15 ottobre 2025

LA POSTA MILITARE NELLA GRANDE GUERRA

 


La Prima Guerra Mondiale fu uno dei conflitti più devastanti della storia moderna, quasi dieci milioni di soldati morirono durante le ostilità, più che in tutti i conflitti avvenuti nei cento anni precedenti messi insieme, all'Italia causò circa 650.000 morti e oltre un milione di feriti.

La Prima Guerra Mondiale favorì anche importanti innovazioni tecnologiche, soprattutto nel campo militare. Nuove armi fecero la loro comparsa, trasformando radicalmente le tattiche di guerra.

La guerra portò a sviluppi in settori come le comunicazioni e tra queste, uno fra più importanti, fu il fenomeno della posta che fu trainante per abbassare l'indice di analfabatismo.

Parlare di lettere e cartoline postali oggi, in questa epoca di globalizzazione, dove la tecnologia delle comunicazioni ha raggiunto risultati eccezionali, ci riporta indietro con la mente a un lontano passato, quando l'uso di carta, penna e calamaio era molto diffuso.

Nei tempi frenetici in cui stiamo vivendo, l'uso del cellulare e di altri mezzi multimediali è un dato di fatto che ha spezzato la fantasia e spento la voglia di comunicare i sentimenti in maniera romantica e ponderata, che obbligava a pensare ogni parola facendola scorrere nella memte per poi riportarla su una semplice lettera.

Negli anni dal 1915 al 1918, durante la grande guerra, i soldati scrivevano stando in trincea sotto il fuoco nemico oppure prima di un attacco, quante volte quei fogli venivano rinvenuti incompiuti ma ripiegati con cura e amorevolezza nel taschino della divisa

Scrivere e ricevere notizie divenne subito una necessità impellente la cui importanza venne compresa prontamente dai responsabili militari.

La solitudine della trincea il trauma dei combattimenti, che in tanti provocarono gravi malattie mentali, andavano condivise con le persone affettivamente più vicine, così come ricevere notizie faceva sentire vivo il legame col mondo normale, anche poche righe erano in grado di cambiare il corso della vita dei molti che rischiavano di perderla ogni giorno,

Eppure non era facile scrivere, molti non lo sapevano fare e dovevano domandare aiuto come per leggere le lettere ricevute.

Prima della Prima Guerra Mondiale l'Italia aveva un tasso di analfabetismo molto alto, con oltre il 40 per cento della popolazione che non sapeva leggere e scrivere.

Questo valore era significativamente superiore rispetto a molti altri Paesi europei, come Germania, Austria e Paesi del Nord Europa, dove l'analfabetismo era intorno al 10 per cento.

Un dato molto elevato, con circa 43 italiani su 100 incapaci di leggere e scrivere, evidenzia la grande sfida dell'alfabetizzazione in Italia prima della guerra.

La legge sull'istruzione elementare obbligatoria era stata emanata e dal 1911 la scuola elementare era diventata statale, tuttavia, l'abitudine a frequentare la scuola non era ancora radicata in tutte le regioni, soprattutto nelle aree più rurali e povere.

L'analfabetismo era particolarmente diffuso in alcune regioni, come Sardegna, Calabria e Sicilia, dove i tassi raggiungevano punte del 90 per cento, mentre era inferiore in regioni come Piemonte e Lombardia.

L'alto tasso di analfabetismo era legato a diversi fattori, tra cui la povertà, la distanza geografica tra le scuole, la mancanza di risorse e l'ostilità di alcune famiglie verso l'istruzione, specialmente femminile.

L'analfabetismo aveva un impatto significativo sulla capacità di comunicare e di comprendere le comunicazioni ufficiali, e anche sul processo di mobilitazione e di integrazione dei soldati nelle trincee.

La prima Guerra Mondiale fu il primo e più importante vettore di comunicazione e emancipazione dell'alfabetizzazione in Italia, più di quanto avesse fatto prima di allora la scuola.

Il conforto di poche righe scambiate con i familiari rappresentò per i militari un alimento dello spirito, indispensabile per reggere a una sfibrante guerra di posizione, nella quale gli elementi psicologici giocavano un ruolo di primo piano.

Nelle tante lettere dalla trincea, scritte con la matita copiativa e con il sottofondo dello scoppio delle granate, ad una lettura odierna, nella maggior parte, appare chiara la fatica di dover tradurre in italiano l'uso del linguaggio locale, del dialetto, lingua materna, voce del cuore e della mente e il modo di esprimersi è molto semplice, le lettere riportano spesso vari errori di grammatica e di ortografia.

Teniamo ben presente che pochi, a quei tempi, avevano frequentato la scuola, molti erano analfabeti e tanti soldati mandavano a casa notizie per mezzo dei propri ufficiali che scrivevano per loro e anche chi riceveva lettere dal fronte, in tanti casi, doveva quasi sempre ricorrere al parroco che gliele leggeva.

In quelle missive, per non preoccupare i cari lontani, i soldati cercavano di minimizzare i pericoli, raccontando le loro storie (fermo restando i limiti imposti dalla censura), il loro coraggio e le loro paure, chiedendo notizie della campagna, delle bestie, della terra.

Quante cose si possono cogliere tra quelle semplici righe: l'angoscia, la paura, i disagi della trincea, i morsi della fame, la sofferenza della sete, il peso della lontananza da casa, il desiderio di una breve licenza. In quelle cartoline emerge il bisogno di rivedere i propri cari, la moglie, i figli piccoli, i genitori.

I fatti di casa sono importanti quanto la vita, e poco importa come si dicono queste cose, poco importa se la lingua italiana ne esce mutilata, storpiata, tradotta, adattata al pensare alla lingua madre, il dialetto.

E' poca cosa al confronto con la violenza a cui è sottoposto il povero soldato-contadino, avvezzo alla comunicazione orale, quasi ignorando quella scritta e per di più alle prese con una lingua per lui a volte straniera. Quando mai aveva avuto la necessità di scrivere a casa, se mai prima di allora si era allontanato?

L’aspetto della guerra che più frequentemente si ritrova nella corrispondenza, raccontato direttamente senza mediazioni, riguarda la quotidianità della vita del soldato. Privazioni e angustie patite al fronte vengono descritte soffermandosi soprattutto sui dettagli materiali: il tormento della pioggia, del fango e del freddo, la sporcizia, la convivenza con pidocchi e topi.

E’ la guerra di trincea fatta di progressivo abbrutimento, generato dall’essere costretti a vivere rintanati in stretti e tortuosi cunicoli scavati nella terra, nella roccia o nella neve.

La contaminazione più raccapricciante, che non di rado ha determinato profonde turbe di tipo psicologico fra i sopravvissuti, è quella tra vita e morte. Spesso, infatti, i soldati, dato che talvolta la distanza dalle trincee nemiche arriva a essere di pochi metri, sono costretti a convivere con i cadaveri, magari dei loro stessi compagni,

Nella guerra di trincea e logoramento le artiglierie svolgono una funzione fondamentale dal punto di vista strategico, ma producono un effetto dirompente nell’esperienza percettiva dei soldati. Il martellamento dei bombardamenti che precede ogni assalto può durare giorni interi, rovesciando sulle trincee tonnellate di esplosivo che polverizzano uomini e cose fino a modificare permanentemente l'aspetto del territorio.

