10 maggio 2026

NERONE

 


Il maestro Giuseppe Verdi che, oltre ad essere il grande musicista e compositore che tutti conosciamo, era anche un imprenditore lungimirante e un uomo dotato di rara saggezza, diceva “Tornate all’antico e sarà un progresso”.

Non è stato ascoltato, ed i risultati infatti sono lì da vedere. Ce ne sarebbero da dire, ci vorrebbe molto più che un poema.

Chi scrive queste righe è, da sempre, legato al Grande Fiume, alla sua storia, alla sua gente e alle sue vicende quindi meglio scrivere di quello, di quel Po che da sempre è fonte di vita per chi vive sulle sue rive, sull’una e sull’altra sponda.

Ma chissà che, prima o poi, quel “Tornate all’antico e sarà un progresso” non venga preso seriamente e si facciano rivivere mestieri che potrebbero dare un futuro alle nostre famiglie e a queste terre.

C’erano barcaioli e passatori, pontieri e mugnai, pescatori, scaricatori e facchini di piarda, cavatori di sabbia, scariolanti, carrettieri e lavandaie, solo per citarne alcuni.

Tra i numerosi mestieri che, un tempo, si svolgevano tra l’una e l’altra riva del Grande Fiume, una menzione particolare la merita quella del Barcaiolo o traghettatore.

Un lavoro che, per la sua finalità principale, era quella di collegare le due sponde trasportando persone e merci, può essere considerato un simbolo, a pieno titolo, dell’unione fra l’una e l’altra riva del Po.

Una professione da tempo scomparsa come scomparsi, ormai, sono i vecchi traghetti. Chissà che, da qualche parte, non se ne possano ancora recuperare, almeno in piccola parte, i pezzi, oltre che le memorie e le immagini.

E’ doveroso, anche in questo caso, farne memoria ma è anche doveroso credere nella possibilità che un simile mestiere possa tornare in auge, nell’ambito dei progetti di valorizzazione e promozione turistica e culturale del Grande Fiume.

Tornare a collegare le due sponde via acqua, sviluppando i collegamenti di carattere mercantile e commerciale che potenziando i percorsi turistici e culturali tra le due sponde (dando quindi la possibilità di trasportare persone e biciclette) è una carta da giocare, e su cui scommettere, anche nell’immediato per il bene, presente e futuro, delle terre del Po.

Passando alla storia riguardante barcaioli e traghettatori, va detto che nei secoli passati era molto diffuso l'attraversamento di persone e merci tra le due sponde del grande fiume per mezzo di imbarcazioni, vista la lontananza dai ponti e la necessità di collegamento tra i paesi sulle opposte rive, che aveva sviluppato una costante presenza di barcaioli.

I traghettatori, storiche presenze da sempre sul fiume, quando erano in esercizio diversi passi e traghetti tra le sue sponde Emiliana e Veneta. Molti erano originari dei paesi di Occhiobello e Stienta, gente rude, di poche parole, dalla pelle cotta dal sole e dal freddo, erano legati indissolubilmente alle acque del Grande Fiume sia d’estate, quando a torso nudo o con maglie rattoppate tra zanzare e moscerini, sfidavano le afose calure, che d’inverno, quando la «galaverna» imbiancava i loro tabarri.

Stienta si chiamava Santo Stefano in Gallito fino alla metà del millecinquecento, di questo borgo ricordamo il fatto più famoso che fu la rotta del Po a Ficarolo del 1152 che cambiò la faccia del ferrarese, separando Stienta da Ferrara, pur conservando lo stesso dialetto e le stesse usanze.

I rapporti fra le due sponde del fiume si mantennero stretti fino alla fine del secolo scorso, perché si conservarono parentele e lavori comuni attraverso un continuo viavai di barcaioli che stabilirono molti punti per il passaggio di persone e merci con Casaglia e Pontelagoscuro sulla sponda Emiliana.

