20 febbraio 2009

Calma piatta


E' un giorno con una luce strana , poca, quasi stinta, tanto che priva le voci e i suoni dei toni acuti.
Trasforma ogni umano contatto quotidiano in lento e piatto lamento, tendente al grave e comunque monotono.Il cielo è dipinto; è dipinto a pennellate, sembra.
Questo schermo che oggi si spaccia per cielo e vergato a fitte pennellate, larghe e della stessa tinta, monotona e uniforme, tanto da non meritarsi nemmeno di essere incisa dal volo dei soliti uccelli.
Questi preferiscono starsene immobili sotto le foglie dei rocciosi e statici alberi e tutti insieme subiscono ed esprimono la depressione indotta dal cielo sopra di loro.
Calma piatta.Quasi una immobilità artificiosa .
A guardarli bene, gli alberi, sono gli unici che tentano di uscire da quello stato catartico ,quasi a contraddire l'appropriato stato vegetativo e mimano il movimento che farebbero se fossero scossi da una leggera brezza.
Ma mimano male; e riescono solo a dare una improbabile impressione di moto.
L'inquadratura è disturbata da un'improvviso, quanto imprevisto, volo teso di un piccolo volatile che l'attraversa. Bè! siamo ancora vivi.

12 febbraio 2009

La Sabbiona



Quel giovedì di mezzo agosto era la giornata giusta; può sembrare una stranezza a dirlo, ma ci sono le giornate giuste per certe cose e giornate giuste per altre. In quella c’erano tutte le condizioni per fare la cosa che da qualche tempo aveva concentrato i nostri pensieri. Sembrava proprio che i nostri cervelli funzionassero all’unisono, girando e rigirando attorno all’idea che da un po’ ci assillava. Quel giorno non mancava né la voglia, né la volontà, né l’entusiasmo e tanto meno quel po’ di paura che non guasta in certi casi: insomma non si poteva più rinviare, valeva la pena di rischiare anzi, se non si fosse fatto in quel momento, pensavamo, non ci saremo più riusciti. Quel pomeriggio afoso e solitario dispensava veramente un caldo insopportabile: la colonnina di mercurio blu del termometrone, attaccato al muro di fianco alla porta della farmacia, era arrivata a segnare quarantanove gradi centigradi, ed oltretutto lo strumentone di lamiera smaltata bianca e azzurra, era riparato dal sole, dalla tenda del negozio. L’afa in quel pomeriggio d’agosto aveva raggiunto un livello esagerato, nell’aria si sentiva e si vedeva l’umidità, qualsiasi essere vivente, umano, animale o vegetale si riparava quanto più possibile dando, in sudore, anche l’anima. Per le strade non c’era anima viva, sembrava di stare in uno di quei paesi abbandonati dei film Western dove, tra i muri cadenti delle case abbandonate, volteggiano solo cespugli rotolanti di piante secche, non si vedeva nemmeno un cane o un gatto aggirarsi per le strade, battute da quel sole micidiale che impediva persino ai passeri di volare. Noi, a quel tempo, piccoli rivoluzionari in calzoni corti, stavamo immobili, ognuno con gli stessi pensieri che giravano vorticosamente nella testa, silenziosi guardandoci e guardando fuori della porta del capanno, dove andavamo di solito a giocare in quelle giornate oziose delle vacanze estive. Analizzando rapidamente la situazione, eravamo arrivati quasi simultaneamente alle stesse conclusioni: le condizioni erano le più favorevoli che si fossero mai presentate e in più, con molte probabilità, se non ci perdevamo troppo tempo, nessuno se ne sarebbe accorto, e meno di tutti i genitori che ci credevano impegnati a giocare all’interno del capanno. Così, come in ogni setta di cospiratori che si rispetti, decidemmo all’unanimità e, usciti con circospezione dalla porta sul retro dell’edificio, partimmo come fulmini, macinando veloci pedalate sulle biciclette in direzione del fiume. Sudavamo copiosamente sotto quel sole micidiale e, nel silenzio del meriggio agostano, i respiri affannosi insieme al rumore delle biciclette e quello delle ruote sull’asfalto, creavano un rumore che ci sembrava assordante e che faceva rendeva l’azione ancor più eccitante. Tutto stava realmente accadendo: la fatica per la foga che ci mettevamo nel pedalare, la paura di essere visti e scoperti, l’eccitazione perché stavamo coscientemente facendo una delle poche cose che erano proibitissime, l’impazienza di arrivare per poter godere del sollievo a quella calura insopportabile. In poco tempo eravamo arrivati all’argine e, raggiunta la sommità, vedevamo l’acqua del fiume che, per il basso livello a causa di quella calda estate, scorreva lenta creando circoli e vortici tortuosi, tra le secche sabbiose che emergevano qua e là. Affrontammo la ripida discesa, seguendo un sentiero nell’erba, alta e seccata dal caldo, poi appena giunti in fondo alla scarpate frenammo o cercammo di farlo, tant’è che finimmo gli uni sopra gli altri comprese le biciclette ma la vista di quello che ci si presentava davanti spense lamenti e proteste: stavamo sulla fine e calda sabbia del greto del fiume. Ripresi dalla forte emozione, ci liberammo dal groviglio e, lasciate le biciclette, ci spogliammo in tutta fretta e poi via! Di corsa verso l’acqua del fiume e sentivamo, ad ogni passo, che sotto ai piedi il calore della sabbia diminuiva mentre ci si avvicinava all’acqua, ed una volta messi i piedi a bagno ci prese una specie di tremarella, ci fermammo per un attimo a guardarci: stavamo facendo il bagno alla Sabbiona! La Sabbiona era in quei tempi di boom economico, e quindi di vacanze e vacanzieri nelle più nominate località, la spiaggia locale sul fiume, il surrogato casalingo in risposta alle più rinomate spiagge marine, insomma chi non aveva la possibilità di farsi i bagni e la tintarella al mare, ricorreva alla più familiare e proletaria Sabbiona. Nei pomeriggi delle domeniche estive, la Sabbiona vedeva arrivare frequentatori non solo dai paesi rivieraschi ma anche dalla vicina città, a volte si arrivava a vedere un buon numero di persone: dalle famigliole alle coppiette, ai vari tipi da spiaggia che insieme ai pescatori davano vita a quel lido di poche pretese. La spiaggia però era tabù per i bambini, a pochi era permesso andare alla Sabbiona e solamente sotto la vigile e attenta presenza dei genitori, non che ci fossero delle norme o delle regole che regolavano l’uso della spiaggetta,ma per i timori di sventure. Da che la gente aveva memoria il fiume si era preso molte vite e per la maggior parte si trattava di ragazzini che si avventuravano in acqua con troppa confidenza. Si era portato via anche nuotatori esperti e pescatori o barcaioli:insomma non passava stagione senza un tributo in vite umane. I genitori, proprio perché c’erano già passati e l’avevano subita da ragazzi, sapevano quanta attrazione esercitava il fiume nei ragazzini e al tempo stesso quale imprevedibile pericolo era, quindi, sia con raccomandazioni sia con minacce, facevano di tutto per tenerli lontani dalla Sabbiona. Ma noi quel giorno eravamo là, a trovare refrigerio e deliziarci della soave freschezza di quelle acque che ci lambivano e ci accoglievano nei nostri tuffi e giochi mentre ci rincorrevamo, sguazzando in quell’angolo di paradiso. Il sole scottava violento e invitava ad entrare in quell’acqua che, solo a guardarla, prometteva refrigerio e benessere. Un tuffo, ed improvvisamente, quasi con violenza, sentii la fredda carezza dell’acqua che mi avvolgeva e attraversava il corpo. Bastarono pochi attimi per sentire che quel primo brivido cominciava a stemperarsi, regolando la temperatura e donandomi in breve una sensazione di freschezza inebriante. Dopo essere rimasto un po’ immerso cominciai ad avvertire il ritorno di un brivido fresco che aumentava diventando freddo, allora uscii dall’acqua e risentii il calore estivo, tornavo a godere del caldo abbraccio del sole che mi asciugava e riscaldava. Felici e chiassosi ci rincorrevamo in giochi e scherzi, ora nelle acque basse alzando schizzi d’acqua, ora lungo la riva sabbiosa alzando nuvole polverose. Quelli che sapevano un po’ nuotare o almeno tenersi a galla, si tuffavamo nei punti dove il fiume, con i suoi giri d’acqua, formava delle anse più profonde e pozze che sembravano piscine poi, dopo essere scomparsi tra gli spruzzi, riemergevano e si lasciavano trasportare dolcemente dalla corrente, che in quei punti era più forte. Ci sentivamo incredibilmente eccitati e frastornati per tutto quello che stava accadendo, per tutto ciò che stavamo facendo, godevamo del delizioso contatto con quel prezioso elemento naturale e affascinante, che in ogni momento e in ogni punto nel suo procedere, cambiava quasi per miracolo colore e sapore e temperatura. A seconda di dove scorreva assumeva colori e sfumature diverse che cambiavano repentinamente ,In certi punti l’acqua era bianca e schiumosa mentre in altri assumeva un aspetto scuro e uniforme, ma dovunque disegnava, adattandosi alle forme che lambiva, figure sinuose che attiravano lo sguardo curioso e meravigliato e ipnotizzando chi si lasciava rapire da quell’arcobaleno di colori. In quei momenti forse l’unica cosa che sarei riuscito a paragonare al mio stato d’animo era lei, l’acqua del fiume, in quel pomeriggio ero come lei: libero! Mi sentivo libero da costrizioni, libero di muovermi e di fare, nel bene o nel male, ciò che volevo. Io ed i miei compagni di avventura ci sentivamo accomunati in quella stessa sensazione. Eravamo liberi di fare ciò che volevamo, eravamo anche coscienti che stavamo facendo ciò che nessuno ci avrebbe mai permesso di fare né accompagnati, men che meno da soli, eravamo, inoltre, coscienti del fatto che, in quel momento e per tutti, eravamo dei perfetti incoscienti. Beatamente ci abbandonammo al sottile piacere del proibito e così facendo non ci accorgemmo che il tempo stava passando veloce, più di quanto avevamo previsto nelle intenzioni iniziali, mentre a casa qualcuno aveva già notato la nostra assenza prolungata e cominciava a preoccuparsi. Erano passate già tre ore da quando eravamo partiti e non ce n’eravamo accorti, tanto si stava bene e ci si divertiva, nel frattempo tra coloro che erano abituati alle nostre abitudini, si era già passati dalla preoccupazione allo stato d’allarme. I genitori che, non avendoci trovati come al solito tra il cortile ed il capanno, né nei dintorni o nei soliti posti dove abitualmente andavamo a giocare, avevano fatto presto i loro conti ed ognuno di loro era arrivato alla conclusione. Ogn’uno di loro, conoscendo la propria creatura e la compagnia che frequentava, arrivò, più o meno convinto, alla conclusione che tra le varie combinazioni ci poteva stare anche la scappatella alla Sabbiona e quando uno di loro ebbe il coraggio e la paura di dirlo apertamente, scattò il panico e la mobilitazione generale. Nessun pensiero attraversava le nostre giovani teste, in quel momento eravamo tanto rilassati quanto ignari di ciò che il destino ci stava riservando, degli eventi sgradevoli che di lì a poco ci avrebbero visti protagonisti. Soddisfatti e contenti, ce ne stavamo mollemente stesi sulla calda sabbia , con i piedi nell’acqua fresca, a riposare. L’avventura ed il divertimento terminarono improvvisamente, precisamente nel momento in cui ci sentimmo chiamare da voci provenienti dall’argine, in quel preciso istante spalancai gli occhi senza vedere ma, come del resto successe anche gli altri, realizzai immediatamente cosa stava accadendo. Lo sapevamo anche senza guardare, sapevamo chi c’era e, attraversati da brividi di paura (quella che guasta la festa), alzandoci volgemmo lo sguardo verso la sommità dell’argine e li vedemmo. C’erano tutti, o quasi: padri o mamme, nonni o zii, fratelli maggiori e parenti vari erano là che si sbracciavano, che ci chiamavano, con i visi rossi per l’affanno della corsa e del timore, esagitati e arrabbiati. Quella piccola folla era ferma sulla riva e tutti gesticolavano e urlavano verso di noi che a nostra volta eravamo rimasti pietrificati dalla sorpresa e non sapevamo cosa fare: se andare da loro, come ci stavano ordinando o guadagnare a nuoto l’altra riva del fiume per cercare di sfuggire a ciò che ci sarebbe toccato . Il peggio fu assistere, nei brevi ma intensi attimi successivi alla sorpresa, alla trasformazione dei genitori ansiosi ed angosciati, in individui brutali e violenti dopo aver costatato lo scampato pericolo dei loro incoscienti pargoli. Tutti tornammo dal fiume, accompagnati dai rimproveri urlati e accompagnati dalle sberle dei rispettivi accompagnatori che, non contenti di quanto ci stavano elargendo durante il tragitto verso il paese, ci promettevano per l’arrivo a casa, cioè quando avrebbero avuto più tempo e più mani libere, una memorabile lezione e, in effetti, fu così. Dopo le dolci onde del fiume, il diluvio di brucianti sculaccioni, a chi più, a chi meno ma senza grandi differenze, tutti ricevemmo la nostra razione da ciascun componente della famiglia: nel rispetto della democrazia e della pari opportunità. Per quanto mi riguarda n’ebbi una bella razione vivendo con i nonni, genitori e un paio di fratelli più grandi. Non mi fu di consolazione il sapere che tra i compagni di sventura, c’era chi aveva famiglie ben più numerose, solo il ricordo di quelle fresche acque che ancora mi portavo dentro sembrava, in parte, lenire il bruciante dolore che soffrivo al mio fondoschiena. La avevamo combinata talmente grossa che, oltre alle botte, seguirono giornate di castigo caratterizzate da forti restrizioni della libertà di movimento, nonché da controlli strettissimi, ci fu riservato un trattamento persecutorio che ci tolse serenità e ci accompagnò fino alla fine dell’estate, Però, in fondo, eravamo convinti che ne fosse valsa la penA; che avventura indimenticabile avevamo vissuto in quel caldo agosto, ancora adesso quando ci ripenso riesco a ricordare e a riprovare quelle sensazioni sulla pelle. il caldo soffocante nell’afa di quell’agosto, la freschezza dell’acqua del fiume, e il bruciore delle botte prese.

