01 maggio 2009

Torta de bròcolo


Par quatro che magna ...do volte

1 bròcolo da 1 chilo

1 zeola rossa

3 eti de fromajo tipo Fontina o Asiago

2 eti de olive grosse, senza osso, mejo de quele more roa greca

1 goto de vin rosso

grana o pecorino gratà

4 sculieri de oio stravergine de oliva

sale e pévaro


se fa cussì:

1.Quando che se neta el bròcolo, tegnere le foje esterne

2.Tajare a tochi gorssi el bròcolo e po' farlo a fete de manco de 1 zentìmetro

3.Tajare a fete precise anca la zeola

4.So na tecia alta e larga, métare on sculiero de oio e inquerciare el fondo co le foje del bròcolo

5.Métare zo le fete de bròcolo una tacà a staltra, senza assare busi

6.Dessora métarghe arquante dele fete de zeola, po' le olive tajà a metà, el fromajo tajà a cubiti e spanpanare el grana (o pecorino, mejo...) e on fià de sale e pévaro

7.Da nuovo on strato de bròcoli e po' staltra roba come prima. Se ghe ne xe oncora, finire co un strato de bròcoli

8.Butarghe par sora el resto del'oio e el goto de vin

9.Inquerciare co on quercio pi picolo e métarghe dessora on peso, po' sarare col so quercio justo

10.Assare sol fogo par tri quarti de ora, a lento assè...

11.Spartire da boni fradei a fete la torta che vien fora ala fine

03 aprile 2009

Potrebbe essere la soluzione . . .

La vita dovrebbe essere vissuta al contrario.
Tanto per cominciare si dovrebbe iniziare morendo, e così tricchete tracchete il trauma è bello che superato.
Quindi ti svegli in un letto di ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando giorno dopo giorno. Poi ti dimettono perché stai bene e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione e te la godi al meglio. Col passare del tempo le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le rughe scompaiono.
Poi inizi a lavorare e il primo giorno ti regalano un orologio d’oro. Lavori quarant’anni finchè non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il ritiro dalla vita lavorativa.
Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare. Poi inizi la scuola, giochi con gli amici, senza alcun tipo di obblighi e responsabilità, finchè non sei bebè. Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene. Gli ultimi nove mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni.
E alla fine abbandoni questo mondo in un orgasmo.

Woody Allen

Il più bello dei mari


Il più bello dei mari

è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli

non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni

non li abbiamo ancora vissuti.

E quello

che vorrei dirti di più bello

non te l'ho ancora detto.



Nazim Hikmet (Salonicco 1902-Mosca 1963)

02 aprile 2009

Schìzzoto


Par na bela fameja

1 chilo de farina; metà "00" e metà de "grano duro"

2 bustine de lievito de bira in pólvare (grani)

4 sculieri de struto o anca del lardo

1 goto de late tiepido (150 grami)

2 sculiarini de sale

4 sculiarini de zùcaro

aqua, 400 grami (se pole aumentare el late, ma in tuto ga da vegnere 550 grami de liquido...)

Se fa cussì:

1.So na bela terina, metare la farina “ a fontanela”

2.Butarghe drento el lievito, el zùcaro, el sale, e el late;

3.Smissiare tuto zontandoghe l'aqua e l'struto: l'inpasto ga da èssare mòrbio, né suto né mojo (!)

4.Inpastare de bona oja so la tola par vinti-trenta minuti, fin che l’inpasto diventa muisin, lissio;

5.Fare na bala, métarla so la terina, farghe on tajo a crose sol dessora e incuerciarla; assarla lievitare par 1 ora al caldin.

6.La ga da cressare squasi el dupio! Inpastarla da nuovo par 10 minuti, po’ destirarla in forma tonda (o quadrata o rettangolare o triangolare o a trapezio) che la resta alta on paro de zentimetri.

7.Farghe dele incision dessora, a rete, e sbusolare co la forchetta;

8.Métarla in forno za caldo a 190 gradi e assarla par 20 minuti ( la ga da indorarse dessora e no brusarse soto).

31 marzo 2009

Da strappare il cuore


Un giovane, un bel giovane, stava in mezzo a una piazza gremita di persone e diceva di avere il cuore più bello del mondo. Tutti quanti glielo ammiravano, era davvero perfetto, senza alcun minimo difetto. Tutte quelle persone concordavano nell'ammettere che quello era proprio il cuore più bello che avessero mai visto in vita loro, e più lo dicevano più il giovane si vantava di quel suo cuore meraviglioso.
All'improvviso spuntò fuori dal nulla un vecchio, che emergendo dalla folla disse : "Beh, a dire il vero... il tuo cuore è molto meno bello del mio."
Quando lo mostrò, aveva puntati addosso gli occhi di tutti; Ha!, quel cuore batteva forte, era potente ma era ricoperto di cicatrici.
C'erano zone dalle quali erano stati asportati dei pezzi e rimpiazzati con altri, ma non combaciavano bene, così il cuore risultava tutto bitorzoluto ed era anche pieno di grossi buchi dove mancavano interi pezzi. Così tutti quanti osservavano il vecchio colmi di perplessità, domandandosi come potesse affermare che il suo cuore fosse il più bello. Il giovane guardò com'era ridotto quel vecchio e scoppiò a ridere: "Stai scherzando !", disse. "Confronta il tuo cuore col mio, il mio è perfetto, mentre il tuo è un rattoppo di ferite e lacrime." "E' vero !", ammise il vecchio.
"Il tuo ha un aspetto assolutamente perfetto, ma non farei mai cambio col mio. Vedi, nel mio ciascuna ferita rappresenta una persona alla quale ho donato il mio amore, alla quale ho dato un pezzo del mio cuore, e spesso, ne ho ricevuto in cambio un pezzo del loro a colmare il vuoto lasciato nel mio cuore. Ma certo ciò che dai non è mai esattamente uguale a ciò che ricevi e così ho qualche bitorzolo, a cui però sono affezionato, ciascuno mi ricorda l'amore che ho condiviso. Altre volte invece ho dato via pezzi del mio cuore a persone che non mi hanno corrisposto e questo ti spiega le voragini.
Amare è rischioso ma per quanto dolorose siano queste voragini che rimangono aperte nel mio cuore, mi ricordano sempre l'amore che ho provato anche per queste persone... e chissà ? Forse un giorno ritorneranno e magari colmeranno lo spazio che ho riservato per loro. Comprendi adesso che cosa sia il vero amore ?"
Il giovane era rimasto senza parole e lacrime copiose gli rigavano il volto. Allora prese un pezzo del proprio cuore, andò incontro al vecchio, e gliel'offrì con le mani che gli tremavano. Il vecchio lo accettò, lo mise nel suo cuore, poi ne prese un pezzo rattoppato e con esso colmò la ferita rimasta aperta nel cuore del giovane. Ci entrava ma non combaciava perfettamente, faceva un piccolo bitorzolo. Poi il vecchio aggiunse:
Se il musicista dicesse che non è la nota musicale che fa la musica...non ci sarebbero le sinfonie….
Se lo scrittore dicesse che non è una parola che può fare uno scritto..non ci sarebbero i libri….
Se l'uomo dicesse che non è un gesto d'amore che può rendere felici e cambiare il destino...non ci sarebbero mai speranza né felicità per gli uomini.
Dopo aver ascoltato, il giovane guardò il suo cuore, che non era più "il cuore più bello del mondo", eppure lo trovava più meraviglioso che mai, perché aveva scoperto dentro di sé un nuovo sentimento.