I fanti non possono far altro che rimanere rannicchiati e immobili, immersi in un rumore assordante, sperando che il prossimo colpo non arrivi troppo vicino, il fragore delle esplosioni diventa così un elemento costante della vita in trincea.

Zona di Guerra 15 luglio 1916

Mia carissima madre,

le giornate le trascorro sentendo urla di dolore delle persone a me care, ogni giorno combatto contro la morte, e ogni giorno vengo svegliato dal suono del fucile. La guerra è crudele e molti miei compagni sono stati uccisi in trincea, sono costretto a sparare a giovani innocenti solo perché hanno un colore della divisa diversa dalla mia. Molte persone muoiono di fame e di freddo perché il cibo è scarso e il freddo è insopportabile. Tutti i giorni si sentono boati di bombe che frantumano i nostri territori e molte persone innocenti muoiono, io, invece, per sopravvivere sono costretto a sparare per non essere ucciso. Sono stanco di sentire le urla di dolore, stanco di vedere morti davanti i miei occhi, stanco di sentire boati nelle mie orecchie, stanco di sopravvivere avendo i rimpianti di avere ucciso, vorrei morire solo per avere la pace e abbandonare quel rimpianto che da anni mi perseguita, un abbraccio e un bacio.

Lorenzo

soldato Lorenzo Tagliabosco, 92° reggimento fanteria, brigata Basilicata

morto a Bosco Cappuccio il 12 settembre 1916

San Pietro di Morubio 9 maggio 1917

Carissimo figlio

Il giorno 8 ho ricevuto la tua cartolina e quella di tuo fratello che mi assicura che gode di buona salute anche lui, e così godo anche io a sentire con piacere di queste nuove e così ti assicuro anche della mia e con me i parenti e gli amici tutti ti mandano i più cari saluti. Non mi allungo a dirti della stagione che abbiamo, è stata ora calda ora fredda. Passo a salutarti con tutto il mio cuore, il cuore di padre. Ti prego di passarvi parola tra fratelli e scrivi più presto che puoi, oggi stesso scrivo anche a lui. Baci e saluti da tuo padre.

Il padre del soldato Lino Ferrari, Battaglione complemento, 2° compagnia, brigata Tanaro, Zona di guerra

Zona di Guerra 29/8/15

Carissimi genitori.

Vi rispondo subito alla vostra desiderata lettera, e sono molto contento che vi trovate

tutti in buona salute, e cosi pure anche me. Cara mamma, noi qui siamo sempre sotto al fuoco nemico ma speriamo che andra sempre cosi, lasciando da parte tutte le fatiche che facciamo su questi brutti monti, io il corraggio non mi manca ma la morte è sempre vicina. Piu di tutto mi rincresce della morte del mio amico Paolino che voi mi dite che è caduto il 2 di questo mese. O ricevuto una cartolina della famiglia Codari e sono molto contento. Altro non o niente da dirvi solo che salutarvi tutti in famiglia, salutate Adolfo Ida e Maria Ciech e Angioletta la zia Gina e famiglia e tutti gli amici e voi ricevete una stretta di mano con un treno di baci da vostro figlio Pietro

soldato Pietro Rolfini, 1427° compagnia mitraglieri

morto all'ospedale da campo n°105 a Cormons il 7 febbraio 1916

Zona di Guerra , 28 ottobre 1916

Cari mamma e papà,

Sono io il vostro caro figlio Marcello vi scrivo da una trincea da qualche parte sulle Alpi aspettando la morte improvvisa. Qui sto come un mulo frustato nei campi, vedo compagni cadere come sorci nelle miniere uno dopo l'altro sapendo che dopo toccherà a me. Sentendo le bombe cadere come foglie e compagni urlare dal dolore, penso sempre a voi e alla mia fidanzata Siena che sarà adesso forse ad aiutare il padre visto che il fratello Piero è andato a combattere nelle trincee del Piave. Adesso non sto combattendo, ma sorveglio le misere provviste che sono principalmente di pane secco e acqua non fresca con qualche pezzo qua e là di crosta ammuffita senza formaggio. L'altro ieri non ho chiuso occhio perché l'anonimo nemico ci ha fatto un agguato con i cannoni facendoci rimanerne in allerta senza dormire. Vorrei tanto tornare a casa nel mio comodo letto invece di dormire sulla fredda e bagnata terra come un cane, di usare un vecchio straccio come coperta e lo zaino come cuscino. Spero tanto dì tornare da voi e da Siena, invece di stare qui a soffrire aspettando piano piano di cadere gravemente ferito o di uccidere un altro soldato che sta soffrendo quanto me. Domani vorrei tanto che questa inutile guerra finisse e tutti i soldati amici o nemici tornassero nelle loro case dai loro cari e ricominciare di nuovo la vita di tutti i giorni come una volta.

Firmato Marcello

soldato Marcello Saviani, 43° reggimento fanteria, brigata Forlì

Zona di Guerra 28 settembre 1917

Cari genitori, ormai ho perso il conto dei giorni passati qui. La vita qui non è come mi avevano raccontato. Ogni minuto che passa, muoiono soldati. Sfortunatamente mi hanno posizionato in trincea. Qui non hanno pietà, non i soldati, ma i generali, coloro che ordinano a noi cosa fare. Per tutto questo tempo non ho parlato con nessuno per paura di affezionarmi quel poco che basta per rimpiangere la morte di ogni singolo soldato. Io ho rischiato di morire due volte, o di perdere la gamba. Questi giorni li ho trascorsi in ospedale, dove ho avuto la possibilità di riposare per quanto le ferite sono gravi. Forse mi riportano da voi. Giorno per giorno avevo riempito pagine e pagine intere del mio diario per raccontare la vita in trincea e per far capire ai futuri ragazzi cosa si prova, per convincerli a non fare la guerra! Sfortunatamente una bomba è scoppiata sopra il mio diario! Spero di tornare presto e spero che questa lettera vi arrivi. Salutatemi la mia sorellina.

Armando

soldato Armando Palladini, 2° reggimento genio zappatori

Zona di guerra 11 maggio 1916

Mamma carissima, pochi minuti prima di andare all’assalto ti invio il mio pensiero

affettuosissimo. Un fuoco infernale di artiglieria e di bombarde sconvolge nel momento

che ti scrivo tutto il terreno intorno a noi. Non avevo mai visto tanta rovina. È terribile,

sembra che tutto debba essere inghiottito da un’immensa fornace. Eppure, col tuo aiuto,

coll’aiuto di Dio, da te fervidamente pregato, il mio animo è sereno. Farò il mio dovere

fino all’ultimo.