09 febbraio 2009

Quello che so di te



Non so in quale mondo ti trovi
se rivolgi il tuo sguardo a quel sole
che oggi brilla più chiaro nell’alba
di un mattino che ora è anche il mio.

Non so per chi hai pianto di notte
chi hai amato,voluto, respinto.
Fra la gente che ha udito il tuo riso
argentino come ora è anche il mio.

Non so chi ricorda il tuo nome
o desidera vederti ogni istante,
come immagini sia il tuo cammino
nel futuro che ora è anche il mio.

Mi piace pensarti felice.
Una lucciola in una notte d’estate.
Un gabbiano che insegue una nuvola.
Un respiro che sento anche mio.

Non so nulla, nemmeno il tuo nome
o il tuo volto, la voce, il tuo passo.
II tuo coraggio lo riconosco dal cuore
che mi hai donato, e che ora è anche mio.





vincitrice del Concorso A.I.T.F., pubblicata sul sito: donagliorgani.it

Galani



Par quatro che magna

1/2 chilo de farina

70 gr. de butiro

1 sculiero de zùcaro

2 ovi

1 pizegheto de sale



Se fa cussì:

1.Ronpare i ovi e tegnere da na parte la balota (el rosso) e da staltra la ciara.

2.Sbàtare la ciara "a neve" dura.

3.So nantra terina montare le balote col zùcaro, po' zontarghe prima la ciara za montà e po', on fià par volta, la farina.

4.Bagnare con on fià de aqua se serve par far deventare pì mòrbio l'inpasto.

5.Inpastare fin che la pasta no se taca pì ale man.

6.Spartire in oto parte la balota del'inpasto.