14 marzo 2009

Come donare organi e tessuti

La dichiarazione di volontà a donare organi e tessuti è regolamentata dalla legge n.91 del 1 aprile 1999 e dal decreto ministeriale dell'8 aprile 2000.L'art 4 della legge n. 91/99 introduce il principio del silenzio assenso, in base al quale a ogni cittadino maggiorenne viene chiesto di dichiarare la propria volontà sulla donazione dei propri organi e tessuti, dopo essere stato informato che la mancata dichiarazione di volontà è considerata quale assenso alla donazione.Tale principio non è tuttavia ancora in vigore. Per il momento la manifestazione della volontà è regolamentata dall'art. 23 della stessa legge (disposizioni transitorie) che introduce il principio del consenso o del dissenso esplicito.A tutti i cittadini viene data la possibilità (non l'obbligo) di esprimere la volontà in merito alla donazione dei propri organi.Attraverso la dichiarazione di volontà ogni singolo cittadino ha la possibilità di esprimersi liberamente, facendo in modo che, in caso di morte, la sua volontà non venga violata dalle decisioni altrui, sia che si tratti di una dichiarazione favorevole alla donazione che sfavorevole (si può anche decidere di lasciare per iscritto di non voler diventare un donatore). Attualmente le modalità per esprimere la volontà sono le seguenti: - la compilazione del tesserino blu del Ministero della Salute che deve essere conservato insieme ai documenti personali.- è possibile compilare on line la dichiarazione di volontà e stampare il proprio tesserino sul sito www.trapianti.ministerosalute.it- è possibile scaricare la Tessera di dichiarazione di volontà cliccando qui- la registrazione della propria volontà presso la ASL di riferimento o il medico di famiglia.una dichiarazione scritta che il cittadino porta con sé con i propri documenti. A questo proposito il decreto ministeriale 8 aprile 2000 ha stabilito che qualunque nota scritta che contenga nome, cognome, data di nascita, dichiarazione di volontà (positiva o negativa), data e firma, è considerata valida ai fini della dichiarazione;l'atto olografo dell'AIDO o di una delle altre associazioni di settore.Quando la propria volontà viene registrata alla ASL, i dati vengono inseriti in un archivio del Centro Nazionale per i Trapianti che è collegato con i Centri interregionali. In caso di possibile donazione in un soggetto di cui venga accertata la morte, i medici rianimatori verificano se questi ha con sé la dichiarazione o ha registrato la volontà nell'archivio informatico. Se un cittadino non esprime la propria volontà, al momento attuale la legge prevede la possibilità per i familiari (coniuge non separato, convivente more uxorio, figli maggiorenni e genitori) di opporsi al prelievo durante il periodo di accertamento di morte.Pertanto è bene parlare anche con i propri familiari, poiché, in assenza di dichiarazione, essi vengono interpellati dai medici circa la volontà espressa in vita dal congiunto. Per i minori sono sempre i genitori a decidere. Se uno dei due è contrario, il prelievo non può essere effettuato.Il cittadino può modificare la dichiarazione di volontà in qualsiasi momento. Sarà ritenuta valida, sempre, l'ultima dichiarazione prestata secondo le modalità previste. Riassumendo:in caso di morte possono verificarsi tre casi: 1. il cittadino ha espresso in vita la volontà positiva alla donazione, in questo caso i familiari non possono opporsi: donazione si. 2. il cittadino ha espresso volontà negativa alla donazione, in questo caso non c'è prelievo di organi: donazione no. 3. il cittadino non si è espresso, in questo caso il prelievo è consentito se i familiari non si oppongono: donazione si/no.

· Come donare midollo osseo e sangue del cordone ombelicale?

Chi fosse interessato a donare di midollo osseo deve rivolgersi alle strutture sanitarie che partecipano al programma nazionale "donazione di midollo osseo", le quali invieranno i dati dei potenziali donatori al Registro Nazionale Donatori di Midollo Osseo (IBMDR).

Per quanto riguarda il sangue cordonale invece le coppie potranno dare il proprio assenso alla donazione durante le visite prenatali.

In seguito prenderanno parte a un colloquio informativo dove verranno loro illustrate le modalità della donazione e raccolti i dati anamnestici (le informazioni riguardanti i precedenti patologici e fisiologici, personali ed ereditari), fondamentali per stabilire l'idoneità o meno della potenziale donatrice.

La mia religione approva la donazione di organi?

Uno degli interrogativi più frequenti posto durante i dibattiti sulla donazione degli organi è: ”La mia religione approva?”.

Ecco i punti di vista sull’argomento delle maggiori religioni.

AME & AMEZION (Metodisti Episcopali Africani)

La donazione di organi e tessuti è vista come un atto di amore per il prossimo e di carità. Inoltre tutti i membri sono incoraggiati a supportare la donazione come un utile modo per aiutare gli altri.

AMISH

Il trapianto è approvato qualora vi è una effettiva indicazione che la salute del ricevente potrebbe migliorare, ma rifiutato se i risultati sono discutibili.