Nerone, cosi era chiamato quel giovane che era nato e cresciuto sul fiume e che ne conosceva le acque e i segreti meglio dei pesci e sapeva, fiutando l’aria, che cosa gli avrebbe riservato la giornata.

Fin da ragazzo si era messo con la sua lunga e bassa imbarcazione a disposizione di chi voleva attraversare il fiume, pertanto chiunque voleva usufruire di tale passaggio avrebbe trovato un servizio pronto.

Questa è stata sempre terra di traghettatori, uomini e anche donne che si spostavano lungo il fiume tra le due rive manovrando con perizia sulle loro veloci imbarcazioni, come il leggendario Nerone, al secolo Ferruccio, ma che, se lo chiamavi Ferruccio, non avrebbe nemmeno immaginato che ti rivolgevi a lui, perché per tutti era solo Nerone.

Il barcaiolo era cosi conosciuto da tutti per l'abbronzatura della pelle, ed era un gigante che sembrava dominare il fiume quando lo si vedeva spingere avanti la sua barca, una Barbota di quasi otto metri di lunghezza e con il fondo piatto che da queste parti era chiamata Batèl, manovrando i due lunghi remi.

Quando con la sua barca si staccava dalla riva per raggiungere l’altra sponda si poteva pensare che stesse sbagliando direzione, che avesse preso male la mira, ma per lui la corrente, il vento, la deriva non avevano segreti, sbarcava al punto di approdo senza sbagliare di un centimetro, anche nella notte più fonda.

Se lo aveste chiamato con un lungo fischio (perché così si chiamavano i barcaioli) per farvi traghettare sull’altra sponda, ve lo sareste visto arrivare, sudato ed esausto, in mezzo alla nebbia, ma pronto per portarvi sull’altra riva.

Nerone, mitico abitatore del fiume che, come una creatura mitologica metà uomo e metà pesce, poteva vivere sulla terra e nell’acqua, indifferentemente e lui viveva sul fiume dove aveva costruito a ridosso dell'argine del fiume un capanno.

Non solo trasportava merci e persone, Nerone fungeva pure da giornale parlante, in quanto portava le notizie liete e tristi da una sponda all’altra, facendo tappa nelle buie osterie per concedersi un bicchiere di vino accompagnato dai cibi rustici d’un tempo fra i quali non mancava mai la polenta con la frittura di pesce piccolo e gli altri “mangiari” tipici che erano le zuppe dense e lente che cucinavano le vecchie “arzdore” nelle osterie, che spesso sapevano di stufato, muffa e sigaro.

Spesso nei giorni di festa si trovava a dover traghettare anche dei suonatori con i loro strumenti che si esibivano nei vari locali, detti “baladur”, che si trovavano nei paesi rivieraschi, il più famoso a quei tempi era lo Chalet che stava sull'argine a Pontelagoscuro. Gli orchestrali poi ritornavano a notte fonda sempre traghettati da Nerone che andava con loro, a ballare.

Nella stagione di caccia era molto richiesto dai cacciatori che in inverno praticavano la caccia di uccelli d'acqua come le folaghe, i germani e le anatre, che si posavano in branchi nelle anse del fiume dove Nerone, come pochi altri, riusciva a portarli con la barca.

Nerone era anche un grande pescatore di storioni, i grandi pesci che allora abitavano il grande fiume, pescatore sia per passione che per necessità.

Da grande conoscitore del fiume, conosceva tutti i posti, anche quelli proibiti, dove catturare i grandi storioni, e conosceva bene anche i guardiapesca e sapeva come eluderli.

Quando il Po non era ancora inquinato, gli storioni, in primavera risalivano il fiume per deporre le uova.

Fino alle soglie della II Guerra Mondiale, i pescatori, muniti di canne robuste, reti speciali e arpioni, ne tentavano la pesca e per giorni e giorni si spostavano lungo il fiume.