7.Destirare co la mescola ogni una de ste oto balete fasendole deventare come on foglio, no massa fin.

8.Ciapare on sfojo, inburarlo sol dessora e pozarghe dessora on secondo sfojo.

9.Inburare anca el secondo, po' montarghe dessora el terzo, e cussì fin al'ultimo. Questo no bisogna inburarlo!

10.Oncora co la mescola destirare sto "pacheto" de sfoji fin a farlo deventare on sfojo solo, largo e fin, el pì che se pole.

11.Co la roeleta da dolzi, tajare dele striche larghe do dea e longhe quatro.

12.Butare sti nastri (galani, come che se dise in venezian) so l'ojo bolente e frizare fin ch'i ciapa colore. Se i xe sta inpastà ben, vegnarà fora tute bole de aria.

13.Cavàre e sugare so carta che assorba e po' spolvarare co zùcaro a velo.

Succedeva e, forse, ancora succede ?!


Carissima disinnescatrice,
non essendo passato tanto tempo dall'ultima volta che ho avuto bisogno del tuo intervento risolutore e, ti assicuro, che ho apprezzato, ho ben pensato di scriverti.
Vorrei innanzitutto dirti che, in questi ultimi giorni, si sono succeduti fatti nuovi e abbastanza importanti per singolarità,tali da alterare considerevolmente la routine quotidiana nei fatti e nei pensieri.
La nuova più eclatante che ha sconvolto animi e ambizioni, è stata la improvvisa comparsa di nuovi profili anticipanti nuovi nomi pretendenti al massimo soglio della ricambistica umana.
Materializzandosi da un nulla patologico provenienti da direzioni sconosciute o poco note ma al tempo stesso portandosi appresso voluminose esperienze attendistiche e vantando priorità indiscutibili si sono apprressi allo sportello superando, e scalzando posizioni che credevo ,credevamo,credevano inattaccabili.
Tant'è che ogni teoria o pratica precedente e pregressa pare s'involi dalla inamovibile certezza verso la più discussa precarietà.
Pertanto a tal seguito ci resta , una volta sgrondato di tutto il decorativo superfluo, tale considerazione ,peraltro molto vicina al vero che:
-La parola baronale è parola leggera.
-Non dire equivale ad affermare.
Varrebbe. . . , pare . . . , il principio della caotica incertezza , l'affermazione del sistema accusatorio su quello inquisitorio e l'abrogazione di ogni fase dibattimantale.
Mi sovviene pertanto , d'affermare che, sotto l'accademica stola, traspare la battuta guitta che trasforma il luogo di scienza in opera buffa.

19 gennaio 2009

Sùgoli da inverno



Par quatro che magna

2 carote

2 zeole

2 ganbe de sèlino, co foje e tuto

3 eti de fasoi borloti sichi

2 patate

3-4 coste de biéta

1/4 de na verza

2 zucoliti

2 spighi de ajo

Farina zala da polenta

Oio stravergine de oliva

Sale e pévaro

Formajo grana gratà

Se fa cussì:

1.Co l'ajo e 1 zeola fare on bel desfrito, po' cavàre l'ajo

2.Tajare a tochiti tute le altre verdure e butarle in pignata, co tanta aqua, come par fare el menestron, e assare cusinare par ben;

3.A fine cotura passare tuto col passaverdure. Ga da restare on brodo bastanza liquido! Al caso zontarghe aqua;

4.Metare el brodo sol fogo e far bòjare justare de sale e pévaro e po' butarghe, on fià par volta, la farina (come par fare la polenta). Se mete quanta farina che serve in modo che ala fine vegna fora na polentina tènara-tènara, da magnare col sculièro;

5.Cusinare par almanco meza ora, smissiando senpre, senò se taca tuto!!!

6.Servire caldo de bojo, versando on filo de ojo stravergine de oliva e infromajando par ben;

7.El colore dipende dale verdure che se mete (a volte no le se cata tute). El xe on piato da inverno fredo, che se gusta mejo se fora nèvega.

25 dicembre 2008

Ma quali inverni?