ASSEMBLEA DI DIO

La Chiesa non ha al riguardo una politica ufficiale. La decisione di donare organi e tessuti è individuale. La donazione è fortemente supportata dalla propria denominazione.

AVVENTISTI

La donazione ed il trapianto sono fortemente incoraggiati. Gli avventisti, inoltre, posseggono vari ospedali che praticano.

BATTISTI

La donazione è incoraggiata come un atto di carità. La decisione viene lasciata all’individuo.

BUDDISTI

La donazione è una decisione che spetta alla coscienza individuale.

CATTOLICI

I trapianti sono accettati dal Vaticano e la donazione è incoraggiata come atto di carità.

CHIESA CRISTIANA (Discepoli di Cristo)

La Chiesa Cristiana non proibisce la donazione degli organi e dei tessuti. Ritiene che sia una scelta personale da fare con la famiglia e col personale medico.

CONFRATELLI

La conferenza annuale dei confratelli del 1993 scrisse una mozione sulla donazione degli organi e dei tessuti in supporto e ad incoraggiamento alla donazione. Venne scritto:”Abbiamo l’opportunità di aiutare gli altri e di mostrare l’amore di Cristo tramite la donazione degli organi e dei tessuti.”

EBREI

L’ebreo crede che, se è possibile donare un organo per salvare una vita umana, è doveroso farlo. Poiché restituire la vista è considerato come salvare la vita viene incluso anche il trapianto della cornea.

EPISCOPALI

La chiesa episcopale prese una decisione nel 1982 che rinvigoriva i benefici della donazione degli organi, del sangue e dei tessuti. Tutti i cristiani sono incoraggiati a diventare donatori di organi, sangue e tessuti “come parte della comunione con gli altri nel nome di Cristo che ha dato propria vita per donare agli uomini la vita eterna”.

EVANGELISTI CONSERVATORI INDIPENDENTI

Generalmente, gli evangelisti non si oppongono alla donazione degli organi e dei tessuti. Ogni chiesa è autonoma e lascia la decisione finale al singolo.

GRECI ORTODOSSI

Non c’è alcuna opposizione alle procedure che permettono la riabilitazione della salute, ma la donazione del proprio corpo per la sperimentazione o per la ricerca non è conforme alla tradizione.

INDUISTI

La donazione è una scelta personale.

LUTERANI

Nel 1984 la chiesa anglicana in America deliberò che la donazione contribuisce al benessere dell’umanità e deve essere “un’espressione dello spirito di sacrificio e dell’amore per il prossimo che si trova nel bisogno.” Si fa inoltre appello “ai membri di considerare la donazione degli organi dando disposizione alla famiglia ed ai propri legali e facendo uso di un tesserino da donatore”.

MENNONITE

Non c’è una determinata posizione in proposito, ma neanche una reale opposizione. La decisione spetta al singolo o alla famiglia.

METODISTI

La chiesa metodista riconosce i benefici di dare la vita tramite la donazione ed incoraggia tutti i cristiani a divenire donatori firmando e portando con sé on tesserino di riconoscimento.

MORMONI

Non si oppongono alla donazione. La decisione è un fatto personale da compiersi con la famiglia, il personale medico e la preghiera.

MUSSULMANI

La religione islamica crede fermamente nel principio di dover salvare la vita umana. Il donatore scrive in anticipo le proprie intenzioni cosicché gli organi non sono messi da parte ma trapiantati immediatamente.

Secondo un articolo di A. Sachedina “la maggior parte degli studenti delle principali scuole coraniche hanno invocato il principio di priorità del dover salvare vite umane ed hanno permesso il trapianto degli organi come necessità per arrivare a tale nobile fine”.

PENTECOSTALI

La decisione deve essere lasciata all’individuo.

PRESBITERIANI

I presbiteriani supportano ed incoraggiano la donazione rispettando, nello stesso tempo, il diritto di ogni persona per le decisioni che riguardano il proprio corpo.

PROTESTANTI

Incoraggiano e firmano per la donazione.

QUACCHERI

La donazione ed il trapianto sono scelte personali.

ROM

Gente appartenente a diversi gruppi etnici senza una vera e propria religione. Condividono le stesse tradizioni e le stesse credenze, tendendo ad essere contrari alla donazione degli organi e dei tessuti. La loro opposizione è dovuta alle loro credenze circa l’aldilà. La tradizione fa credere che, quasi per un anno dopo la morte, lo spirito ritorna sui propri passi ed il corpo deve, perciò, restare intatto perché l’anima mantiene la propria sembianza fisica.

SHINTOISTI

Un corpo morto è considerato impuro e pericoloso e quindi affatto potente. Secondo la credenza popolare violare un corpo morto è un grave crimine ed è quindi difficile ottenere dai familiari il consenso di espiantare gli organi del defunto.

TESTIMONI DI JEHOVAH

La donazione è materia della coscienza personale con la clausola che tutti gli organi ed i tessuti siano drenati del sangue.

UNIVERSALISTI UNITARI

La donazione ed il trapianto sono ardentemente sostenuti. Vedono in ciò un atto di amore e di completa donazione.

Possiamo così notare che, mentre ci possono essere variazioni nei punti di vista personali, è chiaro che le maggiori religioni del mondo PERMETTONO, INCORAGGIANO E SUPPORTANO i trapianti e la donazione degli organi.

Se si fa bene a donare?

Lei mi chiede se è una scelta giusta quella di donare gli organi? E come si può dubitarne?

Io la trovo una domanda assurda, cui la risposta non può che essere scontata.

Cosa c'è da dire: il fatto che un corpo senza vita possa ancora servire a dare la vita, io lo trovo una delle più appaganti conquiste dell'uomo. Deve essere una scelta volontaria, presa in piena autonomia, fatta da noi quando siamo in grado di decidere o da qualcuno altro in nostra vece, quando non lo siamo più. Mi pare ovvio, naturale, nell'ordine delle cose naturali.

Che cosa c'è da dire?

Per chi ha aspirazione all'immortalità, poi, può essere perfino una cosa meravigliosa.... Dare agli altri un cuore, sapere che può battere, che può continuare a battere nel petto di un altro è una conquista della scienza ma è soprattutto una grande prova di umanità, un grande fatto di civiltà."


