La Prima Guerra Mondiale fu uno dei conflitti più devastanti della storia moderna, quasi dieci milioni di soldati morirono durante le ostilità, più che in tutti i conflitti avvenuti nei cento anni precedenti messi insieme, all'Italia causò circa 650.000 morti e oltre un milione di feriti.
La Prima Guerra Mondiale favorì anche importanti innovazioni tecnologiche, soprattutto nel campo militare. Nuove armi fecero la loro comparsa, trasformando radicalmente le tattiche di guerra.
La guerra portò a sviluppi in settori come le comunicazioni e tra queste, uno fra più importanti, fu il fenomeno della posta che fu trainante per abbassare l'indice di analfabatismo.
Parlare di lettere e cartoline postali oggi, in questa epoca di globalizzazione, dove la tecnologia delle comunicazioni ha raggiunto risultati eccezionali, ci riporta indietro con la mente a un lontano passato, quando l'uso di carta, penna e calamaio era molto diffuso.
Nei tempi frenetici in cui stiamo vivendo, l'uso del cellulare e di altri mezzi multimediali è un dato di fatto che ha spezzato la fantasia e spento la voglia di comunicare i sentimenti in maniera romantica e ponderata, che obbligava a pensare ogni parola facendola scorrere nella memte per poi riportarla su una semplice lettera.
Negli anni dal 1915 al 1918, durante la grande guerra, i soldati scrivevano stando in trincea sotto il fuoco nemico oppure prima di un attacco, quante volte quei fogli venivano rinvenuti incompiuti ma ripiegati con cura e amorevolezza nel taschino della divisa
Scrivere e ricevere notizie divenne subito una necessità impellente la cui importanza venne compresa prontamente dai responsabili militari.
La solitudine della trincea il trauma dei combattimenti, che in tanti provocarono gravi malattie mentali, andavano condivise con le persone affettivamente più vicine, così come ricevere notizie faceva sentire vivo il legame col mondo normale, anche poche righe erano in grado di cambiare il corso della vita dei molti che rischiavano di perderla ogni giorno,
Eppure non era facile scrivere, molti non lo sapevano fare e dovevano domandare aiuto come per leggere le lettere ricevute.
Prima della Prima Guerra Mondiale l'Italia aveva un tasso di analfabetismo molto alto, con oltre il 40 per cento della popolazione che non sapeva leggere e scrivere.
Questo valore era significativamente superiore rispetto a molti altri Paesi europei, come Germania, Austria e Paesi del Nord Europa, dove l'analfabetismo era intorno al 10 per cento.
Un dato molto elevato, con circa 43 italiani su 100 incapaci di leggere e scrivere, evidenzia la grande sfida dell'alfabetizzazione in Italia prima della guerra.
La legge sull'istruzione elementare obbligatoria era stata emanata e dal 1911 la scuola elementare era diventata statale, tuttavia, l'abitudine a frequentare la scuola non era ancora radicata in tutte le regioni, soprattutto nelle aree più rurali e povere.
L'analfabetismo era particolarmente diffuso in alcune regioni, come Sardegna, Calabria e Sicilia, dove i tassi raggiungevano punte del 90 per cento, mentre era inferiore in regioni come Piemonte e Lombardia.
L'alto tasso di analfabetismo era legato a diversi fattori, tra cui la povertà, la distanza geografica tra le scuole, la mancanza di risorse e l'ostilità di alcune famiglie verso l'istruzione, specialmente femminile.
L'analfabetismo aveva un impatto significativo sulla capacità di comunicare e di comprendere le comunicazioni ufficiali, e anche sul processo di mobilitazione e di integrazione dei soldati nelle trincee.
La prima Guerra Mondiale fu il primo e più importante vettore di comunicazione e emancipazione dell'alfabetizzazione in Italia, più di quanto avesse fatto prima di allora la scuola.
Il conforto di poche righe scambiate con i familiari rappresentò per i militari un alimento dello spirito, indispensabile per reggere a una sfibrante guerra di posizione, nella quale gli elementi psicologici giocavano un ruolo di primo piano.
