di questo insetto furono per lunghi anni vani e, ad un certo punto, si pensò che la fillossera, che attacca le radici della vite europea e le fa marcire, avrebbe finito con il portare all'estinzione della vite autoctona.

I contadini e gli Agronomi resistevano con tutto quello che la scienza di allora permetteva di fare: pericolosissime fumifìgazioni, iniezioni nel terreno di sostanze chimiche, si rallentò l'avanzata del morbo, ma non fu fermato; poi gli studi di Pasteur sull'infinitamente piccolo e l'uso scientifico del microscopio consentirono di individuare la causa: la fillossera che, sulla vitis vinifera si comportava in maniera diversa che sulla vite americana. Mentre sulla seconda l'attacco era alle foglie, sulla nostra vite, ben più pericolosamente, la fillossera scavava gallerie nelle radici per deporre le uova; la vite reagiva producendo dei noduli o galle e, sentendoli come corpi estranei poi li rigettava, procurandosi la morte per mancanza di radici.
Fu uno studioso, Gaston Bazille che, con lucido ingegno dettò la soluzione: visto che la fillossera attaccava le radici della vitis vinifera, ma non la pianta, mentre nella vite americana attaccava le foglie ma non le radici, "si innestino le viti sulle radici della vite americana". E così fu provato e la vite riprese a crescere rigogliosa !
Quando bevete un bicchiere di buon vino, talvolta rivolgete quindi un pensiero riconoscente a Monsieur Bazille, che sicuramente riposa nel Paradiso dei benefattori dell'Umanità, ma anche ai contadini che per ogni vite piantata, da più di un secolo, procedono pazientemente agli innesti sulle barbatelle di vite per consentirci, dopo qualche anno, di degustare il prodotto del loro duro lavoro.





06 settembre 2008

Figà a la venexiana


Par quatro de boca bona

8 eti de fegato de vedelo, a fete alte on zentimetro;
do bele zeole;
ojo stravergine de oliva;
na paela bela larga;

Se fa cussì:

1.Fare el desfrito, in’te sto caso, xe el 90 par zento dela riceta
2.So l’ojo, la zeola tajà fina la ga da ziaparse pian pianelo, fin a deventare squasi trasparente: jutarà on par de sculieri de vin bianco seco, a metà;
3.A desfrito fato, butare so la tecia el fegato tajà a fetele grosse du dii par du dii;
.4.Smissiare con on sculiero de legno, assando che el fegato el se rosola apena tuto torno: no’l ga da sfritegare !
5.Cavare dal fogo e servire de bojo;
6.Le boche fine lo compagna co arquante fete de polenta, bianca o zala, al gusto. No se magna altro.
7.Na graspeta jutarìa a tegnere zo ...le zeole.

05 settembre 2008

De gustibus . . .


Il piccolo frutto della pianta della vite è l'elemento fondamentale da cui inizia la grande avventura della produzione di vino, piccole bacche colorate dal cui succo nascono infiniti stili di vini. Non esistono testimonianze certe e attendibili sull'esatto modo in cui si è giunti alla scoperta del vino, e soprattutto, sulla scoperta degli eventi che da un piccolo chicco d'uva, ricco di dolce succo, portava alla produzione di una bevanda molto diversa dalla materia di origine.

Le diverse culture dei paesi in cui si produce storicamente il vino, fanno risalire la scoperta della bevanda di Bacco alle gentili concessioni fatte da benevoli dei al genere umano sia per la loro gioia sia per il loro sostentamento. Indipendentemente dalle reali origini di questa millenaria bevanda, mitologiche oppure frutto di semplici e rivoluzionari eventi naturali, o ancora dal risultato della fortuita incuria riservata al succo d'uva che con il tempo si trasformava per effetto della fermentazione.Il vino ha sempre avuto un posto di rilievo nelle culture dei popoli in cui era presente.E pensare che tutto ha origine da una “modesta” e certamente tenace pianta - la vite - i cui frutti, disposti in colorati grappoli, sono ricchi di un succo dolce e opportunamente acido capace di offrire, dopo una serie di straordinarie modificazioni chimiche, una bevanda di assoluto pregio e rilievo.