Non era facile né semplice la cattura dei veloci pesci, lunghi circa due metri e del peso che andava dai 60 kg in su, fino anche a due quintali. Capoccia grossa, così venivano chiamati dai pescatori erano pesci astuti e sfuggenti e bisognava essere molto abili e anche fortunati per catturarli.

Nerone era sempre tra i fortunati a cui l’impresa riusciva, allora era una gran festa e la voce si spargeva in un battibaleno per il paese e le pescherie, anche da Ferrara, arrivavano per accaparrarsi gli storioni dalle carni prelibate e le cui uova erano una specialità ricercata.

La vendita dello storione fruttava un bel gruzzolo e il buon Nerone guadagnava più con uno storione, che con un mese di trasbordi sul fiume.

Un tempo lo storione beluga o storione ladano, proliferava nelle acque del Po, dove si pescavano esemplari che arrivavano a superare anche il quintale e potevano contenere fino a 25 chili di uova, da cui si ricavava il prezioso caviale. Nel cinquecento il caviale ferrarese era considerato un cibo prelibato dagli scalchi, i cuochi delle corti più illuminate e in epoca più moderna, ricercato dai gourmet di tutto il mondo.

Tante storie sono fiorite sugli storioni, si favoleggiava che d’estate vagasse per il fiume uno storione gigantesco, sopravvissuto al tempo e che nelle notti di luna, nella scia lenta dell’acqua, si potessero vedere affiorare le sue molteplici e diseguali pinne.

Nerone a forza di remi aveva traghettato migliaia persone e ne aveva salvate diverse che stavano annegando. Meritò una lettera di encomio per aver aiutato, nell'ultima guerra, partigiani e soldati alleati e poi i ringraziamenti degli alluvionati del Polesine che nel '51 andò coraggiosamente a recuperare.

Di Nerone si tramandano, nella voce popolare, molti aneddoti tra i tanti uno in particolare, una storia davvero gustosa, quando, alla fine della guerra, i ponti sul fiume, che erano stati distrutti dai bombardamenti, erano stati sostituiti da pochi e lontani ponti provvisori di barche.

Allora Nerone era chiamato a continui servizi di traghetto da tante persone di tutti i ceti sociali che avevano la necessità di spostarsi da una sponda all'altra.

Un giorno si presentò, un gruppo di persone all'attracco a Occhiobello per essere trasportate sull'altra sponda. All’arrivo, quando una si avvicinò per pagare il servizio a Nerone, questi nel vedere che tra loro si trovava una bella donna gli chiese chi fosse.

“Chi ela c'la bela sgnora lì?” (chi è quella bella signora lì?) chiese in rigoroso dialetto all’accompagnatore, che subito gli rispose che era la nobildonna proprietaria di villa Savonarola.

La bella dimora che si affaccia sulla via Eridania tra l'abitato di Santa Maria Maddalena e Occhiobello, venne edificata dalla famiglia omonima grazie ad una donazione del duca Alfonso d’Este.

Nel XVII secolo l'edificio venne adibito a convento delle monache di Santa Caterina da Siena di Ferrara, l'utilizzo rimase il medesimo per circa un secolo, sino alla soppressione degli ordini religiosi sotto la dominazione napoleonica, successivamente passò attraverso diverse proprietà.

Nerone a quel punto si prostò in un impacciato inchino e rivolgendosi con rispetto alla nobildonna disse: “C'lam’ scusa sgnora. Sa saveva ch’la’jera gl'iè a’m sarev miss il brag” ( Mi scusi signora. Se sapevo che era lei mi sarei messo i pantaloni).

Come tutti i barcaioli, Nerone portava solo una camicia lunga e una cintura di corda in vita ma non protava pantaloni, perché quelli lunghi gli avrebbero impedito la libertà dei movimenti, e la libertà, si sa, è condizione irrinunciabile per gli indigeni di qui e anche se il vento faceva svolazzare la camicia, nessuno ci badava.

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