Andrea Camilleri - scrittore

02 marzo 2009

Risoto de Revidui

Par quatro che magna

4 eti de risi (vialon nano);

na carota tajà a daditi;

na ganba de sèlino, taja come la carota;

1 spigo de ajo e 1/2 zeola tajà fina;

ojo stravergine de oliva;

3 eti fra figà de galina, durelo, cuore (i se ciama revidui, frattaglie in ‘talia)


Se fa cussì:

1.Fare on desfrito so l’ojo co la zeola e l’aio ( l’aio se cava e se buta via, dopo ), co le carote e el sèlino;

2.Tajare a daditi i revidui e butarli in tecia a cusinare, zontandoghe on fià de vin bianco e, man man, calche sculiero de brodo;

3.Zontarghe i risi e, dopo verli fati scotare du minuti “a seco”, butare man man del brodeto vegetale o de polastro fin a cotura finìa;

4.Prima de servire, zontarghe on bel pugneto de grana gratà, par maltecare par ben el risoto.

20 febbraio 2009

Calma piatta


E' un giorno con una luce strana , poca, quasi stinta, tanto che priva le voci e i suoni dei toni acuti.
Trasforma ogni umano contatto quotidiano in lento e piatto lamento, tendente al grave e comunque monotono.Il cielo è dipinto; è dipinto a pennellate, sembra.
Questo schermo che oggi si spaccia per cielo e vergato a fitte pennellate, larghe e della stessa tinta, monotona e uniforme, tanto da non meritarsi nemmeno di essere incisa dal volo dei soliti uccelli.
Questi preferiscono starsene immobili sotto le foglie dei rocciosi e statici alberi e tutti insieme subiscono ed esprimono la depressione indotta dal cielo sopra di loro.
Calma piatta.Quasi una immobilità artificiosa .
A guardarli bene, gli alberi, sono gli unici che tentano di uscire da quello stato catartico ,quasi a contraddire l'appropriato stato vegetativo e mimano il movimento che farebbero se fossero scossi da una leggera brezza.
Ma mimano male; e riescono solo a dare una improbabile impressione di moto.
L'inquadratura è disturbata da un'improvviso, quanto imprevisto, volo teso di un piccolo volatile che l'attraversa. Bè! siamo ancora vivi.