Il vino che non rimane mai immobile ma evolve continuamente, la sua evoluzione può essere notata tramite il suo colore, il sapore ed il suo profumo.

Ogni vino attraversa diverse fasi: acerbo, giovane, pronto, invecchiato e vecchio. Insomma ogni vino possiede un preciso ciclo vitale, che può durare qualche mese, ma può giungere sino a qualche decennio.

Se ci soffermiamo ad analizzare il colore possiamo dire che ad una colorazione corrisponde una determinata caratteristica gustativa.

Nei vini bianchi la colorazione deve essere giallo paglierino (ci sono varie sfumature dello stesso). Non è accettabile infatti un vino molto chiaro (povero), nè un vino bianco ambrato (vecchio, tannico, ossidato).

Per i vini rossi la scala cromatica và dal porpora, al rubino, al granato o aranciato (con sfumature intermedie).

In genere il porpora (pensate ai Cardinali) è il colore di un vino giovane, man mano che il vino invecchia perde parte del rosso per acquistare più color mattone, naturalmente se un vino giovane è color mattone significa che il vino non è buono.

Un esempio per capire meglio : un lambrusco essendo un vino giovane deve essere rosso rubino, un cabernet (3 0 4 anni) deve avere un colore rubino con riflessi granati o rubino granato, un barolo essendo un vino di quasi un decennio sarà rosso granato etc. A tutto ciò si sommano poi gli aromi ed i sapori ( profumi che ricordano la vaniglia) che vengono donati al vino dall'invecchiamento in botti di rovere (per il rosso). Nell'invecchiamento del vino diminuisce l'acidità totale (ciò è dovuto ad un tipo di fermentazione effettuata da batteri lattici che viene chiamata fermentazione malolattica). Questo tipo di fermentazione consiste nel trasformare l'acido malico in acido lattico ed anidride carbonica.

Grazie a questa fermentazione il vino sarà più morbido rotondo ed armonico, tale processo avviene spontaneamente in primavera in seguito ad un aumento termico per via di batteri che si mettono in azione (mentre ciò è gradito per i vini rossi e da evitare nei i vini bianchi che possiedono già buona morbidezza).

Quindi non berrete quasi mai vini nell'anno in cui sono state raccolte le uve, il vino ha infatti bisogno di mesi per essere pronto, eccezion fatta per i vini novelli che in poco più di un mese sono in commercio
Dei gusti non si discute, è ben noto; Confessiamo, però, di gradire di gran lunga la semplice, buona abitudine di spiluccare un bel grappolo d'uva.

02 agosto 2008

"The city of the bikes" patrimonio dell'umanità



"Per per si va ne la città dolente,

per me si va ne l’etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;

fecemi la divina podestate,

la somma sapïenza e ’l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create

se non etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate".

Queste parole di colore oscuro

vid’ïo scritte al sommo di una porta;

per ch’io: "Maestro, il senso lor m’è duro".

Ed elli a me, come persona accorta:

"Qui si convien lasciare ogne sospetto;

ogne viltà convien che qui sia morta.

Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto

che tu vedrai le genti dolorose

c’hanno perduto il ben de l’intelletto".