Tuo figlio Loriano

Soldato Loriano Risardi, 141° reggimento fanteria, brigata Catanzaro

Si spiega in tal modo l'afflusso poderoso di corrispondenza che attraversò l'Italia negli anni di guerra, le lettere dei militari, rappresentarono, grazie al punto di osservazione privilegiato, un veicolo particolarmente appropriato per la ricostruzione della memoria, del vissuto del grande evento bellico,

Nella magioranza dei casi si tratta di una scrittura spesso sgrammaticata e molto eterogenea più impressionistica che organica ma certamente efficace per permettere di comprendere gli stati d'animo dei combattenti nelle vicende delle lettere dal fronte

A distanza di tantissimi anni vi è ancora la possibilità di reperire scritti di quei ragazzi, si tratta di lettere e più spesso di cartoline dei colori sgargianti in franchigia militare su cui troneggia un timbro con la severa scritta “VERIFICATO PER CENSURA”.

La cartolina per i soldati è sempre stata la forma più rapida e più comoda di comunicazione ma certamente date le sue dimensioni obbligava lo scrivente a acrobazie calligrafiche.

Il buon funzionamento della posta militare permetteva il mantenimento del legame esistenziale che non interrompeva il dialogo dei ricordi che, anzi, risolveva i cuori nel turbine della battaglia e aiutava a sopportare il sacrificio e la privazione per continuare e raccontare un altro giorno di vita guadagnato alla morte.

“Quando si era in guerra erano certamente tante le situazioni che davano forti emozioni, ma il momento che arrivava in linea il furiere con la posta era il più atteso.

Non c'era mai un'ora fissa: poteva essere con la distribuzione del rancio, o alla sera quando il fronte era quasi tranquillo, di notte qualche volta!

Ma chi era libero da impegni di servizio si univa al capannello attorno al caporalmaggiore e a mano a mano che chiamava il nome scritto sull'indirizzo ci si affrettava a ricevere quel pezzo di carta che legava affetti lontani; un filo lungo centinaia di chilimetri. Allora ci si appartava a leggere con avidità quelle notizie che con altrettanta emozione erano state scritte.

Speranze, sogni, promesse, delusioni anche. C'era tutto il mondo, un paese, una maniera di vivere in quelle parole tracciate a fatica con penna e inchiostro, e chi non riceveva una cartolina restava in solitudine e tristezza.” Mario Rigoni Stern

Quello che è possibile affermare è che la posta militare in tempo di guerra funzionò a dovere in tutti i suoi settori e se la corrispondenza fu recapitata al fronte sempre con regolarità lo si deve anche allo spirito di sacrificio e negazione di quei soldati addetti allo scambio posta che giornalmente si inerpicavano verso le tremende trincee del Carso o sfidarono l'ira dell'artiglieria austro-ungarica sul Piave.

L’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale produsse effetti rilevanti sui servizi postali, chiamati a un notevole sforzo organizzativo per reggere l’elevatissimo flusso di comunicazioni militari e private tra i soldati al fronte e i loro familiari.

Durante gli anni della guerra due miliardi e 137 milioni di lettere partirono dal fronte verso casa, un miliardo e mezzo dal paese al fronte, 263 milioni di lettere tra soldati, in totale quasi quattro miliardi di lettere: la prima guerra mondiale fu un esperimento di scrittura di massa,

Durante la Grande Guerra, con la mobilitazione del personale maschile e il crescente bisogno di manodopera in tutti i settori, le donne sostituirono gli uomini in molte realtà lavorative, nell’industria come nella pubblica amministrazione.

Negli anni della Grande Guerra si stima siano state almeno 13.000 le donne che lavorarono nel settore delle Poste, dei Telegrafi e dei Telefoni,


Grazie anche a tutto il lavoro svolto durante la Grande Guerra, la popolazione femminile acquisì nuovi diritti, incluso quello di poter lavorare senza dover più chiedere l’autorizzazione del marito.

Quei Quasi 4 miliardi di lettere e cartoline scambiate fra il Fronte e il Paese dal 1915 al 1918, fu un numero impressionante se si pensa all’elevatissimo tasso di analfabetismo e alla difficoltà materiale di scrivere, non solo per le condizioni di vita in trincea, negli spostamenti, nei combattimenti, ma, anche perché spesso non si disponeva né di un foglio di carta né di una matita o altro per poter scrivere.

Per i soldati era prevista la spedizione gratuita “AL PAESE” di cartoline postali, inizialmente tre alla settimana, poi fino a una al giorno. Un’agevolazione che, in alcuni periodi, viene estesa anche alle cartoline in franchigia spedite da soldati a soldati, in zona di guerra.

Per cartolina in franchigia militare si intendeva una cartolina che avesse almeno la scritta“corrispondenza in franchigia” e accompagnata dalla dizione “Regio Esercito Italiano”, oppure dalla scritta “zona di guerra”; o dalla stampa di una bandiera.

La "franchigia postale militare" si riferiva alla possibilità, per il personale militare, di spedire posta senza pagare il normale costo del servizio postale, questo beneficio era regolamentato da bolli o timbri che attestavano la franchigia. In pratica, la franchigia postale militare permetteva ai militari di comunicare con le famiglie e gli amici, durante il servizio, senza costi.

Ai soldati era proibito spedire cartoline illustrate con paesaggi, per evitare che spie nemiche in Italia potessero acquisire informazioni sui luoghi, ed era anche proibito indicare la località da cui si scriveva, si citava un generico “Zona di guerra” per timore che spie nemiche in Italia potessero altrimenti acquisire così informazioni sullo schieramento delle truppe.

I militari in zona di guerra impararono quasi subito, e a loro spese, che gli uffici della censura sarebbero potuti intervenire sulla loro corrispondenza privata e manometterne il contenuto o, in casi più gravi, avviare un provvedimento punitivo. Tutta la posta veniva aperta per verificarne il contenuto e, nel caso essa contenesse notizie di natura militare o espressioni di denigrazione delle operazioni di guerra, di disprezzo o di vilipendio per persone appartenenti alle forze armate, poteva essere sequestrata e i mittenti denunciati all’autorità giudiziaria.

Il numero degli uffici postali esecutivi impegnati in zona di guerra passò, negli anni del conflitto, dai 60-70 iniziali a oltre 130 verso la fine del 1917, uffici postali mobili furono allestiti su camion e dove i camion non potevano arrivare, arrivavano invece speciali uffici di posta militare da campo.

Attrezzature e uomini viaggiavano al seguito delle truppe, spesso a dorso di mulo e per trasportare la posta in alta montagna si ricorreva anche alle slitte.

Il 22 maggio del 1917 con un volo sperimentale sulla tratta Torino-Roma, un aereo trasportò la posta e diversi giornali in 4 ore e 3 minuti.

L’aereo protagonista della trasvolata era un biplano biposto da ricognizione, il pilota era il tenente Mario De Bernardi, asso dell’aviazione, che già aveva ottenenuto due decorazioni al valor militare.

Nel vano anteriore, riservato all’osservatore, trovarono posto 68 chili di posta, cento copie del quotidiano La Stampa e altrettante della Gazzetta del Popolo, sulle quali venne apposto un bollo in rosso per posta aerea.

L’aereo decollò alle 11.27 e, dopo aver allungato per errore la rotta fino a Savona, atterrò a Roma alle 15.23, “atteso da una grande ed elegante folla trattenuta da cordoni di carabinieri a piedi e a cavallo”, come riportarono i cronisti sulla stampa. Il volo,disturbato dalla pioggia, era durato quattro ore e all'arrivo il sacco postale venne scaricato e la corrispondenza fu subito smistata.