Il mondo cambia e tutti ce ne accorgiamo, anno dopo anno, con l’alternarsi delle stagioni e non abbiamo il bisogno delle statistiche e delle informazioni (sempre sensazionali) che ci propinano i mezzi di comunicazione. Attraverso la televisione o la radio o leggendo i giornali veniamo sommersi da miriadi di notizie,sempre più strane ed estreme, sulle previsioni e situazioni del meteo ad ogni latitudine. Prendiamo ad esempio l’arrivo dell’inverno , tutti gli anni ci ripetono che quello in corso è sempre il più freddo, il più strano o il più diverso, in meglio o in peggio a memoria d’uomo. Ho visto passare parecchi inverni,belli o brutti non so dire quali più di altri, ma quelli di cui meglio mi ricordo ,forse perché per ad ognuno che passava facevo nuove scoperte, sono stati quelli di quando ero bambino. L’inverno allora era molto freddo e sopra tutte le case del paese si vedevano salire le colonne di fumo che uscivano dai camini. Le case si riscaldavano bruciando legna nei camini, carbone nelle stufe, nafta e kerosene nelle caldaie e chissà cos’altro ancora, non si sentiva parlare di ecologia e dei problemi legati all’ambiente, non si pensava nemmeno alle modificazioni che il clima stava subendo. Non c’erano ancora né gli ecologisti arrabbiati, né gli scienziati catastrofici e le comunicazioni di massa erano ancora ad un livello accettabile non si era ancora arrivati al senzazionalismo e all’esasperazione delle notizie a tutti i costi. L’inverno, a quel tempo, portava di solito un sacco di neve, tanta che, mi ricordo, di molte occasioni in cui si è dovuto “fare la rotta” per uscire da casa ed arrivare alla strada. La “rotta” consisteva nell’aprire una strada scavando e rimuovendo l’alta coltre di neve ammonticchiandola ai lati man mano che si procedeva nel creare il corridoio che, partendo dalla porta di casa, arrivava alla strada. Alla pulizia delle strade provvedeva il Comune che reclutava uomini in paese per formare le squadre di spalatori che, con l’ausilio di poche macchine operatrici approntate e adattate per l’occorrenza, rimuovevano la neve per permettere il traffico ai veicoli. In quei freddi inverni noi bambini del paese, non avevamo le preoccupazioni degli adulti e, vuoi per l’incoscienza o per ingenuità o perché avevamo ancora dentro noi quello spirito libero e gioioso che ogni fanciullo possiede finché è tale, riuscivamo a trovare tutti i modi possibili per giocare e divertirci. Nei giorni in cui la neve ricopriva completamente e indistintamente tutto, andavamo all’emporio dalla signora Mafalda a comperare i trappolini per catturare i passeri e gli storni, e siccome lei, da brava negoziante, sapeva quando veniva il momento buono per ogni merce stagionale, da un giorno all’altro comparivano, in bella vista sul bancone del negozio i trappolini, subito dopo la prima nevicata della stagione.Il trappolino altro non era che la versione in miniatura, in filo di ferro armonico, delle trappole a tagliola usate nel passato dai cacciatori, e il fantomatico marchingegno che si componeva di due archetti contrapposti uniti da una robusta molla centrale, era caricato e appoggiato sulla superficie bianca. I due archetti aperti formavano un cerchio che era tenuto aperto dal meccanismo di scatto, pertanto era importante star ben attenti a non farlo scattare e, una volta caricato, il trappolino era appoggiato sulla superficie della neve e con una leggera pressione, fatto scendere fino a scomparire.Veniva cosparsa altra neve sopra in modo da nasconderlo completamente alla vista poi venivano deposte delle briciole di pane in corrispondenza del centro dove c’era il meccanismo di scatto. Con tutta quella neve che ricopriva tutto, agli uccellini non rimaneva niente per cibarsi, quindi erano costretti ad andare a beccare le briciole di pane messe ad arte e, quasi inevitabilmente, quando si appoggiavano sopra al meccanismo di scatto bastava la minima pressione per fare scattare la trappola che in un lampo si chiudeva catturando il volatile. Detta così sembra all’apparenza tutto molto facile, un gioco da ragazzi anzi, da bambini per l’appunto, ma dietro all’arte venatoria nell’uso del famigerato Trappolino c’erano: tempo, passione, audacia, dolore e sudore che non sempre, specie se non miscelati nella giusta misura, facevano del monello neofita un esperto bracconiere. L’inequivocabile segno di riconoscimento del giovane bracconiere alle prime armi erano i segni neri sulle unghie e lividi sulle dita, colpite dall’improvvisa chiusura dell’archetto del trappolino che, maneggiato senza la necessaria perizia, scattava durante il posizionamento imprigionando le dita dell’inesperto trappolinista. Quei segni neri e i lividi la dicevano lunga sul dolore che poteva generare l’archetto di acciaio armonico che, spinto da una molla caricatissima, scattando incontrollato si abbatteva sulle mani già doloranti per il freddo patito nell’armeggiare tra la neve. La piccola trappola una volta carica aveva la forza per catturare, ferendo o uccidendo, dai passeri agli strorni, fino anche ai merli, e il meccanismo di scatto doveva essere sistemato in modo da poter scattare alla più piccola pressione, pertanto la parte più delicata nell’approntare il trappolino, era la carica e posizionamento, che andava fatta con calma, freddezza e precisione cercando di rendere la trappola invisibile e infallibile. Trovato il posto valutato opportuno e proficuo all’attività venatoria si cercava di calpestare il minimo possibile la bianca superficie uniforme, si posizionava il trappolino e si legava la cordina che aveva fissata ad un’estremità, ad un vicino punto fisso e inamovibile. La corda serviva ad evitare che, in caso di una preda di grossa taglia, non potesse scappare anche se prigioniera dell’archetto, poi finita l’operazione si ripartiva per posizionarne altri lungo un percorso che era valutato ogni volta in base all’integrità della superficie ed alla presenza di volatili nei paraggi, alla fine si sarebbe fatto il percorso a ritroso per verificare eventuali catture. Alla fine le catture effettivamente non mancavano ma, vuoi perché alla lunga l’istinto di conservazione teneva passeri e storni alla larga dai trappolini, vuoi perché il freddo e le botte sulle dita assottigliavano le file dei giovani bracconieri, la caccia finiva molto prima delle nevicate. Gli unici a trarne vantaggio erano i pennuti che, essendo animali ma non stupidi, capivano che potevano posarsi ovunque alla ricerca di cibo per il cessato pericolo e la signora Mafalda che, anche per quell’anno, aveva venduto un discreto numero di trappolini. Passate le nevicate le temperature si abbassavano e tutto gelava, ogni superficie si ricopriva di ghiaccio rendendo ogni attività delle persone più difficile e ogni spostamento più pericoloso, le strade venivano cosparse di sale e nelle case si aumentava il riscaldamento . Noi bambini per andare a percorrevamo una stradella in terra battuta, che si snodava tra i prati che stavano in una striscia di terreno tra la strada nazionale e la campagna coltivata, la via più corta e sicura per arrivare. Alla fine del percorso, in prossimità della scuola si risaliva sulla strada nazionale arrampicandosi per la scarpata stradale che era alta sui prati tra due e tre metri a seconda del punto di salita che continuava con paio di sentieri ancor più stretti ma uno più ripido dell’altro. Le gelate notturne avevano formato lastroni di ghiaccio lungo tutto il percorso della stradella ed in particolare sui due sentieri che risalivano per la scarpata stradale dove, noi ragazzini, avevamo trovato il modo di giocare. Nei sentieri si susseguivano sfide continue di slittino nei momenti liberi da impegni scolastici ,ci ritrovavamo sulle piste gelate dove ci si lanciava in ardite e a volte pericolose discese, infatti, non mancava, quasi giornalmente, la razione pro capite di lividi, distorsioni e contusioni varie, fino ad arrivare a qualche ferita lacero-contusa e prima della fine delle gelate ci furono anche un paio di ingessature per fratture. Inutile parlare d’indumenti vari strappati al punto da renderli inutilizzabili, di quelli si era perso il conto. Eravamo talmente presi dallo scivolamento su quei sentieri ghiacciati, da inventarci qualsiasi modo e ricorrendo ad ogni mezzo che potesse servire per rendere ancor più emozionante le gare. Ovviamente nessuno disponeva di uno slittino adeguato perciò si provava con tutto ciò che si reputava idoneo allo scopo, perciò assi di lagno, casse per la frutta, lamiere, pneumatici d’auto e tant’altro ancora fu recuperato e usato, tanto nell’estate successiva sul prato si potevano rivedere tutte quelle cose a mucchi tanto da farlo assomigliare più ad una discarica.Cominciammo a fare qualche gara di discesa anche prima dell’entrata a scuola, scoprendo che le cartelle scolastiche, allora di buon cuoio, bene si adattavano al ruolo di slittini, e così un po’ un giorno, prima di entrare, un po’ un altro, anche all’uscita si arrivò ad aumentare i tempi di presenza in pista a scapito di quelli a scuola o a casa, dopo le lezioni.Si andò avanti così fin quasi a marzo fintanto, cioè, che rimase il ghiaccio sui sentieri, poi cominciò il disgelo e le pozzanghere conseguenti che decisero la fine delle nostre settimane bianche.

23 dicembre 2008

Lettera aperta a Babbo Natale


Caro Babbo Natale, ti scrivo per la prima volta, e sento il bisogno di farlo, non per chiederti di ricordarti di me per Natale, ma per scusarmi di non averlo mai fatto prima. Io, per l’età che ho, e di conseguenza per il tipo di educazione ricevuta, e le consuetudini che ancora resistono dai tempi dell’infanzia, non ho avuto il tempo necessario ed il modo giusto per stimarti quanto meriti. Dalle mie parti, in fondo alla pianura, i bambini sono stati abituati ad aspettare con trepidazione l'arrivo della vecchia, in altre parole quello che per molti è solamente il giorno che chiude le festività tra la fine di ogni anno e l’inizio di quello nuovo, quello che per dirla con il proverbio “se le porta tutte via”: l’Epifania. Sebbene cominciasse ad affermarsi già da allora la schiera dei “Natalisti”, in pratica di coloro che facevano trovare, ai loro piccoli i doni e giochi nella Notte Santa, io ero cresciuto in una famiglia che ancora svezzava e cresceva i bambini a pappe e befana. Andava ancora forte la radicata tradizione dei regali portati dalla Befana e noi bambini di quei tempi, con tutto il rispetto per il Bambinello che portava l’amore nel mondo, tendevamo a prediligere la Befana che portava giochi e dolciumi nelle nostre case.

"La Befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte..." Cominciava così la vecchia filastrocca dedicata alla Befana, e lei era, da sempre, presente nell’immaginazione di noi bambini con l’aspetto di una vecchietta curva e mal in arnese, ma ancora autoritaria e con un caratteraccio da mettere in soggezione anche i più discoli. Nelle nostre fantasie di bambini vedevamo la Befana come nelle immagini dei libri di favole o dai racconti degli adulti che descrivevano la vecchietta coperta di vecchi e logori abiti, mentre tirava un carretto colmo di pacchi, o cavalcando una scopa volante e con un gran sacco sulle spalle. Un anziana signora che nonostante gli acciacchi e anche se già vicina al pensionamento, non si arrendeva, continuava il suo compito con il piglio di sempre e non concedeva sconti, né cedeva a scuse o giustificazioni; Così tutti gli anni ,anno dopo anno arrivava tra il cinque ed il sei gennaio, nel bel mezzo della notte, quando ogni bambino dormiva nel sonno più profondo. Un’altra certezza era quella che non esistevano condizioni climatiche o di traffico tanto difficili da poter a fermare l’anziana nottambula, lei arrivava nelle case sempre e comunque, si faceva aprire con autorità poi, prese le dovute informazioni sul fanciullo ivi domiciliato, procedeva alla verifica. Dalle storie che si tramandavano e continuavano a circolare tra i pargoli, si raccontava che, arrivata nella casa di ogni bambino , cominciasse a sfogliare un enorme librone che si portava appresso, sul quale era annotato com’era stato il comportamento dell’infante durante l’anno appena trascorso: non si poteva sfuggire al giudizio della Befana, quella sapeva tutto e, secondo il suo insindacabile giudizio, avrebbe lasciato giochi e dolci, oppure carbone e castagne secche. Così i bambini la sera del cinque gennaio d’ogni anno, al contrario di tutte le altre, andavano a letto senza fare storie dopo avere esposto in cucina, in bella vista, le loro calze che, come tradizione voleva, sarebbero servite alla Befana come punto di riferimento per le consegne. In pratica e meno poeticamente di quanto raccontato, quella notte, verificato che i figli dormissero, entravano in azione i genitori che tiravano fuori i regali, ben nascosti fino a quel momento, e li deponevano vicino alle calzette.