"Gateau" à la Viçentien

Ocore prima de tute che serche' de vedare qualo ch'el ze' quelo pi' in carne, sperando de intivarghene uni che nol gai supera' i do ani de eta' .Na bona matina toli' su el s-ciopo e ve' fora bonora. Mejo de tuto saria ch'el di prima gavesse fato na bela nevega' da quela che resta par tera quindase di'. Apena ca ocie' el "gateau" in parola fe finta de gnan vedarlo; scondive de drio on canton, carghe' el s-ciopo e fe quelo che gavi da fare. Na volta riva' casa sare' ben el cancelo, ne' in te l'orto e piche' su s'on palo el "gateau", verzighe la pansa e tireghe fora tute lebuele teghendo da parte el figa'. Tajeghe via la testa e deghela al can. Scave' desso na busa ne la neve, metive rento el "gateau" e po coersila da novo. Ve' in casa, meti' in giassara el figa' del "gateau" in na scudela e ve' in seciaro a lavarve le man fa Ponsio Pilato e po da l'osto a bevarve un goto. Al sabo ve confessarve e la domenega a tore la Comunion! Lasse' el "gateau" soto la neve par oto giorni, stasendo sempre tenti ch'el sia ben coerto e ch'el can resta liga' a caena.Dodase ore prima de metarlo su in tecia tirelo fora da la busa e ch'ol ze' deventa' tenaro, pelelo e lavelo puito, lassandolo po' taca' a sgiossarse. Felo a tochiti e metili in ona piana co na siola, na carota, na gamba de seino, on spigolo o do de ajo, el tuto trita', treghe rento anca do foje de doraro qualche gran de pevare e quatro-sinque de denevre, on spisigon de droghe e quanto sale ch'el basta. Neghelo de vin bianco pitosto seco e desso metilo in te la moscarola in caneva a marinarse par tuta la note. La matina scole' i tochi de carne dal vin, sugheli puito e feli rosolare in on'antian co'n poco de ojo. Co' i ga' ciapa' a colore caveli via da l'onto e vode' fora quelo che ze resta', peste' fina na siola, on pugneto de parsimolo e on spigolo de ajo, po meti' tuto ne l'antian co' na s-cianta de buro e ojo zontandoghe dele fojete de salvia e on rameto de rosmarin. Lasse' sfritegare e po meti' rento i tochi de "gateau". Dopo diese minuti buteghe insima anca quatro-sinque pomodori pela' pena verti, o se no on poca de conserva. missie' col guciaro de legno, zonteghe on biciere de vin bianco e uno de rosso. Metighe su el coercio e fe' cusinare par on'ora e mesa / do', bagnando con del brodo se se suga massa. A la fine unighe el figa' trita', meti' i tochi de "gateau" col so pocieto sol piato e porteli in tola compagnandoli co' la polenta calda. Disighe ch'el ze conejo nostran, sleva' a erba e farinasso e vedari' che rassa de figuron che fari'.

28 luglio 2008

"Andavo come Coppi"