Il primo francobollo di posta aerea del mondo è stato italiano, l’amministrazione postale lo produsse in fogli da 50 esemplari messi in vendita tre giorni prima del collegamento Torino-Roma.

La prima guerra mondiale assunse la funzione di un immenso “laboratorio di scrittura”, al quale presero parte anche le masse popolari “illetterate”, che fino a quel momento avevano manifestato una scarsa dimestichezza con la scrittura. Si trattava, infatti, di persone che vivevano spesso all’interno di comunità prevalentemente rurali, nelle quali si privilegiava una comunicazione orale segnata dalla lingua dialettale.

Gli effetti che il conflitto ebbe sui legami sociali e affettivi degli italiani e sull’equilibrio psicologico dei combattenti, spinsero una massa crescente di individui a fare ricorso alla scrittura. Molti “fanti contadini” impararono a scrivere proprio durante la guerra, spinti dall'esigenza di comunicare con la comunità d’origine per avere notizie dei familiari.

L’effetto diretto che l’evento bellico ebbe sull’alfabetizzazione degli italiani fu il calo della percentuale media di analfabeti sul totale della popolazione che in seguito scese al 27 per cento.

Quasi 4 miliardi di corrispondenze viaggiate! Da mettersi le mani nei capelli, che grande differenza se rapportiamo quel fenomeno ad oggi, nell'era della posta elettronica, in cui le persone non sanno più “scrivere” perchè usano mezzi alternativi per comunicare con una frequenza quasi allarmante,vedi l'abuso del telefono cellulare.

In questi che sono gli anni zero di nuovi mezzi di comunicazione, la rivisitazione di quei mezzi antichi, che oggi ci fanno quasi tenerezza, è un dovere e una scoperta.

Un dovere perchè analizziamo e ricordiamo così la vita di milioni di persone strappate alle loro famiglie per andare in guerra, una riscoperta perchè, nonostante tutto, il sistema funzionava.

Oggi le cartoline postali vivono nelle raccolte museali, i testi scritti così uguali nella ricerca di un contatto umano, familiare, nulla hanno perso del drammatico messaggio che ci tramandano, del momento tragico che ci ricordano quegli anni dal 1915 al 1918, che hanno cambiato il mondo come mai prima e le cui conseguenze ancora sentiamo in questo nostro mondo tecnologico.

15 giugno 2025

L' ADALGISA

 


Dieci stanti in pietra, uniti da catena metallica, delimitano l’area di rispetto entro cui si trova il monumento. Una base in marmo rosa, composta da un primo gradino dal profilo zigrinato su cui poggia un secondo blocco, sorregge una lapide marmorea di notevoli dimensioni e dal profilo ellittico.

Due bassorilievi decorano questo blocco marmoreo, dove al centro si erge un alto blocco in marmo con incisa la dedica ai caduti della Prima e decorata da una bronzea corona d’alloro.

Sulla sommità è posta la scultura raffigurante la Patria, con la corona sul capo, spada e scudo in mano, il tutto proveniva dalle sapienti mani dello scultore Giulio Nordio ex combattente e mutilato nella Grande Guerra che la realizzò nel 1923.

A quello che al tempo era un affermato scultore venne dato l'incarico dall'amministrazione comunale di Occhiobello di realizzare il monumento in memoria dei caduti e lo stesso artista rimase ospite del comune per tutto il tempo che gli servì alla progettazione e realizzazione dell'opera.

Nel progetto come del resto nella maggioranza di quei monumenti vi trovava sovente posto un richiamo alla patria e anche in quel quel caso il Nordio, che aveva già realizzato altri monumenti ai caduti della prima guerra mondiale, decise di raffigure la patria italia con una figura femminile turrita.

In quel periodo di permanenza a Occhiobello il Nordio, la sera smessi i panni dello scultore si prendeva dei momenti di pausa per conoscere meglio l'ambiente ed il paesaggio che lo circondava. Non disdegnava di apprezzare quanto gli offriva la vicina città di Ferrara e, tra le tante occasioni di svago, vi era anche la frequentazione delle case di tolleranza ed in particolare del casino di via Colomba.

In quel periodo si racconta che vi esercitasse una “signorina” molto bella il cui fascino, diventato un mito tra gli avventori, aveva valicato i confini della casa chiusa disperdendosi per tutto il circondario.

Il Nordio durante le sue continue frequentazioni della casa era rimasto particolarmente colpito dalle belle fattezze dell'Adalgisa, così era conosciuta l'avvenente prostituta, tanto che durante le sue visite cominciò a ritrarla schizzandone le fattezze.

Dal momento che nel monumento ai caduti di Occhiobello a cui stava lavorando avrebbe dovuto trovare posto una allegoria dell'Italia raffigurandola in una figura femminile riportante i simboli della patria, le sue ricerche di un modello femminile a cui ispirarsi si fermarono trovando nell'adalgisa della casa di tolleranza di via Colomba .

Unendo pertanto l'utile al dilettevole trovò proprio lì l'ispirazione, e decise di raffigurare il soggetto del monumento con le forme dell'Adalgisa che divenne così la figura della patria da porre alta a spiccare sul cippo marmoreo.

Fu così che nella piazza di Occhiobello si potè inaugurare il monumento ai caduti dove centralmente spicava l'imponente figura di donna dal bel viso altero e lo sguardo quasi severo il cui corpo era avvolto in un morbido panneggio che ne avvolgeva le sinuose e generose forme.


12 giugno 2025

I PONTI DI PONTE


 lL paese di Pontelagoscuro, dalla sua fondazione, ha sempre avuto grande peso nel sistema viario, dai tempi dell'impero romano e nei secoli successivi ha assunto particolare importanza come centro stategico per le comunicazioni prima fluviali, poi stradali e infine ferroviarie.

Il Lago Scuro con i suoi forti fu un solido baluardo per gli Estensi, divenne per lo Stato Pontificio Ponti Obscuri Lacus, Porto Franco e frontiera di Stato e infine costituì uno dei principali insediamenti industriali e commerciali di Ferrara fino alla seconda guerra mondiale.

Pontelagoscuro sul Po è sempre stato un punto focale sia di divisione e difesa, che di unione e accoglienza e attraversare il fiume è sempre stato possibile sia con i mezzi a disposizione nelle diverse epoche sia per eventi naturali.

1055.- In agosto un privilegio viene concesso ai ferraresi dall'imperatore Enrico III con l'indicazione Actum ad Pontem. Nel suo tragitto passerà per Verona, Mantova, Roncaglia (PC), Firenze e per Pontelagoscuro il 25 Agosto.

1167 – Con la Rotta Siccarda si forma il gran braccio del Po di Venezia. Il popolo di Ficarolo, nemico di quello di Ruina, tagliò l'argine del Po mentre era gonfio per consiglio di certo Sicardo. Si produsse da tal rotta il gran braccio del Po che passa da Pontlagoscuro e va al mare.

1449 - Il 18 aprile il Vescovo Francesco dal Legname, dopo aver visitato la chiesa di Santa Maria Maddalena di Pontelagoscuro Transpadano, attraversa il Po su un ponte di barche per visitare l'ospedale di Pontelagoscuro che trova in buono stato.