Il mio ricordo indelebile è fissato nel momento dell'improvviso risveglio, provocato dal trambusto proveniente dalla cucina, che mi faceva scendere di scatto dal letto per correre verso ciò che immaginavo già. Tra il sonno, l'emozione e il timore di trovare chi sa cosa e chi sa chi, mi affacciavo in cucina e c'erano ad accogliermi il babbo e la mamma, mi raccontavano che la Befana era arrivata e aveva chiesto di entrare poi, evase le pratiche burocratiche, aveva consegnato loro quei pacchi che facevano bella mostra tra le calze appese (tra i quali non mancavano mai alcuni simbolici e ammonitori pezzetti di carbone). Infine, prima di ripartire per il suo giro di consegne, aveva preteso un caffè, del quale ancora vi era traccia nella tazzina sul tavolo, poi se n’era andata facendo un gran baccano. Anche se, crescendo, avevo capito che era quel romantico di mio padre ad organizzare quella farsa, mi è sempre piaciuto continuare a credere all'arrivo della vecchietta scorbutica e poco rispettosa del mio riposo, era la fiaba che ogni anno entrava nella realtà, un sogno che si ripeteva dolcissimo. Caro Babbo Natale come vedi ho alle spalle delle esperienze e delle ragioni che spero possano giustificare questa mia minor affezione per te, rispetto a quella per la Signora Epifania e ti chiedo scusa se non sono tantissimi anni che ho cominciato a rivalutare la tua imponente ma importante figura. Ti posso assicurare che nel tempo, il succedersi dei Natali nella mia vita prima da figlio prima, poi da genitore, mi ha insegnato a voler bene alla tua rassicurante e bonaria presenza, a conoscerti meglio e stimarti di più, e poi sai com’è, tra uomini ci si capisce. Spero tanto che tu non me ne voglia se continuo a riservare le mie attenzioni, prima, alla cara vecchietta e poi a te, ma credo che, oltre ad essere un grande vecchio, tu sia un gran Signore, che può capire e condividere con me un po’ di galanteria verso una simpatica matura signora. Con grande affetto ti saluto ricordandoti, come faccio sempre con la dolce cara Befana, di prestare attenzione nel tuo viaggio notturno della notte di Natale. Questo nostro mondo, man mano che passano gli anni, diventa sempre più confuso e pericoloso e non vorrei che ti succedesse qualche cosa che possa, anche solo minimamente, intaccare la sicurezza dei bambini sulla tua costante presenza nelle loro notti di Natale.

15 dicembre 2008

Al Trivio, Rovereto


Il locale è di quelli che vanno tanto da un po di tempo in quà, stà in un posto strategico del centro storico, in un angolo di una piazzetta, nascosto in grande evidenza.
Però la piazzetta è tra le più conosciute, carica di storia per il paese, un angolo di ritrovo per i giovani in evidenza e i meno giovani evidenti.
C'è anche tanto di monumento: un bel proietto da 380mm italiano della prima guerra mondiale e sotto la lapide che riporta il numero delle case distrutte durante quegli anni.
Non grande all'interno anche se su più piani, arredo moderno, piccolo banco bar con esposizione di liquori da capogiro per la ricercatezza, tavolo a parte con i vini aperti perché si può ordinare anche al bicchiere ,vini di nome: più o meno gli stessi che fanno bella mostra in tutti i locali come questo.
La cameriera che accoglie e spoglia dopo aver verificato dalla dirigente o proprietaria :comunque caposala: pochi attimi di dubbio poi la conferma che potevamo accomodarci in uno dei quattro tavoli liberi sugli otto presenti a quel piano.
La caposala porta i (grandi) menù ,piatti unici,piatti assaggio e lista specialità; ci attira il risotto al radicchio e formaggio che si fa solo per due ,(bene; siamo in due) e che ordiniamo quando torna ma :
Scusate se non vi ho detto prima che il risotto non è possibile farlo perchè abbiamo una comitiva di 24 persone e poi la cucina sta per chiudere (alle 13 e 30?) .
allora un opterei per......non mi lascia finire la frase.
Non voglio sembrare invadente (ha no!) ma vi consiglio il piatto unico con un primo e un secondo insieme .
sguardo tra il perplesso e il sorpreso :noi; sicuro il suo, sottolineato da oscillazione del capo in segno di : o così o non sò! Vada per il piatto unico.
Acqua e vino ,anche al bicchiere.
Acqua minerale frizzante e un bicchiere di marzemino.
Arriva la cameriera con l'acqua già aperta che, con velocità incredibile, ha già versato nei bicchieri.
Ci guardiamo .. . già aperta , ma neanche a Nairobi!
Arriva la Major con il vino, mostra la bottiglia , non conosco il produttore ma l'assagerò. Se ne va.
Torna con il bicchiere di vino già fatto lo appoggia al tavolo e se ne và.
Ma dai! neanche al dopolavoro ferroviario.
Ed eccolo lì! solito vino barricato che, a parte la forte impronta disegatura di faggio cotta, permette di riconoscere pochi altri gusti, non che non mi piace ma anche qui la moda.
La moda è la masterizzazione dell'enogastronomia d'assalto :tutti sulle barricate!
Il piatto unico arriva in tempo record e non fa mistero del suo viaggio dal frigorifero al tavolo passando per il microonde (porcellana gelata ai bordi ,pietanza da altoforno) non permette che di apprezzarne che la composizione.
Non ci addentriamo nella scelta dei dolci dopo la vista della crema di gelato e spezie del tavolo vicino che dimostra la sua provenienza da freezeer al momento di essere tagliata.
Andiamo direttamente al caffè ben servito con alcuni biscottini, ma in linea con chi lo ha preceduto: bollente, lungo, aroma bruciato .
Vorremmo prenderci il tempo per parlare del nostro e del posto ma e un continuo roteare della cameriera e dell'altra a chiedere se vogliamo altro e se andava tutto bene e se gradiamo non si sà chè, e che cosa e ancora.
Infine sono passate alle vie di fatto, sprarecchiando un pezzo alla volta ,tanto che l'abbiamo preso per un invito a liberare il campo.
Entrata ore 13 e 30 due piatti unici con porzione di tagliata ai ferri ripassata al microonde con giro d'olio ed erbe, 75cc di acqua minerale frizzante, un bicchiere di vino marzemino del trentino ,due caffè accompagnati da alcune scheggie di biscotto , pane e coperto, uscita 14 e 15 , spesa quarantotto euro .
Prendono carte di credito ma perdono clienti :due sicuramente.