-Buongiorno signor Parroco l’aspettavo da giorni per la benedizione della casa e quasi cominciavo a pensare che quest’anno mi toccava restare senza-.
-Cosa vuoi mai Adalgisa con tutti gli anni che ho messo assieme,faccio fatica a correre dappertutto,non sono più svelto come una volta-.
-Cosa dice signor Parroco lei non invecchia mai,sono tanti anni ormai che la vedo sempre così-.
-Ah bene!Ti ringrazio cara!sarebbe a dire che,se mi vedi da tanto tempo sempre così è perché ormai sono arrivato in cima alla vecchiaia,allora posso sperare,se il Signore non mi vuole con Lui prima,di cominciare a tornare indietro,chissà che non arrivi al punto di entrare in parrocchia non come prete ma come catechista-.
-Mi scusi signor Parroco non volevo dire che per me Lei è sempre stato vecchio,ma che è sempre uguale,sempre lo stesso come se il tempo per Lei non passasse-.
-Sì,sì,mettila pur così,tanto la realtà resta quella che è,e la vita va come deve andare, a Dio piacendo. Dai su,che facciamo meno chiacchiere che voi donne siete tutte così,vi lamentate quando non arrivo e poi mi fate perdere del tempo a parlare-.
-Si accomodi pure signor Parroco Le posso offrire qualche cosa?posso esserle di aiuto-?
-Eh!cara Adalgisa,sei sempre premurosa e un bicchiere di acqua con un dito di vino l’accetto volentieri,che ho fatto una corsa in bicicletta che non mi sarebbe stato dietro neanche una Lambretta-.
-Ma non si è portato dietro il chierichetto-?
-Sai cara, piuttosto che andare dietro a un vecchio prete,i chierichetti preferiscono andare dietro a un pallone,ma del resto io faccio tutto da solo,nelle mie faccende non mi serve aiuto-.
-Tenga l’acqua col vino intanto,signor Parroco,così si leva la sete-.
-Grazie Adalgisa,sei sempre gentile,adesso bevo e poi prendo la borsa con tutti i miei attrezzi e ti benedico la tua bella casa-.
-Senta signor Parroco,non per mettere il naso nei suoi affari,però vedo che se ne và in giro con la tonaca strappata,cosa le è successo-?
-Ah!la tonaca,si!È successo questa mattina alla via Lunga,stavo andando a benedire alla possessione Sant’Ilario e mentre andavo per la strada,nel silenzio della campagna mentre ascoltavo le voce della natura,ben!ma non mi arriva improvvisamente,da dietro,Gastone!il fattore della Melata,che mi ha fatto quasi prendere un colpo-.
-Ho capito chi dice signor Parroco,Gastone,quello grasso e antipatico,e allora-?
-Ecco, proprio lui,che ha bene o male i miei stessi anni, ma anche una Bianchi Granturismo che è una bellezza;Bè! quel damerino coi mezzi guantini,intanto che mi sorpassa,non mi fa l’occhiolino con stampato in faccia un mezzo sorrisino che sembrava voler dire:”Tirati in là pretone asmatico con quel ferrovecchio”-.
-Hoooo!che screanzato!E lei signor Parroco cosa ha fatto-?
-Io!io non ci ho più visto e,anche se avevo sulla bici la borsa con i miei attrezzi e sulle spalle i miei anni,ho cominciato a spingere sui pedali della mia vecchia Taurus da donna,che sarà anche vecchia,ma fila come un treno-.
-Heee!Come avrei voluto esserci,che dicono che lei da giovane era un ciclista coi fiocchi-.
-Io da giovane sono stato campione dei seminaristi,e mica a chiacchiere,allora ero magro come un chiodo ma avevo uno sprint che bruciava-.
-Allora gli sono arrivato a ruota e lui,il damerino,ha cominciato ad andare sempre più veloce e quando si voltava per vedere dove stavo,aveva sempre quel sorrisino che . . . che il Signore mi perdoni-.
-Heee!signor Parroco chissà la fatica-?
-La fatica dici?Lui spingeva e correva e io sempre lì, sempre attaccato alla sua ruota,che dopo un po’,quando si voltava,se lo era tolto il sorrisino dalla faccia,anzi cominciava a tirare fuori la lingua-.
-Heee!E allora cosa è successo-?
-E' successo che quando siamo arrivati alla rampa dell’argine il damerino era scoppiato,cotto,ed io mi sono cavato la soddisfazione di sorpassarlo anzi,e chiedo scusa al signore,l’ho umiliato perché mi sono alzato sui pedali e sono partito come Coppi sullo Stelvio-.
-Heee! signor Parroco,ho capito che la vostra passione vi trascinato a fare una gara,ma lo strappo nella tonaca come è successo-.
-Cara Adalgisa devi sapere che mentre pedalavo,là sull’argine,mi sembrava di toccare il cielo con un dito e nella contentezza mi sono dimenticato della tonaca,che si è infilata nella ruota dietro della bicicletta e si è strappata,lei:la tonaca !Invece io non sono riuscito a tenere in strada la taurus e sono voltato giù dall’argine-.
-Heee!Si è fatto male Signor Parroco-?
-Ma no,va là!Qualche graffio e qualche livido,il peggio lo ha avuto la tonaca,anzi visto che ti sei offerta di essermi di aiuto,facciamo così:io do una bella benedizione alla tua casa e tu fai un bel rammendo alla mia tonaca-.