1486 - Passa per Pontelagoscuro Antonio da Crema dell'antica famiglia mantovana dei Crema che si sta recando in pellegrinaggio al Santo Sepolcro. Nel resoconto del suo viaggio racconterà poi che il ponte sul Po era stato distrutto dalla recente guerra del 1483.

1510 - Il Po ghiaccia e lo attraversano a piedi cinquemila soldati francesi diretti alla Mirandola.

1643 - Durante la guerra dei Barberini, l'esercito pontificio, costituito in gran parte da cittadini ferraresi, dopo aver cannoneggiato Pontelagoscuro e varcato il Po su di un ponte di chiatte, s'impossessò delle trincee nemiche ed ebbe la vittoria

1655 - Il 23 novembre entrò nello Stato Pontificio, con il grande seguito di alti personaggi,per recarsi a Roma, Cristina figlia del Re di Svezia Gustavo Adolfo. Per la circostanza tra Pontelagoscuro e Santa Maria Maddalena venne costruito un ponte di barche attraverso il Po.

1775 - Il Po gelava a febbraio dall'una alla altra sponda permettendo l'attraversamento.

1778 - Il Po gelava anche in questo freddissimo invervo dall'una alla altra sponda, unendole.

1782 - Il 20 maggio il Pontefice Pio VI di ritorno da Vienna attraversa il Po a Pontelagoscuro su di un ponte di barche provvisorio realizzato con 45 grosse barche.

1788 - Il Po gelava dall'una alla altra sponda permettendo l'attraversamento

1796 – Il 21 ottobre venne a Pontelagoscuro Napoleone che, dopo breve sosta con una scorta di dragoni, varcava il ponte di chiatte sul Po. In seguito passarono una divisione di fanteria ed un reggimento di cavalleria.

1799 - Il 10 giugno il generale Clenau ordinò la costruzione di un nuovo ponte di barche sul Po a Pontelagoscuro per avere una pronta e sicura ritirata in caso di bisogno, perché il generale francese Macdonald avanzava con un corpo di oltre 45000 combattenti.

1799.-.Il 13 giugno arrivarono a Ponte circa 20 carriaggi che vollero passare subito il Po scortati da uno squadrone di cavalleria, nonostante il fiume fosse in massima piena ed il ponte non fosse completamente terminato.

1800.-.Il 28 giunse la divisione del generale Somariva che passò il Po con carriaggi e cannoni, marciando verso Padova. La mattina del 29 dicembre venne distrutto il ponte di barche sul Po a Vallonga e le barche che lo componevano furono portate a Pontelagoscuro ed iniziarono dei preparativi per rifare il ponte di barche in faccia alla via Coperta.

1801 - Il 2 gennaio viene sospeso il lavoro del nuovo ponte di barche sul Po che si era cominciato il 31 dicembre. La mattina del 4 viene riprende il lavoro che però viene subito nuovamente sospeso. Poi 160 soldati partirono per Crespino e tutto il rimanente della guarnigione attraversa il Po su due passi doppi e giunti in mezzo al Po tagliarono le funi e andarono dietro alle altre barche prima partite.

1808 - Il 21 di dicembre ghiaccia il Po a Pontelagoscuro e rimane ghiacciato fino al 28

1820 - Il 13 gennaio ghiaccia il Po a Pontelagoscuro

1857 - Il primo febbraio ghiaccia il Po da Occhiobello a Polesella.

1858 - Durante la notte fra il 13 ed il 14 gennaio si ghiacciava il Po per un tratto di 70 km. A Pontelagoscuro lo spessore, era tale che si facevano passare sopra branchi di bestiame, botti, palle di canapa

1863.- Dal febbraio la linea ferroviaria Bologna-Ferrara viene prolungata fino a Pontelagoscuro.

1863 - Filippo Mainardi gestisce il ponte di chiatte che unisce Santa Maria Maddalena a Pontelagoscuro attraversando il confine fra il Regno d'Italia ed il Veneto ancora soggetto all'Austria.

1864 - Il 19 di gennaio ghiaccia il Po a valle di Pontelagoscuro e rimane ghiacciato fino al 27.

1866 - Il 24 giugno un corpo d'armata, già accampato nella tenuta Parco sotto il comandante Generale Cialdini, costruiva 5 ponti a chiatte attraverso il Po di fronte a Pontelagoscuro.

1866 – Il 20 novembre si inaugura la tratta Pontelagoscuro-Rovigo attraversando il grandioso ponte in legno. l'Ing. Cannellutti curava la costruzione sul Po di un ponte in legno provvisorio che in tre mesi viene costruito per la ferrovia. E' lungo 378 ml. composto da 15 travate e congiunge il Veneto col resto d'Italia.

1866 - Il 21 novembre S. M. Vittorio Emanuele II transita per ferrovia sul grandioso ponte in legno attraversante il Po a Pontelagoscuro inaugurato il giorno precedente. Il Re, accompagnato dai principi e dal generale La Marmora, di ritorno dal suo solenne ingresso in Venezia si fermava alla stazione di Pontelagoscuro sfarzosamente addobbata.

1869 – In marzo inizia la costruzione di un ponte ferroviario in ferro attraverso il Po tra Pontelagoscuro e Santa Maria maddalena per sostituire in via definitiva il ponte provvisiorio in legno .

1870 - In giugno una squadra di allievi della Scuola d'applicazione per ingegneri in Torino visita il ponte provvisorio in legno sul Po per la ferrovia Bologna-Padova e gli interessanti lavori, ad aria compressa, per le fondazioni del ponte definitivo in ferro lungo 428 ml, che la Società Ferroviaria Alta Italia sta costruendo a Pontelagoscuro.

1871 - In ottobre viene inaugurato il ponte in ferro che costò 3 milioni e due anni di lavori svolti da una società francese. Il 26 ottobre viene inaugurato il ponte in ferro. Sui binari vengono fatte sfilare dodici locomotive ognuna delle quali aveva un suo nome. I nomi erano: Scintilla, Cervo, Bentivoglio, Magnolia, Orazio, Luna, Massa, Mortara, Piacenza, Bologna, Roma e Freccia.

1872 - In luglio viene demolito il ponte provvisorio in legno costruito sul Po per la linea ferroviaria Bologna-Padova.

1877 – In maggio i lavoratori che attraversano il ponte sul Po all'alba e ritornano al tramonto sono esentati dal pagamento dei tre centesimi di pedaggio. Sei lavoratori di Santa Maria Maddalena avendo finito il lavoro a Pontelagoscuro a mezzogiorno tornano a casa e vengono denunciati. Il Sindaco di Pontelagoscuro intervenne ritenendo che non fosse giusto che gli operai dovessero aspettare la sera per essere esentati dalla tassa, passando così un mezza giornata in ozio, invece di utilizzarla nel proprio paese a pro delle loro famiglie ed in seguito la denuncia fu ritirata.

1879 - Il 9 di dicembre iniziano a scendere dei ghiacci galleggianti lungo il Po, il 16 ghiaccia e rimane ghiacciato fino al 3 gennaio 1880 tanto da renderlo viabile dall'una all'altra sponda.