12 dicembre 2008

Perchè l'ho cancellato dal mio navigatore


Trento 07-12-2008

Uno dopo l'altro li ho visti tutti nudi e reali: gli alberghi, gli impianti di risalita,i parcheggi,l'ospedale,i servizi pubblici ;anno dopo anno fatti di delusioni che si sommano e infine anche i locali tipici.
Infine anche il mio posto, già, perché dopo aver eletto da anni questo locale come il mio "posto fisso" ogni volta che sono in questa città per lavoro o vacanza (la primavera per il sole,l'estate per il fresco,l'autunno per i funghi,l'inverno per sciare e per le fiere, le sagre, i mercati) ho sbattuto la faccia su un aspetto che non avevo mai conosciuto nè previsto di trovare qui.
Tutte le volte che vengo nel "mio posto fisso",mangio,bevo e ricarico di birra tre bottiglioni tipici del locale con il suo logo e acquistati qui.
Domenica nell'aprire uno dei bottiglioni il tappo si è rotto,un tappo di plastica bianco da pochi centesimi;bè poco male mi dico e dico a chi stava al banco .
-Scusa puoi darmi un'altro tappo?
-noi non abbiamo i tappi-
-Allora(rido) vuoi farmi comperare un'altro bottiglione solo per un tappo o mi fai andare via con il bottiglione aperto?
-noi non diamo solo tappi e riempiamo i bottiglioni che si chiudono-
-Scusa (non rido) perdi la vendita e forse anche il cliente per il valore di un tappo di plastica?
-nessuna risposta ......braccia allargate.
Resto allibito . . .ho capito bene? e sì ho capito bene!
Non abbiamo mangiato, non abbiamo bevuto non abbiamo ricaricato i bottiglioni e credo che, forse ,non avrò più il mio posto fisso in questa città

Sintesi: Tipicità locali? campagna di accoglienza turistica?espressione di un territorio e dei suoi abitanti?
Ma allora non è vero che c'è crisi e dobbiamo essere più disponibili e adattarci alle condizioni di un mercato più difficile ,selettivo che sta perdendo consumatori,e che pertanto di tutto deve essere fatto per tenersi stretti i clienti ,coloro che permettono agli esercizi di sopravvivere.
C'è chi lo ha capito e chi no. Peccato.

01 dicembre 2008

Ode a "la Salamina"












Prima ad védrat int al piat,

o bèla salamina,

at sént int l’aria!...

L’è al tò profùm che, a curóna,

al t’zzircónda come ’na regìna.

Regìna di salàm ti t’jé!...

Délizzia rara,

vant e argój

dla nostra Frara.

Adéss t’jé lì ch’at fum

davanti a mi,

rutundéta e grasstìna,

ligàda strich da tuti i vèrss;

da sóta ad sóra

e anch par travèrss.

T’jé lì ch’at difendi ancóra

cal tesór ch’at gh’a déntar:

al balsam dal tò corp

che, come ’na sgnóra,

t’al fa desideràr…

A n’in póss più!...

At vój magnàr!...

At cucc un puchìn

par guardàrat bén bén;

e pò, pian pianìn,

a t’infilzz còl curtèll

a at vérz a mità:

j òcc i’m ssa slàrga, am tìra al pinguèl, am sùda al palà…

Al sugh tò lusént,

ch’al ’t cóla pr’i fianch,

jè làgarm d’amór

verssàdi par mi.

At ringràzzi, salàma!...

At ringràzzi, col cuór:

al tò sacrifìzzi

t’l’à fat con unór!.

29 novembre 2008

Gran dottori


Curar la salute degli altri con tutto se stesso,

un tempo era nobil missione, adesso è bottega.

Ippocrate sviene guardando chi gli giura adesso,

dottori per soldi,e chi soffre? M’importa na’ sega!


Sicuri, azzimati, si senton profeti a gran parolone,

a chi nelle diagnosi crede, già levano ogni speranza.

Saranno dolori e paure, che niente era l’inquisizione

Profeti dell’esperimento, conducon la macabra danza

.

La scienza, con malati ottusi, si scontra sovente,

se a cura perfetta, paziente non presta attenzione

si aggrava sol per un dispetto e non merita niente.

Gli venga taciuta la fine, parlandogli di guarigione.

22 novembre 2008

Abbinare necesse! 4


E' ovvio che come siamo capaci di esaminare il vino allo stesso modo dobbiamo esaminare il cibo.Si tratta sempre di un'analisi organolettica, cioè i nostri sensi che agiscono essendo messi in rapporto allo stimolo che esercita su di essi una certa quantità di sostanza. Quali sono gli elementi da valutare per il cibo?
Nell' analisi visiva sono due, praticamente riguardano l'aspetto estetico del piatto cioé i suoi colori ma anche la disposizione . Il detto che l'occhio vuole la sua parte vale ancora di più per il cibo che per il vino. Una cosa è se vi servono delle fette di prosciutto arricciate, con una fogliolina profumata accanto su un piatto di portata elegante, un'altra è se lo stesso prosciutto vi viene servito nella stessa carta in cui è avvolto. Quindi l'aspetto del cibo è fondamentale, ci invita a mangiare, ci dà il benvenuto informandoci che il cuoco ci sa fare, oppure ci può respingere. Nell' analisi olfattiva abbiamo i profumi di cottura che sono variegati, particolari, ci possono essere sensazioni di qualunque tipo, e poi c'è l' aromaticità naturale perché tutti gli alimenti hanno un proprio profumo. Quindi non solo esistono i profumi di cottura che la fiamma del fuoco, il vapore, la brace attirano sul cibo ma soprattutto quella che è l'aromaticità naturale del cibo a crudo. Altra cosa importante da valutare nei profumi è la temperatura: per il vino la temperatura di degustazione va da un minimo di 6°C fino a 18°C, ma il cibo possiamo mangiarlo dagli 0°C (es: gelati) fino ad arrivare ai 40°C (es: brodo). La temperatura più alta o più bassa influisce come sappiamo sulla percezione delle sensazioni, sulla volatilità dei profumi, sull'intensità e sulla persistenza degli aromi ed in particolare bisogna tener presente che le temperature molto basse o molto alte di un cibo non sono abbinabili al vino perché entrambe portano all'atrofia parziale e temporanea delle papille gustative e tattili dell'apparato boccale. E' molto meglio l'acqua che riporta ad una normale temperatura la nostra lingua per far scorrere nuovamente il vino. L'aspetto visivo insieme all'olfatto nel cibo influiscono in un modo incredibile sulle nostre sensazioni gusto-olfattive. Tutti sanno cos'è l' acquolina in bocca , quella sorta di secrezione ghiandolare che si forma in bocca quando noi sentiamo l'odore del pane appena sfornato, o di una frittura, o di un arrosto speziato, e sentiamo sensazioni di appetito anche se abbiamo già mangiato. E' una reazione puramente nervosa ma naturale. Questa acquolina è parte integrante della succulenza stessa del cibo. L'esame visivo e quello olfattivo restano certamente validi nella scelta di un vino, ma per l'abbinamento con un cibo ci serve soprattutto l' esame gustativo . Come per il vino anche per il cibo abbiamo i quattro sapori fondamentali che sono il dolce sulla punta della lingua, l' acido ed il salato sui lati, e l' amaro sul fondo, con in più le sensazioni di grasso e untuoso , due sensazioni tattili di natura diversa: entrambe vanno ad impastare la lingua, coprono e inibiscono le nostre capacità sensoriali nell'ambito della bocca (nel caso dell'untuosità quasi totalmente, per la grassezza solo parzialmente). C'è poi l' aromaticità naturale del cibo che si può aumentare a crudo oppure a cotto con le erbe aromatiche, le spezie e le droghe, che hanno sempre funzioni di copertura dei sapori, o arricchimento, o protezione igienica perché distruggono la flora batterica che può danneggiare l'alimento. Infine abbiamo la persistenza gusto-olfattiva , cioè quanto a lungo dopo la masticazione e la deglutizione il sapore del cibo si mantiene all'interno della bocca. Anche qui ci sono dei cibi che restano talmente a lungo che ci obbligano a ripulire la bocca per passare ad altre preparazioni, altri invece che scompaiono quasi immediatamente. L'elemento della persistenza del vino e quello del cibo è uno degli elementi di analogia , cioè se il vino ha una lunga persistenza deve essere abbinato ad un cibo cha ha la stessa identica persistenza. Al contrario una persistenza poco percettibile come quella di una bistecca non si deve accompagnare ad un Brunello che è troppo persistente, si deve andare invece su un Chianti leggero ad esempio dei Colli Senesi che è morbido, meno strutturato e soprattutto meno persistente. Le componenti gustative che ci interessano di più nel vino sono queste:
ACIDITA’, SAPIDITA’: Queste percezioni danno in bocca soprattutto sensazioni di freschezza e pulizia.
EFFERVESCENZA: è un carattere rafforzativo dell’acidità.
ALCOL, TANNINO: Hanno funzioni diverse, oltre a conferire una buona struttura al vino danno alla bocca note disidratanti e creano astringenza.
MORBIDEZZA, PROFUMI, AROMI: Danno insieme la piacevolezza del vino.