Nelle tante lettere dalla trincea, scritte con la matita copiativa e con il sottofondo dello scoppio delle granate, ad una lettura odierna, nella maggior parte, appare chiara la fatica di dover tradurre in italiano l'uso del linguaggio locale, del dialetto, lingua materna, voce del cuore e della mente e il modo di esprimersi è molto semplice, le lettere riportano spesso vari errori di grammatica e di ortografia.
Teniamo ben presente che pochi, a quei tempi, avevano frequentato la scuola, molti erano analfabeti e tanti soldati mandavano a casa notizie per mezzo dei propri ufficiali che scrivevano per loro e anche chi riceveva lettere dal fronte, in tanti casi, doveva quasi sempre ricorrere al parroco che gliele leggeva.
In quelle missive, per non preoccupare i cari lontani, i soldati cercavano di minimizzare i pericoli, raccontando le loro storie (fermo restando i limiti imposti dalla censura), il loro coraggio e le loro paure, chiedendo notizie della campagna, delle bestie, della terra.
Quante cose si possono cogliere tra quelle semplici righe: l'angoscia, la paura, i disagi della trincea, i morsi della fame, la sofferenza della sete, il peso della lontananza da casa, il desiderio di una breve licenza. In quelle cartoline emerge il bisogno di rivedere i propri cari, la moglie, i figli piccoli, i genitori.
I fatti di casa sono importanti quanto la vita, e poco importa come si dicono queste cose, poco importa se la lingua italiana ne esce mutilata, storpiata, tradotta, adattata al pensare alla lingua madre, il dialetto.
E' poca cosa al confronto con la violenza a cui è sottoposto il povero soldato-contadino, avvezzo alla comunicazione orale, quasi ignorando quella scritta e per di più alle prese con una lingua per lui a volte straniera. Quando mai aveva avuto la necessità di scrivere a casa, se mai prima di allora si era allontanato?
L’aspetto della guerra che più frequentemente si ritrova nella corrispondenza, raccontato direttamente senza mediazioni, riguarda la quotidianità della vita del soldato. Privazioni e angustie patite al fronte vengono descritte soffermandosi soprattutto sui dettagli materiali: il tormento della pioggia, del fango e del freddo, la sporcizia, la convivenza con pidocchi e topi.
E’ la guerra di trincea fatta di progressivo abbrutimento, generato dall’essere costretti a vivere rintanati in stretti e tortuosi cunicoli scavati nella terra, nella roccia o nella neve.
La contaminazione più raccapricciante, che non di rado ha determinato profonde turbe di tipo psicologico fra i sopravvissuti, è quella tra vita e morte. Spesso, infatti, i soldati, dato che talvolta la distanza dalle trincee nemiche arriva a essere di pochi metri, sono costretti a convivere con i cadaveri, magari dei loro stessi compagni,
Nella guerra di trincea e logoramento le artiglierie svolgono una funzione fondamentale dal punto di vista strategico, ma producono un effetto dirompente nell’esperienza percettiva dei soldati. Il martellamento dei bombardamenti che precede ogni assalto può durare giorni interi, rovesciando sulle trincee tonnellate di esplosivo che polverizzano uomini e cose fino a modificare permanentemente l'aspetto del territorio.
I fanti non possono far altro che rimanere rannicchiati e immobili, immersi in un rumore assordante, sperando che il prossimo colpo non arrivi troppo vicino, il fragore delle esplosioni diventa così un elemento costante della vita in trincea.
