Un personaggio un po’ originale, se ne andava in giro raccontando una storia strana ma suggestiva, che lui assicurava fosse verità. Una storia che proveniva dai suoi ricordi di quando il mondo era peggiore o migliore, a seconda di come può sembrare a chi la racconta o chi la ascolta.
Quella vecchia storia, raccontata da un tipo tutt’altro che ordinario, che s’immedesimava nel cercare di riattaccare segmenti di ricordi e che, a ben guardare, poteva sembrare un miscuglio tra improbabili esaltanti fantasie e vaghe misere verità. Pezzi di ricordi di vita, d’esperienze e avvenimenti, forse conosciuti perché ascoltati o vissuti o inventati, ma in tutti i casi uno strano e lento racconto che avanzava incerto seguendo quella sottile linea di confine, tra il vero e il sogno.
Quasi una favola dove, come in tutte le favole degne di essere chiamate tali: c’era una volta tanto tempo fa; Ma tanto che nessuno può ricordare, c’era una volta un vecchio signore, molto vecchio, stranamente e forse innaturalmente troppo vecchio, talmente vecchio che da anni era rimasto solo e intorno a lui non vivevano altri esseri umani, non c’era più nessuno per cui parlava da solo, si arrabbiava da solo, si compiaceva da solo, mangiava da solo, dormiva da solo, insomma viveva da solo poiché era solo.
Il vecchio signore abitava in una vecchia casa, anzi, antica però anche molto vecchia, perché ormai cadeva a pezzi e, dall’aspetto che aveva ormai assunto, era difficile considerarla casa e lo si poteva affermare guardando i pochi miseri resti. Davanti al sentiero, che doveva essere stato il vialetto d’entrata della casa, si distinguevano i resti del vecchio cancello che dava su una strada, o quello che rimaneva di una strada.
La pista, appena riconoscibile, un tempo doveva sicuramente essere stato un viale bello ed importante, con alberi e lampioni, ma ormai era solo un passaggio infestato da malerbe e, ai lati, ceppaie rinsecchite.
La vecchia strada, dove si affacciava la vecchia casa del vecchio signore, attraversava i ruderi di quello che doveva essere stato, molto tempo prima un paese, ma a testimonianza rimanevano solo rovine e i muri diroccati degli edifici più grandi e della chiesa, era talmente rovinoso che non ci abitava più nessun essere umano all’infuori del vecchio signore.
Quel vecchio paese era talmente vecchio e talmente abbandonato che nessuno sapeva più dove fosse, né se ancora ci fosse, addirittura se mai ci fosse stato, tanto che nessuno lo conosceva e non compariva più nemmeno sulle carte geografiche.
Il vecchio signore unico abitante rimasto in quel vecchio posto era nato e cresciuto in quel paese che sicuramente era stato al centro di vita e d’affari ed aveva attraversato periodi di fama e di splendore.
Da giovane, il vecchio signore, in quel paese florido e moderno, passava per un tizio un po’ strano, era considerato diverso dagli altri giovani, veniva accusato da tutti d’arretratezza, perché non si adeguava ai tempi, perché non aveva mai voluto un’automobile o elettrodomestici o attrezzature automatiche o strumenti computerizzati, non gli interessava quella tecnologia d’avanguardia, quell’intelligenza avanzata. Quando era stato un giovane, il vecchio signore, dagli altri giovani era evitato e deridendolo lo chiamavano vecchio, perché al contrario di tutti non accettava la modernità e la sua continua evoluzione, ad esempio non voleva telefoni cellulari per parlare o telefax o personal computer né posta elettronica o note-book palmari, televisori digitali, antenne paraboliche, a lui bastava parlare in faccia alla gente, incontrare la gente, scrivere lettere alla gente. Quando era stato giovane, il vecchio signore, veniva additato come un’asociale da tutti, perché non si vestiva come tutti gli altri, non si spostava come tutti gli altri, non si divertiva come tutti gli altri. Quando era stato giovane, il vecchio signore, era considerato strano perché non mangiava cibi surgelati né liofilizzati o integrati o bilanciati e beveva acqua solamente, non andava ai fast-food, non si sballava in discoteca, non frequentava né iper o super o mega centri.