12 febbraio 2009

La Sabbiona



Quel giovedì di mezzo agosto era la giornata giusta; può sembrare una stranezza a dirlo, ma ci sono le giornate giuste per certe cose e giornate giuste per altre. In quella c’erano tutte le condizioni per fare la cosa che da qualche tempo aveva concentrato i nostri pensieri. Sembrava proprio che i nostri cervelli funzionassero all’unisono, girando e rigirando attorno all’idea che da un po’ ci assillava. Quel giorno non mancava né la voglia, né la volontà, né l’entusiasmo e tanto meno quel po’ di paura che non guasta in certi casi: insomma non si poteva più rinviare, valeva la pena di rischiare anzi, se non si fosse fatto in quel momento, pensavamo, non ci saremo più riusciti. Quel pomeriggio afoso e solitario dispensava veramente un caldo insopportabile: la colonnina di mercurio blu del termometrone, attaccato al muro di fianco alla porta della farmacia, era arrivata a segnare quarantanove gradi centigradi, ed oltretutto lo strumentone di lamiera smaltata bianca e azzurra, era riparato dal sole, dalla tenda del negozio. L’afa in quel pomeriggio d’agosto aveva raggiunto un livello esagerato, nell’aria si sentiva e si vedeva l’umidità, qualsiasi essere vivente, umano, animale o vegetale si riparava quanto più possibile dando, in sudore, anche l’anima. Per le strade non c’era anima viva, sembrava di stare in uno di quei paesi abbandonati dei film Western dove, tra i muri cadenti delle case abbandonate, volteggiano solo cespugli rotolanti di piante secche, non si vedeva nemmeno un cane o un gatto aggirarsi per le strade, battute da quel sole micidiale che impediva persino ai passeri di volare. Noi, a quel tempo, piccoli rivoluzionari in calzoni corti, stavamo immobili, ognuno con gli stessi pensieri che giravano vorticosamente nella testa, silenziosi guardandoci e guardando fuori della porta del capanno, dove andavamo di solito a giocare in quelle giornate oziose delle vacanze estive. Analizzando rapidamente la situazione, eravamo arrivati quasi simultaneamente alle stesse conclusioni: le condizioni erano le più favorevoli che si fossero mai presentate e in più, con molte probabilità, se non ci perdevamo troppo tempo, nessuno se ne sarebbe accorto, e meno di tutti i genitori che ci credevano impegnati a giocare all’interno del capanno. Così, come in ogni setta di cospiratori che si rispetti, decidemmo all’unanimità e, usciti con circospezione dalla porta sul retro dell’edificio, partimmo come fulmini, macinando veloci pedalate sulle biciclette in direzione del fiume. Sudavamo copiosamente sotto quel sole micidiale e, nel silenzio del meriggio agostano, i respiri affannosi insieme al rumore delle biciclette e quello delle ruote sull’asfalto, creavano un rumore che ci sembrava assordante e che faceva rendeva l’azione ancor più eccitante. Tutto stava realmente accadendo: la fatica per la foga che ci mettevamo nel pedalare, la paura di essere visti e scoperti, l’eccitazione perché stavamo coscientemente facendo una delle poche cose che erano proibitissime, l’impazienza di arrivare per poter godere del sollievo a quella calura insopportabile. In poco tempo eravamo arrivati all’argine e, raggiunta la sommità, vedevamo l’acqua del fiume che, per il basso livello a causa di quella calda estate, scorreva lenta creando circoli e vortici tortuosi, tra le secche sabbiose che emergevano qua e là. Affrontammo la ripida discesa, seguendo un sentiero nell’erba, alta e seccata dal caldo, poi appena giunti in fondo alla scarpate frenammo o cercammo di farlo, tant’è che finimmo gli uni sopra gli altri comprese le biciclette ma la vista di quello che ci si presentava davanti spense lamenti e proteste: stavamo sulla fine e calda sabbia del greto del fiume. Ripresi dalla forte emozione, ci liberammo dal groviglio e, lasciate le biciclette, ci spogliammo in tutta fretta e poi via! Di corsa verso l’acqua del fiume e sentivamo, ad ogni passo, che sotto ai piedi il calore della sabbia diminuiva mentre ci si avvicinava all’acqua, ed una volta messi i piedi a bagno ci prese una specie di tremarella, ci fermammo per un attimo a guardarci: stavamo facendo il bagno alla Sabbiona! La Sabbiona era in quei tempi di boom economico, e quindi di vacanze e vacanzieri nelle più nominate località, la spiaggia locale sul fiume, il surrogato casalingo in risposta alle più rinomate spiagge marine, insomma chi non aveva la possibilità di farsi i bagni e la tintarella al mare, ricorreva alla più familiare e proletaria Sabbiona. Nei pomeriggi delle domeniche estive, la Sabbiona vedeva arrivare frequentatori non solo dai paesi rivieraschi ma anche dalla vicina città, a volte si arrivava a vedere un buon numero di persone: dalle famigliole alle coppiette, ai vari tipi da spiaggia che insieme ai pescatori davano vita a quel lido di poche pretese. La spiaggia però era tabù per i bambini, a pochi era permesso andare alla Sabbiona e solamente sotto la vigile e attenta presenza dei genitori, non che ci fossero delle norme o delle regole che regolavano l’uso della spiaggetta,ma per i timori di sventure. Da che la gente aveva memoria il fiume si era preso molte vite e per la maggior parte si trattava di ragazzini che si avventuravano in acqua con troppa confidenza. Si era portato via anche nuotatori esperti e pescatori o barcaioli:insomma non passava stagione senza un tributo in vite umane. I genitori, proprio perché c’erano già passati e l’avevano subita da ragazzi, sapevano quanta attrazione esercitava il fiume nei ragazzini e al tempo stesso quale imprevedibile pericolo era, quindi, sia con raccomandazioni sia con minacce, facevano di tutto per tenerli lontani dalla Sabbiona. Ma noi quel giorno eravamo là, a trovare refrigerio e deliziarci della soave freschezza di quelle acque che ci lambivano e ci accoglievano nei nostri tuffi e giochi mentre ci rincorrevamo, sguazzando in quell’angolo di paradiso. Il sole scottava violento e invitava ad entrare in quell’acqua che, solo a guardarla, prometteva refrigerio e benessere. Un tuffo, ed improvvisamente, quasi con violenza, sentii la fredda carezza dell’acqua che mi avvolgeva e attraversava il corpo. Bastarono pochi attimi per sentire che quel primo brivido cominciava a stemperarsi, regolando la temperatura e donandomi in breve una sensazione di freschezza inebriante. Dopo essere rimasto un po’ immerso cominciai ad avvertire il ritorno di un brivido fresco che aumentava diventando freddo, allora uscii dall’acqua e risentii il calore estivo, tornavo a godere del caldo abbraccio del sole che mi asciugava e riscaldava. Felici e chiassosi ci rincorrevamo in giochi e scherzi, ora nelle acque basse alzando schizzi d’acqua, ora lungo la riva sabbiosa alzando nuvole polverose. Quelli che sapevano un po’ nuotare o almeno tenersi a galla, si tuffavamo nei punti dove il fiume, con i suoi giri d’acqua, formava delle anse più profonde e pozze che sembravano piscine poi, dopo essere scomparsi tra gli spruzzi, riemergevano e si lasciavano trasportare dolcemente dalla corrente, che in quei punti era più forte. Ci sentivamo incredibilmente eccitati e frastornati per tutto quello che stava accadendo, per tutto ciò che stavamo facendo, godevamo del delizioso contatto con quel prezioso elemento naturale e affascinante, che in ogni momento e in ogni punto nel suo procedere, cambiava quasi per miracolo colore e sapore e temperatura. A seconda di dove scorreva assumeva colori e sfumature diverse che cambiavano repentinamente ,In certi punti l’acqua era bianca e schiumosa mentre in altri assumeva un aspetto scuro e uniforme, ma dovunque disegnava, adattandosi alle forme che lambiva, figure sinuose che attiravano lo sguardo curioso e meravigliato e ipnotizzando chi si lasciava rapire da quell’arcobaleno di colori. In quei momenti forse l’unica cosa che sarei riuscito a paragonare al mio stato d’animo era lei, l’acqua del fiume, in quel pomeriggio ero come lei: libero! Mi sentivo libero da costrizioni, libero di muovermi e di fare, nel bene o nel male, ciò che volevo. Io ed i miei compagni di avventura ci sentivamo accomunati in quella stessa sensazione. Eravamo liberi di fare ciò che volevamo, eravamo anche coscienti che stavamo facendo ciò che nessuno ci avrebbe mai permesso di fare né accompagnati, men che meno da soli, eravamo, inoltre, coscienti del fatto che, in quel momento e per tutti, eravamo dei perfetti incoscienti. Beatamente ci abbandonammo al sottile piacere del proibito e così facendo non ci accorgemmo che il tempo stava passando veloce, più di quanto avevamo previsto nelle intenzioni iniziali, mentre a casa qualcuno aveva già notato la nostra assenza prolungata e cominciava a preoccuparsi. Erano passate già tre ore da quando eravamo partiti e non ce n’eravamo accorti, tanto si stava bene e ci si divertiva, nel frattempo tra coloro che erano abituati alle nostre abitudini, si era già passati dalla preoccupazione allo stato d’allarme. I genitori che, non avendoci trovati come al solito tra il cortile ed il capanno, né nei dintorni o nei soliti posti dove abitualmente andavamo a giocare, avevano fatto presto i loro conti ed ognuno di loro era arrivato alla conclusione. Ogn’uno di loro, conoscendo la propria creatura e la compagnia che frequentava, arrivò, più o meno convinto, alla conclusione che tra le varie combinazioni ci poteva stare anche la scappatella alla Sabbiona e quando uno di loro ebbe il coraggio e la paura di dirlo apertamente, scattò il panico e la mobilitazione generale. Nessun pensiero attraversava le nostre giovani teste, in quel momento eravamo tanto rilassati quanto ignari di ciò che il destino ci stava riservando, degli eventi sgradevoli che di lì a poco ci avrebbero visti protagonisti. Soddisfatti e contenti, ce ne stavamo mollemente stesi sulla calda sabbia , con i piedi nell’acqua fresca, a riposare. L’avventura ed il divertimento terminarono improvvisamente, precisamente nel momento in cui ci sentimmo chiamare da voci provenienti dall’argine, in quel preciso istante spalancai gli occhi senza vedere ma, come del resto successe anche gli altri, realizzai immediatamente cosa stava accadendo. Lo sapevamo anche senza guardare, sapevamo chi c’era e, attraversati da brividi di paura (quella che guasta la festa), alzandoci volgemmo lo sguardo verso la sommità dell’argine e li vedemmo. C’erano tutti, o quasi: padri o mamme, nonni o zii, fratelli maggiori e parenti vari erano là che si sbracciavano, che ci chiamavano, con i visi rossi per l’affanno della corsa e del timore, esagitati e arrabbiati. Quella piccola folla era ferma sulla riva e tutti gesticolavano e urlavano verso di noi che a nostra volta eravamo rimasti pietrificati dalla sorpresa e non sapevamo cosa fare: se andare da loro, come ci stavano ordinando o guadagnare a nuoto l’altra riva del fiume per cercare di sfuggire a ciò che ci sarebbe toccato . Il peggio fu assistere, nei brevi ma intensi attimi successivi alla sorpresa, alla trasformazione dei genitori ansiosi ed angosciati, in individui brutali e violenti dopo aver costatato lo scampato pericolo dei loro incoscienti pargoli. Tutti tornammo dal fiume, accompagnati dai rimproveri urlati e accompagnati dalle sberle dei rispettivi accompagnatori che, non contenti di quanto ci stavano elargendo durante il tragitto verso il paese, ci promettevano per l’arrivo a casa, cioè quando avrebbero avuto più tempo e più mani libere, una memorabile lezione e, in effetti, fu così. Dopo le dolci onde del fiume, il diluvio di brucianti sculaccioni, a chi più, a chi meno ma senza grandi differenze, tutti ricevemmo la nostra razione da ciascun componente della famiglia: nel rispetto della democrazia e della pari opportunità. Per quanto mi riguarda n’ebbi una bella razione vivendo con i nonni, genitori e un paio di fratelli più grandi. Non mi fu di consolazione il sapere che tra i compagni di sventura, c’era chi aveva famiglie ben più numerose, solo il ricordo di quelle fresche acque che ancora mi portavo dentro sembrava, in parte, lenire il bruciante dolore che soffrivo al mio fondoschiena. La avevamo combinata talmente grossa che, oltre alle botte, seguirono giornate di castigo caratterizzate da forti restrizioni della libertà di movimento, nonché da controlli strettissimi, ci fu riservato un trattamento persecutorio che ci tolse serenità e ci accompagnò fino alla fine dell’estate, Però, in fondo, eravamo convinti che ne fosse valsa la penA; che avventura indimenticabile avevamo vissuto in quel caldo agosto, ancora adesso quando ci ripenso riesco a ricordare e a riprovare quelle sensazioni sulla pelle. il caldo soffocante nell’afa di quell’agosto, la freschezza dell’acqua del fiume, e il bruciore delle botte prese.