Zona di Guerra 15 luglio 1916
Mia carissima madre,
le giornate le trascorro sentendo urla di dolore delle persone a me care, ogni giorno combatto contro la morte, e ogni giorno vengo svegliato dal suono del fucile. La guerra è crudele e molti miei compagni sono stati uccisi in trincea, sono costretto a sparare a giovani innocenti solo perché hanno un colore della divisa diversa dalla mia. Molte persone muoiono di fame e di freddo perché il cibo è scarso e il freddo è insopportabile. Tutti i giorni si sentono boati di bombe che frantumano i nostri territori e molte persone innocenti muoiono, io, invece, per sopravvivere sono costretto a sparare per non essere ucciso. Sono stanco di sentire le urla di dolore, stanco di vedere morti davanti i miei occhi, stanco di sentire boati nelle mie orecchie, stanco di sopravvivere avendo i rimpianti di avere ucciso, vorrei morire solo per avere la pace e abbandonare quel rimpianto che da anni mi perseguita, un abbraccio e un bacio.
Lorenzo
soldato Lorenzo Tagliabosco, 92° reggimento fanteria, brigata Basilicata
morto a Bosco Cappuccio il 12 settembre 1916
San Pietro di Morubio 9 maggio 1917
Carissimo figlio
Il giorno 8 ho ricevuto la tua cartolina e quella di tuo fratello che mi assicura che gode di buona salute anche lui, e così godo anche io a sentire con piacere di queste nuove e così ti assicuro anche della mia e con me i parenti e gli amici tutti ti mandano i più cari saluti. Non mi allungo a dirti della stagione che abbiamo, è stata ora calda ora fredda. Passo a salutarti con tutto il mio cuore, il cuore di padre. Ti prego di passarvi parola tra fratelli e scrivi più presto che puoi, oggi stesso scrivo anche a lui. Baci e saluti da tuo padre.
Il padre del soldato Lino Ferrari, Battaglione complemento, 2° compagnia, brigata Tanaro, Zona di guerra
Zona di Guerra 29/8/15
Carissimi genitori.
Vi rispondo subito alla vostra desiderata lettera, e sono molto contento che vi trovate
tutti in buona salute, e cosi pure anche me. Cara mamma, noi qui siamo sempre sotto al fuoco nemico ma speriamo che andra sempre cosi, lasciando da parte tutte le fatiche che facciamo su questi brutti monti, io il corraggio non mi manca ma la morte è sempre vicina. Piu di tutto mi rincresce della morte del mio amico Paolino che voi mi dite che è caduto il 2 di questo mese. O ricevuto una cartolina della famiglia Codari e sono molto contento. Altro non o niente da dirvi solo che salutarvi tutti in famiglia, salutate Adolfo Ida e Maria Ciech e Angioletta la zia Gina e famiglia e tutti gli amici e voi ricevete una stretta di mano con un treno di baci da vostro figlio Pietro
soldato Pietro Rolfini, 1427° compagnia mitraglieri
morto all'ospedale da campo n°105 a Cormons il 7 febbraio 1916
Zona di Guerra , 28 ottobre 1916
Cari mamma e papà,
Sono io il vostro caro figlio Marcello vi scrivo da una trincea da qualche parte sulle Alpi aspettando la morte improvvisa. Qui sto come un mulo frustato nei campi, vedo compagni cadere come sorci nelle miniere uno dopo l'altro sapendo che dopo toccherà a me. Sentendo le bombe cadere come foglie e compagni urlare dal dolore, penso sempre a voi e alla mia fidanzata Siena che sarà adesso forse ad aiutare il padre visto che il fratello Piero è andato a combattere nelle trincee del Piave. Adesso non sto combattendo, ma sorveglio le misere provviste che sono principalmente di pane secco e acqua non fresca con qualche pezzo qua e là di crosta ammuffita senza formaggio. L'altro ieri non ho chiuso occhio perché l'anonimo nemico ci ha fatto un agguato con i cannoni facendoci rimanerne in allerta senza dormire. Vorrei tanto tornare a casa nel mio comodo letto invece di dormire sulla fredda e bagnata terra come un cane, di usare un vecchio straccio come coperta e lo zaino come cuscino. Spero tanto dì tornare da voi e da Siena, invece di stare qui a soffrire aspettando piano piano di cadere gravemente ferito o di uccidere un altro soldato che sta soffrendo quanto me. Domani vorrei tanto che questa inutile guerra finisse e tutti i soldati amici o nemici tornassero nelle loro case dai loro cari e ricominciare di nuovo la vita di tutti i giorni come una volta.