Non frequentava i locali giusti, non voleva divertirsi a tutti i costi, non assumeva farmaci omnivalenti o selettivamente efficienti per tutti i mali, non credeva nella moda e nell’apparenza, nelle tendenze, nel blocco delle menti, nell’ammasso dei cervelli, nell’infallibilità dei media, nell’uniformità del pensiero, nella collettività globale, appiattimento del pensiero. Mangiava il cibo che gli avevano insegnato i genitori e che, a loro volta (stranamente) avevano imparato dai loro, e così da generazioni e ancora: dormiva col buio e lavorava con la luce, leggeva libri, scriveva lettere, ascoltava musica si spostava a piedi e pensava, osservava e pensava molto.
In inverno si scaldava bruciando legna nel camino, in primavera arieggiava la casa aprendo le finestre, in estate godeva delle fresche notti dormendo sotto al portico, in autunno raccoglieva foglie e legna per la brutta stagione.
Da quando era stato giovane era passato tanto tempo, ma tanto che anche lui non sapeva più quanto, e tutto ciò che non aveva voluto e che tutti gli altri avevano avuto, non c’era più; Ma da tanto tempo non c’erano più nemmeno gli altri.
Quella vecchia storia, raccontata da un tipo tutt’altro che ordinario, che s’immedesimava nel cercare di riattaccare segmenti di ricordi e che, a ben guardare, poteva sembrare un miscuglio tra improbabili esaltanti fantasie e vaghe misere verità.
Quasi una favola dove, come in tutte le favole degne di essere chiamate tali: c’era una volta tanto tempo fa; Ma tanto che nessuno può ricordare, c’era una volta un vecchio signore, molto vecchio, stranamente e forse innaturalmente troppo vecchio, talmente vecchio che da anni era rimasto solo e intorno a lui non vivevano altri esseri umani, non c’era più nessuno per cui parlava da solo, si arrabbiava da solo, si compiaceva da solo, mangiava da solo, dormiva da solo, insomma viveva da solo poiché era solo.
Il vecchio signore abitava in una vecchia casa, anzi, antica però anche molto vecchia, perché ormai cadeva a pezzi e, dall’aspetto che aveva ormai assunto, era difficile considerarla casa e lo si poteva affermare guardando i pochi miseri resti. Davanti al sentiero, che doveva essere stato il vialetto d’entrata della casa, si distinguevano i resti del vecchio cancello che dava su una strada, o quello che rimaneva di una strada.
La pista, appena riconoscibile, un tempo doveva sicuramente essere stato un viale bello ed importante, con alberi e lampioni, ma ormai era solo un passaggio infestato da malerbe e, ai lati, ceppaie rinsecchite.
La vecchia strada, dove si affacciava la vecchia casa del vecchio signore, attraversava i ruderi di quello che doveva essere stato, molto tempo prima un paese, ma a testimonianza rimanevano solo rovine e i muri diroccati degli edifici più grandi e della chiesa, era talmente rovinoso che non ci abitava più nessun essere umano all’infuori del vecchio signore.
Quel vecchio paese era talmente vecchio e talmente abbandonato che nessuno sapeva più dove fosse, né se ancora ci fosse, addirittura se mai ci fosse stato, tanto che nessuno lo conosceva e non compariva più nemmeno sulle carte geografiche.
Il vecchio signore unico abitante rimasto in quel vecchio posto era nato e cresciuto in quel paese che sicuramente era stato al centro di vita e d’affari ed aveva attraversato periodi di fama e di splendore.
Da giovane, il vecchio signore, in quel paese florido e moderno, passava per un tizio un po’ strano, era considerato diverso dagli altri giovani, veniva accusato da tutti d’arretratezza, perché non si adeguava ai tempi, perché non aveva mai voluto un’automobile o elettrodomestici o attrezzature automatiche o strumenti computerizzati, non gli interessava quella tecnologia d’avanguardia, quell’intelligenza avanzata.
Non frequentava i locali giusti, non voleva divertirsi a tutti i costi, non assumeva farmaci omnivalenti o selettivamente efficienti per tutti i mali, non credeva nella moda e nell’apparenza, nelle tendenze, nel blocco delle menti, nell’ammasso dei cervelli, nell’infallibilità dei media, nell’uniformità del pensiero, nella collettività globale, appiattimento del pensiero.
In inverno si scaldava bruciando legna nel camino, in primavera arieggiava la casa aprendo le finestre, in estate godeva delle fresche notti dormendo sotto al portico, in autunno raccoglieva foglie e legna per la brutta stagione.
Da quando era stato giovane era passato tanto tempo, ma tanto che anche lui non sapeva più quanto, e tutto ciò che non aveva voluto e che tutti gli altri avevano avuto, non c’era più; Ma da tanto tempo non c’erano più nemmeno gli altri.
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