09 febbraio 2009

Quello che so di te



Non so in quale mondo ti trovi
se rivolgi il tuo sguardo a quel sole
che oggi brilla più chiaro nell’alba
di un mattino che ora è anche il mio.

Non so per chi hai pianto di notte
chi hai amato,voluto, respinto.
Fra la gente che ha udito il tuo riso
argentino come ora è anche il mio.

Non so chi ricorda il tuo nome
o desidera vederti ogni istante,
come immagini sia il tuo cammino
nel futuro che ora è anche il mio.

Mi piace pensarti felice.
Una lucciola in una notte d’estate.
Un gabbiano che insegue una nuvola.
Un respiro che sento anche mio.

Non so nulla, nemmeno il tuo nome
o il tuo volto, la voce, il tuo passo.
II tuo coraggio lo riconosco dal cuore
che mi hai donato, e che ora è anche mio.





vincitrice del Concorso A.I.T.F., pubblicata sul sito: donagliorgani.it

Galani



Par quatro che magna

1/2 chilo de farina

70 gr. de butiro

1 sculiero de zùcaro

2 ovi

1 pizegheto de sale



Se fa cussì:

1.Ronpare i ovi e tegnere da na parte la balota (el rosso) e da staltra la ciara.

2.Sbàtare la ciara "a neve" dura.

3.So nantra terina montare le balote col zùcaro, po' zontarghe prima la ciara za montà e po', on fià par volta, la farina.

4.Bagnare con on fià de aqua se serve par far deventare pì mòrbio l'inpasto.

5.Inpastare fin che la pasta no se taca pì ale man.

6.Spartire in oto parte la balota del'inpasto.

7.Destirare co la mescola ogni una de ste oto balete fasendole deventare come on foglio, no massa fin.

8.Ciapare on sfojo, inburarlo sol dessora e pozarghe dessora on secondo sfojo.

9.Inburare anca el secondo, po' montarghe dessora el terzo, e cussì fin al'ultimo. Questo no bisogna inburarlo!

10.Oncora co la mescola destirare sto "pacheto" de sfoji fin a farlo deventare on sfojo solo, largo e fin, el pì che se pole.

11.Co la roeleta da dolzi, tajare dele striche larghe do dea e longhe quatro.

12.Butare sti nastri (galani, come che se dise in venezian) so l'ojo bolente e frizare fin ch'i ciapa colore. Se i xe sta inpastà ben, vegnarà fora tute bole de aria.

13.Cavàre e sugare so carta che assorba e po' spolvarare co zùcaro a velo.

Succedeva e, forse, ancora succede ?!


Carissima disinnescatrice,
non essendo passato tanto tempo dall'ultima volta che ho avuto bisogno del tuo intervento risolutore e, ti assicuro, che ho apprezzato, ho ben pensato di scriverti.
Vorrei innanzitutto dirti che, in questi ultimi giorni, si sono succeduti fatti nuovi e abbastanza importanti per singolarità,tali da alterare considerevolmente la routine quotidiana nei fatti e nei pensieri.
La nuova più eclatante che ha sconvolto animi e ambizioni, è stata la improvvisa comparsa di nuovi profili anticipanti nuovi nomi pretendenti al massimo soglio della ricambistica umana.
Materializzandosi da un nulla patologico provenienti da direzioni sconosciute o poco note ma al tempo stesso portandosi appresso voluminose esperienze attendistiche e vantando priorità indiscutibili si sono apprressi allo sportello superando, e scalzando posizioni che credevo ,credevamo,credevano inattaccabili.
Tant'è che ogni teoria o pratica precedente e pregressa pare s'involi dalla inamovibile certezza verso la più discussa precarietà.
Pertanto a tal seguito ci resta , una volta sgrondato di tutto il decorativo superfluo, tale considerazione ,peraltro molto vicina al vero che:
-La parola baronale è parola leggera.
-Non dire equivale ad affermare.
Varrebbe. . . , pare . . . , il principio della caotica incertezza , l'affermazione del sistema accusatorio su quello inquisitorio e l'abrogazione di ogni fase dibattimantale.
Mi sovviene pertanto , d'affermare che, sotto l'accademica stola, traspare la battuta guitta che trasforma il luogo di scienza in opera buffa.