Firmato Marcello
soldato Marcello Saviani, 43° reggimento fanteria, brigata Forlì
Zona di Guerra 28 settembre 1917
Cari genitori, ormai ho perso il conto dei giorni passati qui. La vita qui non è come mi avevano raccontato. Ogni minuto che passa, muoiono soldati. Sfortunatamente mi hanno posizionato in trincea. Qui non hanno pietà, non i soldati, ma i generali, coloro che ordinano a noi cosa fare. Per tutto questo tempo non ho parlato con nessuno per paura di affezionarmi quel poco che basta per rimpiangere la morte di ogni singolo soldato. Io ho rischiato di morire due volte, o di perdere la gamba. Questi giorni li ho trascorsi in ospedale, dove ho avuto la possibilità di riposare per quanto le ferite sono gravi. Forse mi riportano da voi. Giorno per giorno avevo riempito pagine e pagine intere del mio diario per raccontare la vita in trincea e per far capire ai futuri ragazzi cosa si prova, per convincerli a non fare la guerra! Sfortunatamente una bomba è scoppiata sopra il mio diario! Spero di tornare presto e spero che questa lettera vi arrivi. Salutatemi la mia sorellina.
Armando
soldato Armando Palladini, 2° reggimento genio zappatori
Zona di guerra 11 maggio 1916
Mamma carissima, pochi minuti prima di andare all’assalto ti invio il mio pensiero
affettuosissimo. Un fuoco infernale di artiglieria e di bombarde sconvolge nel momento
che ti scrivo tutto il terreno intorno a noi. Non avevo mai visto tanta rovina. È terribile,
sembra che tutto debba essere inghiottito da un’immensa fornace. Eppure, col tuo aiuto,
coll’aiuto di Dio, da te fervidamente pregato, il mio animo è sereno. Farò il mio dovere
fino all’ultimo.
Tuo figlio Loriano
Soldato Loriano Risardi, 141° reggimento fanteria, brigata Catanzaro
Si spiega in tal modo l'afflusso poderoso di corrispondenza che attraversò l'Italia negli anni di guerra, le lettere dei militari, rappresentarono, grazie al punto di osservazione privilegiato, un veicolo particolarmente appropriato per la ricostruzione della memoria, del vissuto del grande evento bellico,
Nella magioranza dei casi si tratta di una scrittura spesso sgrammaticata e molto eterogenea più impressionistica che organica ma certamente efficace per permettere di comprendere gli stati d'animo dei combattenti nelle vicende delle lettere dal fronte
A distanza di tantissimi anni vi è ancora la possibilità di reperire scritti di quei ragazzi, si tratta di lettere e più spesso di cartoline dei colori sgargianti in franchigia militare su cui troneggia un timbro con la severa scritta “VERIFICATO PER CENSURA”.
La cartolina per i soldati è sempre stata la forma più rapida e più comoda di comunicazione ma certamente date le sue dimensioni obbligava lo scrivente a acrobazie calligrafiche.
Il buon funzionamento della posta militare permetteva il mantenimento del legame esistenziale che non interrompeva il dialogo dei ricordi che, anzi, risolveva i cuori nel turbine della battaglia e aiutava a sopportare il sacrificio e la privazione per continuare e raccontare un altro giorno di vita guadagnato alla morte.
“Quando si era in guerra erano certamente tante le situazioni che davano forti emozioni, ma il momento che arrivava in linea il furiere con la posta era il più atteso.
Non c'era mai un'ora fissa: poteva essere con la distribuzione del rancio, o alla sera quando il fronte era quasi tranquillo, di notte qualche volta!
Ma chi era libero da impegni di servizio si univa al capannello attorno al caporalmaggiore e a mano a mano che chiamava il nome scritto sull'indirizzo ci si affrettava a ricevere quel pezzo di carta che legava affetti lontani; un filo lungo centinaia di chilimetri. Allora ci si appartava a leggere con avidità quelle notizie che con altrettanta emozione erano state scritte.