17 luglio 2008

"La sentinella" da "Tipi Rimati"


Batte forte il piede, a dire che alla meta è arrivato,

e di scatto gira i tacchi, ripercorre un altro lato.


Piedi e mani articolati danno il ritmo nel percorso,

corpo ritto irrigidito, tutto espanso: petto e dorso.


In un plastico molleggio, perde ogni aspetto umano,

angolato tiene il gomito ch’è tutt’uno con la mano,


questa è, solido poggio che dell’arma regge il peso,

l’altra: un pendolo, oscilla, alla fin del braccio teso.


Il compasso delle gambe scatta con tempo meccanico,

l’espressione sul suo viso mostra un velato panico.

Il Capo stazione


Tutto il paese era una continua evoluzione, cambiava di giorno in giorno, diventava sempre più grande. Presto arrivò a sfiorare le poche costruzioni del vecchio paese, quelle poche che erano rimaste dopo la guerra e l’abbandono, e per dare modo alle nuove costruzioni di avere nuovi spazi dove sorgere si dovette procedere alla demolizione degli ultimi ricordi. Quel giorno, sulla grande spianata che un tempo era stato il piazzale antistante la stazione ferroviaria del paese, davanti a quello che rimaneva degli edifici che la componevano, nonostante il tempo che rovesciava acqua dal cielo e freddo da dove spirava il vento, c’era quasi tutto il paese.

Era un giorno diverso dai soliti, non per il clima, poiché in mezzo alla grande pianura ogni fenomeno che arriva dal cielo, in qualsiasi stagione, freddo o caldo che sia, è sempre esagerato, nella bassa non esistono mezze misure; Perché c’era qualcosa nell’atmosfera o, forse, nella gente che non era possibile definire, qualcosa che immalinconiva più della pioggia. Quel giorno portavo, sopra agli abiti pesanti, la mantellina azzurra di tela gommata con il cappuccio e, ai piedi, le galoscie di gomma però, nonostante il riparo sotto il grand’ombrello che teneva il nonno, continuavo a sentire la pioggia che mi bagnava girandomi attorno, quasi arrivasse da tutte le direzioni. Il nonno era bagnato fradicio da capo a piedi, come del resto tutti quelli che stavano lì, in quel pomeriggio ad aspettare ammutoliti, con gli occhi fissi in un punto; Un gran silenzio sottolineato dal cupo sottofondo della pioggia e, solo a tratti, interrotto solo dai rumori del lavoro degli operai che, nonostante il tempo inclemente, continuavano ad affaccendarsi faticosamente con picconi, mazze e lunghi cavi intrecciati d’acciaio. Quel giorno si offriva, al pubblico presente, uno spettacolo irripetibile che, complice la natura che ci metteva la scenografia più adatta per l’occasione, sarebbe anche stato indimenticabile: la demolizione della torre dell’acquedotto dell’ex-stazione. Svettava in mezzo al piazzale un alto cilindro in muratura e cemento, sormontato da un altro ancor più grande, ma sempre in mattoni rossi, che era il serbatoio dell’acqua e sul quale restavano, ancora leggibili, i resti della grande scritta a caratteri neri in campo bianco che indicava il nome del paese. Fino all’ultima guerra, quella era stata la stazione ferroviaria del paese, nonché l’ultima prima del ponte che, attraversando il fiume, collegava in quel punto il nord al resto del Paese con una linea ferroviaria tra le più importanti e trafficate. Fu che, a seguito dei numerosi e terribili bombardamenti aerei nel corso dell’ultima guerra mondiale, il ponte e la linea ferroviaria andarono distrutti e con loro anche la maggior parte degli edifici del paese, solamente la stazione, miracolosamente, rimase quasi intatta al suo posto, dopo, non potendola più usare per ciò che era, le stanze e tutti gli altri locali furono destinati ad accogliere gli sfollati, rimasti senza un tetto dove trovare riparo e conforto. Finita la guerra la linea ferroviaria fu ricostruita seguendo un nuovo tracciato e fu costruito anche un nuovo ponte, cosicché l’area e gli edifici dell’ex –stazione furono utilizzati come depositi e magazzini fino a quando non servirono più a nessuno. L’abbandono e l’incuria, col passare del tempo, li portarono ad un lento ma inesorabile degrado, fino quando diventarono un pericolo per la gente che passava di là.