20 novembre 2008

Abbinare necesse! 3


Il vino si abbina al cibo per meglio qualificarlo, per farlo apprezzare ed esercitare sul cibo una funzione di supporto liquido e riuscire a bilanciare certe sensazioni estreme che il cibo può avere. In un perfetto abbinamento il cibo ed il vino debbono essere l'uno al servizio dell'altro senza sovrastarsi. Altra regola fissa è che è molto più semplice abbinare un cibo squilibrato piuttosto che un cibo senza eccessi. Nella tradizione della gastronomia si cerca si limitare tali eccessi mediante il sistema dei contorni, cioè affiancando al cibo base qualcosa che ne moderi certe sensazioni. Più un cibo è perfettamente equilibrato più avremo difficoltà ad abbinarlo, perché è come se inserissimo in un certo senso in un cerchio perfetto qualcosa che non trova spazio. L'abbinamento più facile si ha con vini abbastanza equilibrati, vini cioè che hanno sbilanciamento tra durezza e morbidezza, con cibi che hanno questi sbilanciamenti in senso opposto. Quando parliamo di abbinamento tradizionale oppure psicologico oppure a tema parliamo di quelli che sono gli abbinamenti standard. E' scontato un piatto tradizionale abbinato ad un vino locale ma oggi sono i più difficili perché i vini non sono più quelli di una volta.Anche un abbinamento riuscito con una tavolata di clienti potrebbe non essere ugualmente vincente se offerto ad altri. E' il caso in cui subentra il fattore psicologico. L'abbinamento a tema è quello più semplice ma è anche il meno usato dal sommelier, perché si tratta del caso in cui il cliente ordina in anticipo il vino e su quel vino si costruisce il cibo. "In un corretto abbinamento il vino dovrà armonizzarsi con il cibo contrastandone le sensazioni". Tutte queste sensazioni sono riferite ad un singolo alimento oppure alla preparazione di un piatto.Il metodo di abbinamento comunemente riconosciuto si basa su due criteri specifici: “il contrasto e l’analogia”

Contrasto perché alcune sensazioni del vino e del cibo bilanciano gli squilibri dell'altro, analogia perché in alcuni casi le sensazioni mantengono lo stesso rapporto, la stessa tipicità. Mettere in contrasto cibo e vino significa sostanzialmente cercare un equilibrio proprio dal punto di vista fisico, della struttura.Se un vino è troppo ampio intenso e persistente e abbiamo un cibo povero di sensazioni il vino lo sovrasterà completamente.Tutti i vini possono trovare un abbinamento anche se presi da soli non sono di spessore, e soprattutto in ambito locale vedono la migliore collocazione. Quando si parla di analogia è perché non tutto deve contrastare, in quanto se mettiamo in contrapposizione oltre alla fisicità anche gli aromi ed i sapori allora non va più bene. Dobbiamo cercare invece le affinità utili per costruire l'armonia gusto-olfattiva. Ad esempio il tartufo bianco di Alba non ha una grande struttura ma ha un intenso corredo aromatico, se lo mettiamo sulle uova che sono l'abbinamento principe non abbiamo bisogno di un vino potente bensì delicato e fortemente aromatico. Se al contrario quel tartufo lo mettiamo su un piatto di fettuccine all'uovo allora cercheremo nel vino anche la struttura.

19 novembre 2008

Abbinare necesse! 2


L'arte dell'abbinamento vino cibo è stata affrontata in maniera differente dalle varie scuole europee e in maniera molto più approfondita e completa in Italia.
La Scuola Inglese : Sostiene l'assoluta indipendenza da ogni scelta.”Ciascuno di noi deve lasciarsi guidare dal proprio gusto e dalle proprie preferenze, senza seguire regole prestabilite... solo il nostro gusto ci dice come assaporare e gustare ogni cibo, ogni vino".Concettualmente giusto ma... vedete voi un abbinamento un passito di Pantelleria con della carne alla brace ?
La scuola Francese : Basandosi sempre sul gusto personale ha elaborato delle regole che rappresentano una guida che non permette di compiere degli errori grossolani.
La scuola Italiana : Ha approfondito il tema dell'abbinamento cibo vino considerando tutte le caratteristiche olfattive e gustative sia del cibo che del vino.
Regola 1- Nessun grande vino liquoroso bianco va servito con carni rosse e selvaggina
Regola 2- Un grande vino rosso non deve essere servito con pesci crostacei o molluschi.
Regola 3 -I vini bianchi vanno serviti prima dei rossi (qui abbiamo molte eccezioni come un un vino passito con un dessert, un moscato d'Asti con il panettone ecc.)
Regola 4 -I vini leggeri vanno serviti prima di quelli robusti.
Regola 5- Vanno serviti prima i vini che necessitano di una bassa temperatura di servizio (spumante prima, rossi quasi a temperatura ambiente dopo)
Regola 6- I vini vanno serviti secondo una crescente gradazione alcolica
Regola 7- Abbinare ad ogni piatto il proprio vino, se si hanno pochi vini servire pochi piatti.
Regola 8- Servire i vini nella loro migliore stagione (novelli a fine anno, rossi in inverno bianchi in estate)
Regola 9- Separare ogni vino bevendo un sorso d'acqua.
Regola 10- Non servire un solo grande vino in un pasto, nè la bottiglia nè l'uomo devono essere da soli a tavola

18 novembre 2008

Abbinare necesse!


Riuscire ad abbinare sapientemente 'cibo' e 'vino' significa creare un'armonia di profumi e gusti, il modo migliore per poter esaltare le caratteristiche di entrambi.

Non dico di stabilire precise regole di abbinamento, ma esprimere o dare delle indicazioni è molto difficile in quanto sia il cibo che il vino sono sostanze complesse che possono dare sensazioni gustative ed olfattive molto diversificate.

Da un lato abbiamo le infinite possibilità fornite dal sapore dei cibi che dipende, sia dagli ingredienti usati, che dalle modalità di preparazione della pietanza (una maggiore cottura conferisce un sapore più amaro, l'utilizzo di spezie conferisce sensazioni aromatiche, ecc.).

Dall’altro lato siamo storditi dalle molteplici sfaccettature che possiamo cogliere dalle caratteristiche organolettiche di un vino.

Queste,a loro volta, dipendono dal vitigno utilizzato, dai diversi tipi di terreni e condizioni climatiche, oltre che dai diversi stili di produzione (per esempio l'invecchiamento in botti di legno rende un vino più corposo e morbido).

Questo ricco scenario comporta, da una parte, l'esigenza di ricorrere ad esperti, dall'altra, l'opportunità di indicare solo generalmente la tipologia di vino da utilizzare.

Ad ogni buon conto è universalmente condivisa,come regola generale, che in un buon abbinamento, il vino non deve predominare sul piatto e viceversa: il corpo del vino deve essere adeguato alla struttura della pietanza.

Semplicemente vale la formula che un piatto dal sapore delicato richiede un vino "leggero", mentre un piatto ricco richiede un vino ben strutturato.

13 novembre 2008

Certe notti


La mia compagna di vita a volte mi dice di sentirsi (a volte!?) come una vittima della repressione in Urss.
Certe sere, quando viene a letto, dopo un po’ scende e va a stazionare davanti al frigorifero.
Almeno a lei è stata concessa la facoltà di scegliersi il gulag siberiano .

09 novembre 2008

Luna di primavera da "Opus Incertum"




















Luna di primavera ,delicata, scopre
col suo chiarore ,quasi spiando,
la pelle tua che sfugge, come lepre,
al cacciatore che la sta aspettando.


Scivola il velo e la sua trama riga
un moto, appena, di imbarazzato riso,
che subito si smorza e che m’intriga
forzandoti lento, paziente ma deciso.

In quell’istante cadono i misteri
e ansante ti riveli, nell’affanno,
loquace dall’immobile che eri;
bugie sincere per la notte vanno.