19 gennaio 2009

Sùgoli da inverno



Par quatro che magna

2 carote

2 zeole

2 ganbe de sèlino, co foje e tuto

3 eti de fasoi borloti sichi

2 patate

3-4 coste de biéta

1/4 de na verza

2 zucoliti

2 spighi de ajo

Farina zala da polenta

Oio stravergine de oliva

Sale e pévaro

Formajo grana gratà

Se fa cussì:

1.Co l'ajo e 1 zeola fare on bel desfrito, po' cavàre l'ajo

2.Tajare a tochiti tute le altre verdure e butarle in pignata, co tanta aqua, come par fare el menestron, e assare cusinare par ben;

3.A fine cotura passare tuto col passaverdure. Ga da restare on brodo bastanza liquido! Al caso zontarghe aqua;

4.Metare el brodo sol fogo e far bòjare justare de sale e pévaro e po' butarghe, on fià par volta, la farina (come par fare la polenta). Se mete quanta farina che serve in modo che ala fine vegna fora na polentina tènara-tènara, da magnare col sculièro;

5.Cusinare par almanco meza ora, smissiando senpre, senò se taca tuto!!!

6.Servire caldo de bojo, versando on filo de ojo stravergine de oliva e infromajando par ben;

7.El colore dipende dale verdure che se mete (a volte no le se cata tute). El xe on piato da inverno fredo, che se gusta mejo se fora nèvega.

25 dicembre 2008

Ma quali inverni?