La torre dell’acquedotto, specialmente, stava in piedi per miracolo, diroccata e puntellata da una selva di pali, addirittura in certe giornate di vento, a guardarla bene, sembrava che oscillasse sotto le folate più forti, facendo accelerare il passo, per la paura, a chi si trovava a passare a fianco. Proteste, pericolo, necessità di nuove aree e poi ancora, discorsi e carte bollate che fecero il resto; Fu così che si arrivò a quel giorno, quando eravamo tutti là ad aspettare il momento in cui la torre della stazione sarebbe caduta definitivamente. Ricordo che davanti a tutta la gente stava un signore molto anziano che, ormai piegato dagli anni, rimaneva fermo, immobile come impietrito sotto la poggia battente, non aveva l’ombrello con cui ripararsi ma portava uno di quei grandi impermeabili cerati, con mantellina e cappuccio, di quelli neri usati dai ferrovieri, la pioggia gli scendeva dal cappuccio sul viso e pareva, anche per l’espressione dolorosa che aveva, che a scendere fossero le lacrime di un pianto silenzioso. Riuscii a capire, da alcuni commenti sussurrati a mezza voce dalla gente che mi stava attorno, che doveva essere il vecchio capo stazione e n’ebbi la conferma da mio nonno il quale, successivamente, mi spiegò che quello era stato un uomo importante ai tempi in cui quella stazione era funzionante, bella, moderna e sempre piena di bella gente affaccendata a partire e ad arrivare, ma anche sempre piena di grandi quantità di merci da caricare o scaricare. Mi raccontò che, quando quel giovane capo stazione arrivò in paese per insediarsi alla direzione della stazione ferroviaria, era un uomo di bell’aspetto e forte nel fisico, era uno dei più valenti capi-stazione, si andava dicendo allora, scelto di proposito per completare il quadro di modernità ed efficienza di quella che era un piccolo, ma prezioso, fiore all’occhiello per le Regie Ferrovie. Il capo stazione prese alloggio nel piccolo appartamento, a lui riservato, sopra alla biglietteria e, quando gli impegni di lavoro glielo permettevano, non perdeva occasione per partecipare alla bella vita, offerta dalla gaudente società borghese di allora, la sua presenza era ambita nei circoli frequentati da industriali, commercianti e latifondisti del posto, e ancor più se lo disputavano le giovani di buona famiglia in cerca di un buon partito. Nei ricordi della gente si racconta che quel gran bel giovane, alto ed atletico, aveva un buon carattere e anche buone maniere, insomma un vero gentiluomo che, si diceva, fosse entrato in servizio nelle Regie Ferrovie, dopo aver servito nel Regio Esercito come Ufficiale del Genio. I ricordi della gente a volte diventano leggende, e quella leggenda racconta che il giovane capo stazione aveva infranto molti cuori femminili, ma che, alla fine, non si era mai deciso a prendere moglie e aveva trascorso tutta la vita accasato solamente alla stazione ferroviaria, quella che era stata l’unica compagna fedele e alla quale, dopo ogni storia d’amore infelicemente conclusa, lui tornava a cercare tranquillità e consolazione. Il giorno in cui, con la demolizione della torre di mattoni rossi, se n’andava definitivamente una parte importante della sua vita, non volle mancare, rimase fermo per tutto il tempo ad aspettare la fine, restò piantato là davanti fino a quando, con un fragore assordante, la torre venne giù, abbattendosi su alcuni edifici diroccati che gli stavano in fianco e trascinandoli con sé nella distruzione. Io non ebbi modo di vederlo, ma in molti dissero che se n’andò da quel posto parecchio tempo dopo che se n’erano andati tutti e sentii dire che lasciò il piazzale camminando faticosamente, quasi trascinandosi. Come si è detto, i ricordi diventano leggenda e visto che lui leggenda già lo era, non fu difficile voler credere che, come di solito succede in tutte le storie di amori che non possono finire, anche lui non se la sentì più di vivere dopo avere perso il grande amore della sua vita. Pochi giorni dopo sui cantonali del paese dove di solito erano affissi gli annunci del Comune e i necrologi, apparve anche quello che informava della morte del vecchio capo stazione.