1889 - Il Governo rigetta un ricorso dell'amministrazione dei Comuni di Occhiobello, Fiesso e Canaro che chiedevano l'abolizione del balzello sull'attraversamento del ponte di chiatte che unisce Santa Maria Maddalena a Pontelagoscuro.

1891 - Il 25 di gennaio ghiaccia il Po da Occhiobello a Pontelagoscuro e rimane ghiacciato fino al 28.

1893 - Il 20 di gennaio ghiaccia il Po da Vallunga all'idrometro di Pontelagoscuro e rimane ghiacciato fino al 31.

1909 - In maggio la Deputazione Provinciale di Fderrara appalta la costruzione del ponte stradale in ferro fra Santa Maria Maddalena e Pontelagoscuro.

1911 - In maggio iniziano i lavori per la costruzione del ponte forgiato, per gli elementi in ferro, dalla piemontese Società Nazionale Officine di Savigliano. Il progettista è l'ingegnere capo della Deputazione Provinciale di Ferrara Giovanni Boicelli.

1912 - L'11 aprile è inaugurato il nuovo ponte in ferro, che ha decorazioni in ferro battuto che ornano i due ingressi e che rappresentano rami di quercia e di alloro che rinserrano gli stemmi affiancati delle due Province. Le decorazioni sono opera del ferrarese Augusto de Paoli che eseguì, nel 1904, la cancellata, costituita da rami di girasole, della villa Melchiori di Viale Cavour a Ferrara.

1929 - In febbraio vi è una ondata di freddo senza precedenti in tutta Europa. Pontelagoscuro è il punto più freddo della Pianura Padana. [16] La temperatura minima è di -21° e viene raggiunta nella notte del 18 febbraio; molte persone si recano a Pontelagoscuro per osservare il Po completamente ghiacciato

1934.- Il ponte ferroviario inaugurato nel 1912 viene interessato da lavori di rafforzamento delle strutture.

1944 - In giugno, in luglio ed in particolare il 23, 26 e 28 agosto, i bombardamenti radono al suolo il paese, abbattendo sia il ponte ferroviario che quello stradale e mettendo fuori uso le fabbriche. Il 3 luglio c'è la prima delle grandi incursioni aeree che raderanno al suolo l'intero paese. Ne seguono 19 fino alla fine di agosto e altre sporadiche, fino a novembre.

1945 - Il 27 aprile i genieri sud africani dell'VIII^ Armata inglese iniziano la costruzione di un ponte Bailey ad uso militare di trasporto delle truppe 15 metri a monte di quello distrutto. Il ponte è costituito da 17 travate metalliche di 24 ml. E per alcuni anni successivi assolse ad una funzione civile.

1948 - Il 17 marzo 1948 un pilone del ponte ferroviario si sposta a causa della piena del Po.

1949 – Il 16 luglio viene inaugurato il nuovo ponte in ferro opera più importante insieme alla galleria di Monselice sui 123 km della linea Bologna -Padova.

1986 - Il ponte ferroviario viene innalzato di 60 centimetri per evitare pericoli durante le piene.

2001.- Viene completata la costruzione del ponte ferroviario in affiancamento di quello del 1949 con lo stesso numero di campate ma ad una quota di 3 ml più alta.

2006.- Viene ristrutturato il ponte ferroviario del 1949 e portato alla stessa quota del ponte ferroviario del 2001.

2008 - In agosto la Provincia e il Comune di Ferrara firmano un protocollo d'intenti con la Provincia di Rovigo e il Comune di Occhiobello per la realizzazione di un nuovo ponte sul fiume Po.

2018.- Da maggio viene interrotto il traffico sul ponte stradale per procedere ai lavori di manutenzione straordinaria delle strutture, viene riaperto alla fine dell'estate.





11 giugno 2025

LUNGO LA VALLONGA - 4^ PARTE - LA FORNACE E VILLA ADA

 Proseguiamo lungo la via Vallelunga e, all'atezza degli insediamenti abitativi di recente costruzione, individuiamo sulla destra l'area dove fino agli anni ottanta c'era la Fornace (fig.20). Venne costruita tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del novecento dai Navarra, l'importante famiglia di latifondisti e nel tempo la proprietà cambiò più volte fino alla dismissione. La fornace, già dalla costruzione, era all'avanguardia per la tecnologia produttiva, fu infatti una tra le prime ad adottare il sistema di cottura dei laterizi del tipo Hoffmann a ciclo continuo che, brevettato nel 1858, introdusse una importante innovazione nella produzione dei laterizi.

fig.20 - La fornace prima della demolizione

L'opificio era posto al centro di una grande area estrattiva dove veniva reperita la materia prima grazie alla presenza, poco al di sotto dello strato superficiale del terreno, di un importante strato argilloso. La fornace doveva soddisfare la forte richiesta di materiale edilizio per la continua e progessiva espansione di industrie e abitazioni in quella che era al tempo la principale zona industriale di Ferrara. Nel 1953 nella cava della fornace venne alla luce, ad alcuni metri di profondità, il relitto di una imbarcazione del tipo sandòn che già in epoca romana veniva impiegato nella costruzione di mulini galleggianti e fu datato come non posteriore all'anno mille.

Riprendiamo il percorso lungo la via Vallelunga fino alla fine dell'abitato e passata la cabina di trasformazione, sulla sinistra, scorgiamo al centro di una azienda agricola, l'elegante presenza della casa padronale conosciuta come Villa Ada (fig.21).


fig.21 - Villa Ada tra le due guere


fig.22 - Villa Ada odierna vista dall'alto

Costruita a partire dal 1925 da un progettista di Venezia per il conte Tretti, grande latifondista di Vicenza.

La villa, al centro di una vastissima possessione di circa 200 ettari, era completamente auto sufficiente e aveva, vicino alla casa padronale: il forno, l'officina meccanica, la stalla porticata, la chiesetta, la casa del fattore, quella del boaro e le dipendenze dei lavoranti.

Il gusto architettonico richiama all'Art Decò in alcuni ornamenti ora cancellati, come il fascione decorato a tempera con il motivo ricorrente della spiga, inoltre vi si notano molti rimandi palladiani, come il portico e le caratteristiche barchesse venete. Si può ancora notare, sulle pareti della villa, la sigla TTT che sta per Tre-TTi, la stessa era impressa anche sui portali delle fattorie poste sui poderi della possessione: la Patuzza, il Casino, la Sbarra, Grande e Lucia.

LUNGO LA VALLONGA - 3^ PARTE - IL CIMITERO E VILLA NAVARRA

 

Attraversato il canale Boicelli sul ponte Bardella (1923-1925) chiamato così dal nome della tenuta “La Bardella” che attraversava, inizia la via Vallelunga e, ancora sulla sommità arginale, prendiamo la prima strada a sinistra che porta al cimitero di Pontelagoscuro (fig.13).


Fig.13 - Progetto della cella mortuaria del cimitero di Pontelgoscuro - 1930



fig.14 - cimitero di Pontelagoscuro oggi

Il cimitero venne progettato da Durante Gostoli, ingegnere capo del Comune di Ferrara e edificato nel 1930 a seguito della necessità di disporre di un campo di inumazione più capiente e in un'area più adeguata e sicura.