Speranze, sogni, promesse, delusioni anche. C'era tutto il mondo, un paese, una maniera di vivere in quelle parole tracciate a fatica con penna e inchiostro, e chi non riceveva una cartolina restava in solitudine e tristezza.” Mario Rigoni Stern
Quello che è possibile affermare è che la posta militare in tempo di guerra funzionò a dovere in tutti i suoi settori e se la corrispondenza fu recapitata al fronte sempre con regolarità lo si deve anche allo spirito di sacrificio e negazione di quei soldati addetti allo scambio posta che giornalmente si inerpicavano verso le tremende trincee del Carso o sfidarono l'ira dell'artiglieria austro-ungarica sul Piave.
L’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale produsse effetti rilevanti sui servizi postali, chiamati a un notevole sforzo organizzativo per reggere l’elevatissimo flusso di comunicazioni militari e private tra i soldati al fronte e i loro familiari.
Durante gli anni della guerra due miliardi e 137 milioni di lettere partirono dal fronte verso casa, un miliardo e mezzo dal paese al fronte, 263 milioni di lettere tra soldati, in totale quasi quattro miliardi di lettere: la prima guerra mondiale fu un esperimento di scrittura di massa,
Durante la Grande Guerra, con la mobilitazione del personale maschile e il crescente bisogno di manodopera in tutti i settori, le donne sostituirono gli uomini in molte realtà lavorative, nell’industria come nella pubblica amministrazione.
Negli anni della Grande Guerra si stima siano state almeno 13.000 le donne che lavorarono nel settore delle Poste, dei Telegrafi e dei Telefoni,
Grazie anche a tutto il lavoro svolto durante la Grande Guerra, la popolazione femminile acquisì nuovi diritti, incluso quello di poter lavorare senza dover più chiedere l’autorizzazione del marito.
Quei Quasi 4 miliardi di lettere e cartoline scambiate fra il Fronte e il Paese dal 1915 al 1918, fu un numero impressionante se si pensa all’elevatissimo tasso di analfabetismo e alla difficoltà materiale di scrivere, non solo per le condizioni di vita in trincea, negli spostamenti, nei combattimenti, ma, anche perché spesso non si disponeva né di un foglio di carta né di una matita o altro per poter scrivere.
Per i soldati era prevista la spedizione gratuita “AL PAESE” di cartoline postali, inizialmente tre alla settimana, poi fino a una al giorno. Un’agevolazione che, in alcuni periodi, viene estesa anche alle cartoline in franchigia spedite da soldati a soldati, in zona di guerra.
Per cartolina in franchigia militare si intendeva una cartolina che avesse almeno la scritta“corrispondenza in franchigia” e accompagnata dalla dizione “Regio Esercito Italiano”, oppure dalla scritta “zona di guerra”; o dalla stampa di una bandiera.
La "franchigia postale militare" si riferiva alla possibilità, per il personale militare, di spedire posta senza pagare il normale costo del servizio postale, questo beneficio era regolamentato da bolli o timbri che attestavano la franchigia. In pratica, la franchigia postale militare permetteva ai militari di comunicare con le famiglie e gli amici, durante il servizio, senza costi.
Ai soldati era proibito spedire cartoline illustrate con paesaggi, per evitare che spie nemiche in Italia potessero acquisire informazioni sui luoghi, ed era anche proibito indicare la località da cui si scriveva, si citava un generico “Zona di guerra” per timore che spie nemiche in Italia potessero altrimenti acquisire così informazioni sullo schieramento delle truppe.
I militari in zona di guerra impararono quasi subito, e a loro spese, che gli uffici della censura sarebbero potuti intervenire sulla loro corrispondenza privata e manometterne il contenuto o, in casi più gravi, avviare un provvedimento punitivo. Tutta la posta veniva aperta per verificarne il contenuto e, nel caso essa contenesse notizie di natura militare o espressioni di denigrazione delle operazioni di guerra, di disprezzo o di vilipendio per persone appartenenti alle forze armate, poteva essere sequestrata e i mittenti denunciati all’autorità giudiziaria.