09 luglio 2008

"Il pescator sportivo" da "Tipi Rimati"


Lungo il greto del torrente, tra i sassi, si aggira,
lo sportivo pescatore che, nei gorghi, l’esca tira.

Mimetizza i suoi vestiti coi colori dell’ambiente
che già noti, da lontano, la presenza appariscente.

Usa attrezzi ultramoderni, esche colorate, strane,
nel cestino porta-pesci, non ci trovi neanche rane.

Ogni quattro lanci a vuoto cambia amo, filo, esca,
ogni tre, cambi, consulta, il prontuario della pesca.

Alla sera, stradeluso, pianta tutto e scappa via,
anche questa volta niente:pescherà, alla pescheria.

07 luglio 2008

Peoci maridà co le vongole

Par quatro che magna

-2 chili de peoci e 2 chili de vongole “veraci”;
-4 spighi de ajo e 1 zeola;
-ojo stravergine de oliva;
-pevaronzin rosso in pòlvare o pévaro, secondo i gusti;
-almanco on litro de vin proseco fresco assè;

Se fa cussì:

1-Métare in purga le vongole in aqua freda par na note;
2-La matina drio, fare on desfrito co l’ajo ( ricordeve de cavarlo, dopo) e la zeola tajà fina,doparando na pignata che possa tegnere tute le cape;
3-Netàre par ben i peoci e resentare le vongole;
4-Butare in pignata peoci e vongole, zontandoghe ½ goto de proseco,spolvarare col pevaronzin, incuerciare a assare sarà par 15 minuti: le cape le se verzarà come par incanto !
5-Cavàre el bendedio dala pignata e magnare tuto. Chi che se ne intende insupa del pan biscotosol brodeto de cotura: na fola…
6-El resto del proseco va bevù, se intende: meza onbra ogni tanto

30 giugno 2008

"La pista !?" da "Attenti ai bambini"