Il vecchio cimitero del borgo Tavernello si trovava in un'area poco distante dalla Chiesa Parrocchiale del 1600, ma non permetteva ulteriori ampliamenti e la sua collocazione in adiacenza al corso del fiume non dava garanzia di sicurezza.

Di fianco al cancello di ingresso al camposanto troviamo una chiesetta conosciuta come il Chiesolino (fig.15).

La costruzione venne commissionata da Beatrice Arnoffi in ottemperanza a una disposizione testamentaria del marito, il Conte Pietro Braghini Rossetti, morto nel 1914 che, quando era ancora in vita, aveva istituito un' Opera Pia a favore dei poveri del paese.

L'Opera Pia nel tempo si adoperò alla realizzazione di molte strutture benefiche e alcune sono ancora esistenti, oggi continua la sua opera benefica come Fondazione Braghini Rossetti.


fig.15 - Il Chiesolino del cimitero

fig.16 - Progetto del chiesolino del cimitero

La chiesetta venne progettata nel 1933 da Enrico Alessandri (fig.16), giovane architetto toscano del Comune di Ferrara che, in osservanza delle indicazioni ricevute (molto probabilmente lasciate dallo stesso conte Pietro), elaborò il progetto rifacendosi alla tradizione ferrarese e riproponendo diversi esempi di architettura sacra del primo qattrocento ferrarese, privileggiando nella costruzione l'utilizzo del mattone cotto. Nel prospetto si nota un'insieme di vari stili, infatti vi sono inserite diverse tipologie che si rifanno a vari portali, rosoni, pinnacoli e finestroni ogivali delle chiese ferraresi di S. Gregorio, S. Giuliano, S. Agnese, S. Giacomo e S. Pietro. Nella possibilità di accedervi, con il permesso della Parrocchia di Pontelagoscuro che ne ha la cura, è possibile ammirare all'interno il monumento funebre marmoreo della famiglia Braghini Rossetti (fig.17).


fig.17 - Monumento funebre della famiglia Braghini – Rossetti

L'opera è di Giovanni Pietro Ferrari (1916), inizialmente, con deroga della Curia, era stato in collocato all'interno della chiesa parrocchiale del 1600.

I Braghini erano un ramo della nobile famiglia Rossetti, Conti di Cannetole e di Valdalbero e Marchesi del Sacro Romano Impero. Discendevano infatti da Domenico Rossetti, figlio di Sigismondo detto il Braghino dal cognome della madre, che visse a Pontelagoscuro nei primi anni del XVII secolo.

Dal cimitero, ripercorrendo la strada arginale, ritorniamo sulla via Vallelunga. La seconda abitazione che incontriamo lungo la via, al civico numero 8, è la Villa Navarra (fig.18). Realizzata nel 1914, si ispira nella struttura e per il caratteristico intonaco rosso cupo, allo stile delle case padronali della Bonifica Ferrarese. Venne fatta edificare da Severino Navarra (Ferrara 1847-1921), erede di una importante famiglia di latifondisti e proprietario di un vasto fondo che si estendeva tra la Vallelunga e il fiume Po.



fig.18 – villa Navarra attuale

fig.19 - Villa Navarra tra le due guerre


LUNGO LA VALLONGA - 2^ PARTE - DAL BOSCHINO AL CANALE BOICELLI E LE ARCHITETTURE

 Il percorso si snoda per circa due chilometri in sede stradale, per la maggior parte sul marciapiedi o nelle corsie dedicate ai pedoni o lungo il ciglio di strade dove per alcuni tratti non è consentita o è limitata la circolazione di veicoli. Il punto di partenza per la passeggiata si trova sull'incrocio con semaforo tra la strada statale 16 Adriatica (via Padova) , la via Savonuzzi, a destra provenendo dalla città, che entra a Pontelagoscuro e la via Giovanni Romito a sinistra, che attraversa il quartiere Boschino.

    Siamo nel Borgo Boschino e percorriamo via Giovanni Romito fino all'incrocio con la prima trasversale a destra, via Luciano Bottoni. Dopo il primo edificio d'angolo incontriamo l'entrata posteriore che immette al cortile interno del condominio chiamato il Palazzone (1929-30) che venne soprannominato il “Vaticano” per la sua mole e per la vasta articolazione interna, questo fu uno tra i primi edifici di edilizia popolare realizzato a favore della manovalanza impiegata nelle numerose industrie sorte nel paese a partire dalla fine dell'800.

Si prosegue su via Bottoni fino all'incrocio con via del Boschino che si percorre tutta fino all'incrocio con la Statale via Padova e dove, al numero civico 267, si trova il Villino Ippoliti (1929). L'abitazione singola è arricchita da fasce floreali in cemento sopra le finestre e da un grazioso balcone sorretto da capitelli liberty (lo stesso motivo venne ripreso dall'architetto Ciro Contini nel villino di viale Cavour a Ferrara) il cui progetto è da attribuirsi all'architetto Agenore Pezzi.

                           

                           
Villino Ippoliti nel dopoguerra Villino Ippoliti attuale

Agenore Emanuele Luigi Pezzi, era nato a Pontedera il 07 ottobre 1888, la sua famiglia si trasferì a Pontelagoscuro quando era ancora piccolo. Pezzi studiò da geometra e successivamente si diplomò professore di architettura all'accademia delle Belle Arti a Bologna. Venne identificato come architetto“modernista” e siglò con efficacia la Belle Epoque paesana rifacendosi anche a mode estere, ma con buon gusto e dignitosa professionalità. Sposò la pontesana Jole Rosa e fu prolifico progettista per la borghesia e l'imprenditoria locale, tra le sue più importanti ralizzazioni a Pontelagoscuro ricordiamo l'albergo Croce Verde, l'albergo Moderno, il ristorante-albergo da Pietro, la sede del Circolo Cacciatori, il cinema teatro, la sede della Pubblica Assistenza, l'asilo e diverse abitazioni di privati.







A parte alcuni immobili ancora esistenti (villino Romanelli in via tavernello, la sede della Guardia di Finanza sulle strutture del circolo Cacciatori), di quegli edifici non rimane che qualche traccia essendo stati distrutti dai bombardamenti anglo-americani nella seconda guera mondiale.

Proseguendo lungo la statale via Padova in direzione Ferrara troviamo, attigua e confinante con il villino, Casa Franchini al n.263, edificata nel 1929, più contenuta e semplice nello stile ma che, a causa di successivi interventi di ammodernamento, ha perso molte delle caratteristiche originarie.



Progetto tipologia villino 1930 Casa Franchini attuale

Si continua il percorso lungo la via Padova e, adiacente e confinante con la Casa Franchini, ritroviamo il Palazzone (detto il Vaticano) di cui possiamo ammirare l'imponente prospetto anteriore.