Il numero degli uffici postali esecutivi impegnati in zona di guerra passò, negli anni del conflitto, dai 60-70 iniziali a oltre 130 verso la fine del 1917, uffici postali mobili furono allestiti su camion e dove i camion non potevano arrivare, arrivavano invece speciali uffici di posta militare da campo.
Attrezzature e uomini viaggiavano al seguito delle truppe, spesso a dorso di mulo e per trasportare la posta in alta montagna si ricorreva anche alle slitte.
Il 22 maggio del 1917 con un volo sperimentale sulla tratta Torino-Roma, un aereo trasportò la posta e diversi giornali in 4 ore e 3 minuti.
L’aereo protagonista della trasvolata era un biplano biposto da ricognizione, il pilota era il tenente Mario De Bernardi, asso dell’aviazione, che già aveva ottenenuto due decorazioni al valor militare.
Nel vano anteriore, riservato all’osservatore, trovarono posto 68 chili di posta, cento copie del quotidiano La Stampa e altrettante della Gazzetta del Popolo, sulle quali venne apposto un bollo in rosso per posta aerea.
L’aereo decollò alle 11.27 e, dopo aver allungato per errore la rotta fino a Savona, atterrò a Roma alle 15.23, “atteso da una grande ed elegante folla trattenuta da cordoni di carabinieri a piedi e a cavallo”, come riportarono i cronisti sulla stampa. Il volo,disturbato dalla pioggia, era durato quattro ore e all'arrivo il sacco postale venne scaricato e la corrispondenza fu subito smistata.
Il primo francobollo di posta aerea del mondo è stato italiano, l’amministrazione postale lo produsse in fogli da 50 esemplari messi in vendita tre giorni prima del collegamento Torino-Roma.
La prima guerra mondiale assunse la funzione di un immenso “laboratorio di scrittura”, al quale presero parte anche le masse popolari “illetterate”, che fino a quel momento avevano manifestato una scarsa dimestichezza con la scrittura. Si trattava, infatti, di persone che vivevano spesso all’interno di comunità prevalentemente rurali, nelle quali si privilegiava una comunicazione orale segnata dalla lingua dialettale.
Gli effetti che il conflitto ebbe sui legami sociali e affettivi degli italiani e sull’equilibrio psicologico dei combattenti, spinsero una massa crescente di individui a fare ricorso alla scrittura. Molti “fanti contadini” impararono a scrivere proprio durante la guerra, spinti dall'esigenza di comunicare con la comunità d’origine per avere notizie dei familiari.
L’effetto diretto che l’evento bellico ebbe sull’alfabetizzazione degli italiani fu il calo della percentuale media di analfabeti sul totale della popolazione che in seguito scese al 27 per cento.
Quasi 4 miliardi di corrispondenze viaggiate! Da mettersi le mani nei capelli, che grande differenza se rapportiamo quel fenomeno ad oggi, nell'era della posta elettronica, in cui le persone non sanno più “scrivere” perchè usano mezzi alternativi per comunicare con una frequenza quasi allarmante,vedi l'abuso del telefono cellulare.
In questi che sono gli anni zero di nuovi mezzi di comunicazione, la rivisitazione di quei mezzi antichi, che oggi ci fanno quasi tenerezza, è un dovere e una scoperta.
Un dovere perchè analizziamo e ricordiamo così la vita di milioni di persone strappate alle loro famiglie per andare in guerra, una riscoperta perchè, nonostante tutto, il sistema funzionava.
Oggi le cartoline postali vivono nelle raccolte museali, i testi scritti così uguali nella ricerca di un contatto umano, familiare, nulla hanno perso del drammatico messaggio che ci tramandano, del momento tragico che ci ricordano quegli anni dal 1915 al 1918, che hanno cambiato il mondo come mai prima e le cui conseguenze ancora sentiamo in questo nostro mondo tecnologico.



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