Inverno gelido quell’anno uno dei più freddi che ricordo, alla mattina si arrivava tardi a scuola e alla fine delle lezioni si arrivava più tardi del solito a casa. La strada che portava alla vecchia scuola dal paese, non era ancora stata costruita e si usava percorrere una stradella in terra battuta, che si snodava tra i prati che stavano in una striscia di terreno tra la strada nazionale e la campagna coltivata, la via più corta e sicura per arrivare. Alla fine del percorso, in prossimità della scuola si risaliva sulla strada nazionale arrampicandosi per la scarpata stradale che era alta sui prati tra due e tre metri a seconda del punto di salita che continuava con paio di sentieri ancor più stretti ma uno più ripido dell’altro. Quell’inverno aveva portato molta neve, già da novembre c’erano state forti nevicate, tutto era coperto da una coltre bianca dove noi affondavamo fin quasi al ginocchio, in più le gelate che si susseguivano avevano formato lastroni di ghiaccio lungo tutto il percorso della stradella ed in particolare sui due sentieri che risalivano per la scarpata stradale e che noi ragazzini avevamo subito trasformato nel gioco più in voga in quei giorni. Nei sentieri si susseguivano sfide continue di slittino per tutto il giorno nei momenti liberi da impegni scolastici o familiari ci ritrovavamo sulle piste gelate dove ci lanciavamo in ardite e a volte pericolose discese, infatti, non mancava, quasi giornalmente, la razione pro capite di lividi, distorsioni e contusioni varie, fino ad arrivare a qualche ferita lacero-contusa e prima della fine delle gelate ci furono anche un paio di ingessature per fratture.Inutile parlare d’indumenti vari strappati al punto da renderli inutilizzabili, di quelli si era perso il conto. Eravamo talmente presi dallo scivolamento su quei sentieri ghiacciati, da inventarci qualsiasi modo e ricorrendo ad ogni mezzo che potesse servire per rendere ancor più emozionante le gare. Ovviamente nessuno disponeva di uno slittino adeguato perciò si provava con tutto ciò che si reputava idoneo allo scopo, perciò assi di lagno, casse per la frutta, lamiere, pneumatici d’auto e tant’altro ancora fu recuperato e usato, tanto nell’estate successiva sul prato si potevano rivedere tutte quelle cose a mucchi tanto da farlo assomigliare più ad una discarica. Cominciammo a fare qualche gara di discesa anche prima dell’entrata a scuola, scoprendo che le cartelle scolastiche l’ora di buon cuoio bene si adattavano al ruolo di slittini, e così un po’ un giorno, prima di entrare, un po’ un altro, anche all’uscita si arrivò ad aumentare i tempi di presenza in pista a scapito di quelli a scuola o al pranzo a casa dopo le lezioni. Si andò avanti così fin quasi a marzo fintanto, cioè, che rimase il ghiaccio sui sentieri poi cominciò il disgelo e le pozzanghere derivanti da quello aumentarono parecchio quando cominciarono le piogge primaverili.Molto piovosa fu quella primavera, al punto che nel prato attraversato dalla strabella si formò quasi un laghetto da formare quasi un laghetto dove noi vedemmo da subito la possibilità di divertirci parecchio perciò cominciammo a………..

02 giugno 2008

"Luana Mondana" dalla raccolta "Tipi Rimati"



Al buio di notte lei và per la strada,

passeggia, nel lusso svestita, Luana.

Dei fari dell’auto è una facile preda,

ma ostenta le forme la bella mondana.

Si offre ai clienti senz’alcun pudore.

Concede per soldi, ai poveri ometti,

Il piacer del corpo: profumo e sudore.

Avanti la fila e che il prossimo aspetti.

Luana è il suo sesso, il seno, la voce;

dispensa piacere, nel toccare il fondo.

Sa bene che il tempo trascorre veloce,

vivendo dell’arte più antica del mondo.

Ritorna ogni giorno a una vita normale

mediocre donnetta con l’occhi emaciati.

E mentre accantona il guadagno serale,

si vede in pensione in posti incantati.

Bigoli co le Sardele


Par quatro che magna

-Quatro eti de bìgoli
-quatro bele sardele salà
-meza zeola tajà fina (vedi P.S.)
-oio stravergine de oliva

Se fa cussì:

1.Fare on desfrito co l'ojo e la zeola che la dovarà ziaparse, no sfritegare: questo se pole fare zontandoghe on sculiero de vin bianco;
2.Fato, zontarghe le sardele tajà a tochetini e assarle sol fuogo a lento, fin che le se desfa (Jutarse schiciando co na forcheta - no le ga da sfritegare);
3. Conzare i bigoli ca gavarì, intanto, finio de cusinare; magnare caldi assè;
4. Me mojere ghe piase infromajare ben par magnare ben, anca se calchedun dise che col pesse no se mete grana.


P.S. Go sentio quatro vecie cuoghe, par sta riceta. Me mama la la fa cussì, nantra senza zeola ma co l'ajo, nantra co ajo e zeola e nantra senza altro che le sardele. Mi la me piase comunque!