Il grande edificio progettato molto probabilmente dal Comune di Ferrara, segue la necessità dei tempi, infatti le costruzioni delle case popolari nascono con un provvedimento di politica sociale del 1903 a beneficio dei ceti meno abbienti. Da notare come sia ben distante dal concetto di abitazione dell'architetto Pezzi che rifiutava il concetto di casa-alverare, per privilegiare l'ideologia della casa unifamiliare, salubre e dall'evidente caratteristica decorativa.

Il Palazzone detto “Il Vaticano”, l'attuale prospetto anteriore

                                 

Il Palazzone detto il Vaticano in una immagine tra le due guerre

Proseguiamo sulla statale 16 via Padova fino al semaforo e proprio sull'incrocio con la via Romito troviamo l'edificio in angolo chiamato la Palazzina (1920), fatta edificare dal tipografo Emanuele Masoli originario di Fiesso Umbertiano che vi aveva stabilito, oltre alla propria residenza, un grande laboratorio tipografico già allora operante su scala industriale.

La Palazzina, laboratorio tipografico Masoli 1920, come è attualmente

Riprendiamo il percorso in via G. Romito che percorriamo fino al termine, contro l'argine dell'importante via d'acqua che collega il fiume Po al Volano e che porta il nome del suo progettista, l'ingegner Giovanni Boicelli.

Lavori di escavazione del canale Boicelli e costruzione della Biconca

di Navigazione tra il Fiume Po e il Volano

Giovanni Boicelli, nato a Vigarano Mainarda il 6 novembre 1857, fu dal 1908 ingegnere capo della Provincia di Ferrara, le sue opere più importanti realizzate a Ferrara furono il progetto del canale di collegamento tra il fiume Po con il Volano (1914), e il progetto del ponte in ferro sul fiume Po fra Pontelagoscuro e Santa Maria Maddalena (1912).

Il Po di Volano è un'ex ramo deltizio del fiume Po che si separa dal corso principale in destra idrografica all'altezza di Stellata di Bondeno per attraversare la città di Ferrara e proseguire fino alla foce in Adriatico presso il lido di Volano.

In epoca medievale era il corso principale del fiume Po fino alle rotte di Ficarolo tra il 1152 e il 1155, lo storico Giovanni Bedani attribuisce invece la deviazione del corso principale del fiume alla rotta Siccarda del 1167, provocata dalla popolazione di Ficarolo.


LULGO LA VALLONGA - 1^ PARTE - LA STORIA

 

PASSEGGIATA IN VALLELUNGA

Una passeggiata che ha lo scopo di fare conoscere la storia un insediamento meno noto rispetto al paese di Pontelagoscuro di cui fa parte, ma che ha origini storiche molto lontane. Un antico borgo che é sopravvissuto alle vicissitudini del tempo e attualmente è un importante rione del paese.

Il paese di Pontelagoscuro, oggi frazione del Comune di Ferrara, era un Appodiato sotto lo stato Pontificio era cioè autonomo e indipendente con una propria amministrazione. Dalla sua fondazione (nelle “Memorie” il Frizzi sostiene l’esistenza di un privilegio, datato 1055, donato ai ferraresi dall’imperatore Enrico II.

In tale documento si trova citato il termine “Actum ad Pontem“, che egli individuò nella località di Ponte di Lago Scuro) ha sempre avuto grande peso nel sistema viario, fin dai tempi dell'impero romano, nei secoli successivi ha assunto particolare importanza come centro stategico per le comunicazioni prima fluviali, poi stradali e infine ferroviarie.

Il Lago Scuro con i suoi forti fu un solido baluardo per gli Estensi, divenne per lo Stato Pontificio Ponti Obscuri Lacus, il Porto Franco e frontiera di stato e infine, costituì uno dei principali insediamenti industriali e commerciali di Ferrara fino alla seconda guerra mondiale. Questa passeggiata si sviluppa per tappe successive che toccano e mostrano ciò che ancora oggi rimane di questo angolo di storia locale, a partire dall'originaria e antica Vallonga che diviene nel tempo la Vallelunga e tale rimane fino quando, dopo la seconda guerra mondiale e con la nuova identificazione e ricostruzione del paese, viene identificata semplicemente come via Vallelunga.

foto aerea di Pontelagoscuro del 1935, nel riquadro la Vallelunga

La Vallonga” viene citata in documenti e cronache a partire dal 1300, come ci riporta anche il cavalier Antonio Dolcetti, figura non secondaria del nobilitato borghese di Pontelagoscuro, nelle sue “Memorie storiche compilate al Ponte Lagoscuro da un suo abitante - tomo primo”, scritte tra il 1796 e il 1801.

Nella parte prima di quelle cronache viene riportata una elencazione temporale di fatti storici e salienti a partire dal 1055, accompagnati dalla nota dell'autore “ho scartabellato quanto ho potuto né storici ferraresi”, e tra quelle cronache compaiono due trascrizioni:


“A.D. 1320 - in un rogito di Valentino Rossi del 3 giugno 1320 si fa menzione di una chiesa parrocchiale posta in luogo detto Sandone di Vallonga, soggetta però alla Pieve di Santo Steffano di Bolonitico, ora Arcipretura di Stienta; dedicata alla Beata Vergine Maria, e fu distrutta dal Po.”

“A.D. 1616-1621 - Oratorio di Vallonga - alla parocchiale è sottoposto l'oratorio della Beata Vergine in Vallonga, eretto a proprie spese da Agostino Diani.”

L'oratorio della Beata Vergine rimane tale, anche per le cure dei fedeli, nei secoli e, dopo la alla fine seconda guerra mondiale, che aveva distrutto la grande chiesa parrocchiale di Pontelagoscuro, sopperì per anni a tale mancanza diventando il luogo di culto dove il parroco del paese, don Angelo Cavallini, celebrava le funzioni religiose. Mantenne quell'importante compito fino alla costruzione e consacrazione, nel luglio 1958, della nuova chiesa nel paese ricostruito più a sud del sito originario.


Oratorio della Beata Vergine Maria - Sandone della Vallonga

Gli insediamenti civili della Vallelunga partono dal rione Boschino, l'agglomerato di edifici che si trova all'inizio, in fregio alla strada statale. Durante la seconda guerra mondiale sono stati toccati solo marginalmente dai bombardamenti aerei alleati, che hanno colpito pesantemente Pontelagoscuro, che invece si sviluppava a ridosso del fiume, radendolo quasi completamente al suolo (le stime post-belliche riportano la distruzione del 98% del paese, secondo per solo a Montecassino). Le incursioni aeree alleate nel 1944 (più di trenta) avevano per obiettivo la distruzione dei ponti, stradale e ferroviario sul fiume Po, che permettevano i collegamenti sulle linee di rifornimento per il fronte, allora tenuto dall'esercito tedesco lungo la linea Gotica. Inoltre anche le fabbriche site nel paese, che erano state convertite nella produzione di materie per l'industria bellica, erano obiettivi strategici dei bombardamenti aerei. Il rione Boschino era distaccato dall'agglomerato principale del paese, dove invece si erano sviluppati gli insediamenti industriali e logistici, pertanto fu colpito e distrutto solo in parte, tanto che possiamo ancora vedere alcuni degli edifici costruiti a partire dai primi anni del 1900 e anche gli insediamenti agricoli e le opere urbanistiche realizzate tra le due guerre mondiali.