07 novembre 2008

Una fabbrica di speranza

L'Associazione Trapiantati di Cuore S. Orsola-Malpighi di Bologna, è una organizzazione laica, apartitica, che non ammette discriminazioni di sesso, razza, nazionalità, religione, le sue attività si basano sui principi costituzionali della democrazia e della partecipazione sociale. Attualmente conta circa 400 associati e, tramite i volontari, si impegna su diversi fronti verso le esigenze sociali e sanitarie più sentite sul territorio e per fornire aiuti concreti a chi ne ha bisogno. L’Associazione è retta da uno Statuto ed opera attraverso un Consiglio Direttivo che viene eletto dall’Assemblea dei Soci nella convocazione annuale in concomitanza della “festa del cuore”, appuntamento annuale che è occasione di incontro e socializzazione. Questa Associazione di Volontariato è presente sul territorio dal febbraio 2003 ed è nata grazie all’iniziativa di persone trapiantate nel centro trapianti di cuore di Bologna; da allora ha operato, senza fini di lucro, nel settore dell'assistenza sociale e socio-sanitaria con azione diretta, personale e gratuita dei Volontari. ATCOM è aperta a chiunque, trapiantato e non, sia interessato e disponibile ad impegnarsi nelle attività statutarie perseguendone le finalità istituzionali, con spirito associativo e di aggregazione territoriale verso la donazione d’organi e i trapianti; per diventare socio è sufficiente sottoscrivere la richiesta di adesione che è libera e gratuita. L’Associazione garantisce il trattamento dei dati sensibili in osservanza della normativa vigente e con le stesse modalità e procedure delle Aziende Sanitarie Regionali. Gli obiettivi primari dell’Associazione sono ben definiti e fortemente perseguiti, ed hanno come base comune il fornire sostegno ai pazienti dalla fase dello screening per il trapianto, al periodo di attesa, fino al momento del trapianto stesso e anche dopo, sostenendo materialmente e psicologicamente i pazienti e collaborando con i familiari a risolvere in modo pratico tutti i problemi che si presentano. A più ampio respiro, si impegna nella progettazione e realizzazione, in collaborazione con le Istituzioni, le altre Associazioni e l’Azienda Universitaria Ospedaliera, di iniziative di sensibilizzazione, informazione e aggregazione sul territorio. L’operato dell’ATCOM, nello svolgimento delle sue attività, ha sempre avuto riscontri positivi, sia da parte dei pazienti che dalle strutture Sanitarie, perché portate avanti dai membri dell’Associazione che, in quanto trapiantati, hanno cognizione di causa per esperienza diretta. I volontari dedicano ai pazienti il loro tempo, non fanno gli infermieri e tanto meno i medici, ma sono i parenti di chi non ha parenti e si pongono accanto alla persona in stato di necessità, con discrezione ben sapendo quando e come offrire il loro aiuto . Questi operatori sono presenti nella sede operativa dell’Associazione presso il padiglione 14 attigua al Day Hospital di Cardiologia, per incontrare ed informare chiunque ne abbia necessità, per accogliere ed aiutare i pazienti soli e sostenere i famigliari angosciati, per chiarire i dubbi e le perplessità sul trapianto e sul successivo reinserimento nella normalità della vita sociale. L’Associazione è inserita nel programma trapianto cuore-polmone del Policlinico S.Orsola–Malpigli: un sistema a rete basato sulla piena integrazione operativa delle Strutture, dei Professionisti e delle Associazioni tra le quali ATCOM è l’unica ad interfacciarsi con la Struttura Sanitaria, condividendo lo stesso programma di Certificazione della Qualità. Ai soci effettivi, perché trapiantati o sostenitori per motivazione, tutti comunque tesserati, viene fornita una vasta gamma di servizi che l’Associazione tende ad ampliare continuamente, ricercando e stipulando convenzioni con strutture di ricezione e alberghiere, per fornire assistenza al pernottamento dei pazienti e familiari che ne hanno necessità. L’assistenza alla logistica per l’arrivo, la sosta e gli spostamenti all’interno della città e del Policlinico, ha reso necessario sensibilizzare e perfezionare un coordinamento con i parcheggi nelle adiacenze, per garantire la disponibilità di posti auto a tariffe agevolate. Si è provveduto, inoltre, a predisporre un veicolo navetta, attrezzato anche per il trasporto di disabili, che svolge giornalmente senza interruzione il servizio di collegamento tra i parcheggi esterni convenzionati e i vari reparti ed ambulatori all’interno dell’Ospedale. Infine, ma non meno importante, collabora con le strutture Sanitarie Specialistiche, di ricerca e farmaceutiche, per promuovere e contribuire all’attività di studio, formazione e ricerca nell’ambito dei trapianti d’organi in generale e di quelli di cuore/polmone in particolare. Chiunque, sia esso socio effettivo o sostenitore o simpatizzante, può aiutare questa Associazione e il contributo può essere sia operativo: collaborando allo sviluppo dei progetti e alla realizzazione delle diverse attività; che economico: con erogazioni liberali detraibili a norma di legge (c/c n. 65200271 c/o Banco Posta; IBAN: IT65D0760102400000065200271) e anche destinando il cinque per mille all’ATCOM indicandone il Codice Fiscale (91230770371) nella dichiarazione dei redditi. l’Associazione Trapiantati di Cuore è iscritta, dal 2006, al registro Regionale delle ONLUS (Associazioni non lucrative di utilità sociale).al n. 82143, in conformità alla legge n.460 del 4/12/1997 art 10, comma 8. La sede legale dell’ATCOM è situata in via Emilia Ponente n.56, presso la sede Comunale di Bologna dell’ AVIS. La sede operativa è presso il Day Hospital Trapianti presso il padiglione n°14 di cardiologia all’interno dell’Ospedale S. Orsola ;I recapiti dell’Associazione sono: telefono/telefax n.051 6363432 ; cellulare:333 4723916 ; indirizzo di posta elettronica ( E mail ) : atcuore@yahoo.it.
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02 novembre 2008

Fagoto de piton


Par oto che magna
On peto de piton de 2 chili, intiero
2 fete de sopressa co l'ajo, grosse 1/2 zm.
2 fete de speck grosse 1/2 zm.
2,5 eti de ricota
5 fete de panzeta
1 zeola
1 carota
1 sculiero de erbete miste secà (osmarin, salvia, timo,ec.)
sale
3 sculieri de ojo stravergine de oliva
1 goto de vin bianco seco
spago da cusina


Se fa cussì:
1. Tajare el peto de piton in modo da fare na specie de bisteca unica;
2. Masenare tuto insieme la sopressa, el speck e na feta de panzeta: fare on paston de sta roba smissiando ben co la ricota;
3. Destirare la bistecona de piton, salarla e spolvararla co na parte dele erbete;
4. Metarghe dessora el paston, assando tuto torno on paro de zm. de bordo;
5. Inpiegare a metà la feta e cusirla tuto torno col spago da cusina (inzegneve par l'ago, ma i ghe ne vende de fati aposta...);
6. Fissare do fete de panzeta par parte, jutandove co d'i stecadenti;
7. Spolvarare ben de sale e col resto dele erbete da tute do le parte el fagoto;
8. Tajare a tochi grossolani la zeola e la carota e metarle so na tecia da forno co l'ojo;
9. Fare rosolare a fogo vivo da tute do le parte el fagoto;
10. Metare in forno a 180° e cusinare ben, dopo verghe butà so la tecia el vin bianco. Ricordeve de girare ogni tanto el fagoto parché el ciapa colore da tute do le parte;
11. 2 ore e meza dovaria bastare, ma regoleve dal colore e ste 'tenti che no se brusa la panzeta (bagnare col pocio);
12. A cotura finia, cavàre dal forno e assare rafredare on poco e tajare fete de 1 zm. de spessore;
13. Intanto zontarghe on goto de brodo de dado al fondo de cotura e darghe on bojo zontandoghe 2 sculiarini de farina: basta du minuti;
14. Frulare tuto el pocio, che'l servirà par butarlo caldo de bojo so le fete del fagoto servie sol piato;
15. Sa ghi par le man del bon vin Raboso, la festa xe fata.