Il mondo cambia e tutti ce ne accorgiamo, anno dopo anno, con l’alternarsi delle stagioni e non abbiamo il bisogno delle statistiche e delle informazioni (sempre sensazionali) che ci propinano i mezzi di comunicazione. Attraverso la televisione o la radio o leggendo i giornali veniamo sommersi da miriadi di notizie,sempre più strane ed estreme, sulle previsioni e situazioni del meteo ad ogni latitudine. Prendiamo ad esempio l’arrivo dell’inverno , tutti gli anni ci ripetono che quello in corso è sempre il più freddo, il più strano o il più diverso, in meglio o in peggio a memoria d’uomo. Ho visto passare parecchi inverni,belli o brutti non so dire quali più di altri, ma quelli di cui meglio mi ricordo ,forse perché per ad ognuno che passava facevo nuove scoperte, sono stati quelli di quando ero bambino. L’inverno allora era molto freddo e sopra tutte le case del paese si vedevano salire le colonne di fumo che uscivano dai camini. Le case si riscaldavano bruciando legna nei camini, carbone nelle stufe, nafta e kerosene nelle caldaie e chissà cos’altro ancora, non si sentiva parlare di ecologia e dei problemi legati all’ambiente, non si pensava nemmeno alle modificazioni che il clima stava subendo. Non c’erano ancora né gli ecologisti arrabbiati, né gli scienziati catastrofici e le comunicazioni di massa erano ancora ad un livello accettabile non si era ancora arrivati al senzazionalismo e all’esasperazione delle notizie a tutti i costi. L’inverno, a quel tempo, portava di solito un sacco di neve, tanta che, mi ricordo, di molte occasioni in cui si è dovuto “fare la rotta” per uscire da casa ed arrivare alla strada. La “rotta” consisteva nell’aprire una strada scavando e rimuovendo l’alta coltre di neve ammonticchiandola ai lati man mano che si procedeva nel creare il corridoio che, partendo dalla porta di casa, arrivava alla strada. Alla pulizia delle strade provvedeva il Comune che reclutava uomini in paese per formare le squadre di spalatori che, con l’ausilio di poche macchine operatrici approntate e adattate per l’occorrenza, rimuovevano la neve per permettere il traffico ai veicoli. In quei freddi inverni noi bambini del paese, non avevamo le preoccupazioni degli adulti e, vuoi per l’incoscienza o per ingenuità o perché avevamo ancora dentro noi quello spirito libero e gioioso che ogni fanciullo possiede finché è tale, riuscivamo a trovare tutti i modi possibili per giocare e divertirci. Nei giorni in cui la neve ricopriva completamente e indistintamente tutto, andavamo all’emporio dalla signora Mafalda a comperare i trappolini per catturare i passeri e gli storni, e siccome lei, da brava negoziante, sapeva quando veniva il momento buono per ogni merce stagionale, da un giorno all’altro comparivano, in bella vista sul bancone del negozio i trappolini, subito dopo la prima nevicata della stagione.Il trappolino altro non era che la versione in miniatura, in filo di ferro armonico, delle trappole a tagliola usate nel passato dai cacciatori, e il fantomatico marchingegno che si componeva di due archetti contrapposti uniti da una robusta molla centrale, era caricato e appoggiato sulla superficie bianca. I due archetti aperti formavano un cerchio che era tenuto aperto dal meccanismo di scatto, pertanto era importante star ben attenti a non farlo scattare e, una volta caricato, il trappolino era appoggiato sulla superficie della neve e con una leggera pressione, fatto scendere fino a scomparire.Veniva cosparsa altra neve sopra in modo da nasconderlo completamente alla vista poi venivano deposte delle briciole di pane in corrispondenza del centro dove c’era il meccanismo di scatto. Con tutta quella neve che ricopriva tutto, agli uccellini non rimaneva niente per cibarsi, quindi erano costretti ad andare a beccare le briciole di pane messe ad arte e, quasi inevitabilmente, quando si appoggiavano sopra al meccanismo di scatto bastava la minima pressione per fare scattare la trappola che in un lampo si chiudeva catturando il volatile. Detta così sembra all’apparenza tutto molto facile, un gioco da ragazzi anzi, da bambini per l’appunto, ma dietro all’arte venatoria nell’uso del famigerato Trappolino c’erano: tempo, passione, audacia, dolore e sudore che non sempre, specie se non miscelati nella giusta misura, facevano del monello neofita un esperto bracconiere. L’inequivocabile segno di riconoscimento del giovane bracconiere alle prime armi erano i segni neri sulle unghie e lividi sulle dita, colpite dall’improvvisa chiusura dell’archetto del trappolino che, maneggiato senza la necessaria perizia, scattava durante il posizionamento imprigionando le dita dell’inesperto trappolinista. Quei segni neri e i lividi la dicevano lunga sul dolore che poteva generare l’archetto di acciaio armonico che, spinto da una molla caricatissima, scattando incontrollato si abbatteva sulle mani già doloranti per il freddo patito nell’armeggiare tra la neve. La piccola trappola una volta carica aveva la forza per catturare, ferendo o uccidendo, dai passeri agli strorni, fino anche ai merli, e il meccanismo di scatto doveva essere sistemato in modo da poter scattare alla più piccola pressione, pertanto la parte più delicata nell’approntare il trappolino, era la carica e posizionamento, che andava fatta con calma, freddezza e precisione cercando di rendere la trappola invisibile e infallibile. Trovato il posto valutato opportuno e proficuo all’attività venatoria si cercava di calpestare il minimo possibile la bianca superficie uniforme, si posizionava il trappolino e si legava la cordina che aveva fissata ad un’estremità, ad un vicino punto fisso e inamovibile. La corda serviva ad evitare che, in caso di una preda di grossa taglia, non potesse scappare anche se prigioniera dell’archetto, poi finita l’operazione si ripartiva per posizionarne altri lungo un percorso che era valutato ogni volta in base all’integrità della superficie ed alla presenza di volatili nei paraggi, alla fine si sarebbe fatto il percorso a ritroso per verificare eventuali catture. Alla fine le catture effettivamente non mancavano ma, vuoi perché alla lunga l’istinto di conservazione teneva passeri e storni alla larga dai trappolini, vuoi perché il freddo e le botte sulle dita assottigliavano le file dei giovani bracconieri, la caccia finiva molto prima delle nevicate. Gli unici a trarne vantaggio erano i pennuti che, essendo animali ma non stupidi, capivano che potevano posarsi ovunque alla ricerca di cibo per il cessato pericolo e la signora Mafalda che, anche per quell’anno, aveva venduto un discreto numero di trappolini. Passate le nevicate le temperature si abbassavano e tutto gelava, ogni superficie si ricopriva di ghiaccio rendendo ogni attività delle persone più difficile e ogni spostamento più pericoloso, le strade venivano cosparse di sale e nelle case si aumentava il riscaldamento . Noi bambini per andare a percorrevamo una stradella in terra battuta, che si snodava tra i prati che stavano in una striscia di terreno tra la strada nazionale e la campagna coltivata, la via più corta e sicura per arrivare. Alla fine del percorso, in prossimità della scuola si risaliva sulla strada nazionale arrampicandosi per la scarpata stradale che era alta sui prati tra due e tre metri a seconda del punto di salita che continuava con paio di sentieri ancor più stretti ma uno più ripido dell’altro. Le gelate notturne avevano formato lastroni di ghiaccio lungo tutto il percorso della stradella ed in particolare sui due sentieri che risalivano per la scarpata stradale dove, noi ragazzini, avevamo trovato il modo di giocare. Nei sentieri si susseguivano sfide continue di slittino nei momenti liberi da impegni scolastici ,ci ritrovavamo sulle piste gelate dove ci si lanciava in ardite e a volte pericolose discese, infatti, non mancava, quasi giornalmente, la razione pro capite di lividi, distorsioni e contusioni varie, fino ad arrivare a qualche ferita lacero-contusa e prima della fine delle gelate ci furono anche un paio di ingessature per fratture. Inutile parlare d’indumenti vari strappati al punto da renderli inutilizzabili, di quelli si era perso il conto. Eravamo talmente presi dallo scivolamento su quei sentieri ghiacciati, da inventarci qualsiasi modo e ricorrendo ad ogni mezzo che potesse servire per rendere ancor più emozionante le gare. Ovviamente nessuno disponeva di uno slittino adeguato perciò si provava con tutto ciò che si reputava idoneo allo scopo, perciò assi di lagno, casse per la frutta, lamiere, pneumatici d’auto e tant’altro ancora fu recuperato e usato, tanto nell’estate successiva sul prato si potevano rivedere tutte quelle cose a mucchi tanto da farlo assomigliare più ad una discarica.Cominciammo a fare qualche gara di discesa anche prima dell’entrata a scuola, scoprendo che le cartelle scolastiche, allora di buon cuoio, bene si adattavano al ruolo di slittini, e così un po’ un giorno, prima di entrare, un po’ un altro, anche all’uscita si arrivò ad aumentare i tempi di presenza in pista a scapito di quelli a scuola o a casa, dopo le lezioni.Si andò avanti così fin quasi a marzo fintanto, cioè, che rimase il ghiaccio sui sentieri, poi cominciò il disgelo e le pozzanghere conseguenti che decisero la fine delle nostre settimane bianche.

23 dicembre 2008

Lettera aperta a Babbo Natale


Caro Babbo Natale, ti scrivo per la prima volta, e sento il bisogno di farlo, non per chiederti di ricordarti di me per Natale, ma per scusarmi di non averlo mai fatto prima. Io, per l’età che ho, e di conseguenza per il tipo di educazione ricevuta, e le consuetudini che ancora resistono dai tempi dell’infanzia, non ho avuto il tempo necessario ed il modo giusto per stimarti quanto meriti. Dalle mie parti, in fondo alla pianura, i bambini sono stati abituati ad aspettare con trepidazione l'arrivo della vecchia, in altre parole quello che per molti è solamente il giorno che chiude le festività tra la fine di ogni anno e l’inizio di quello nuovo, quello che per dirla con il proverbio “se le porta tutte via”: l’Epifania. Sebbene cominciasse ad affermarsi già da allora la schiera dei “Natalisti”, in pratica di coloro che facevano trovare, ai loro piccoli i doni e giochi nella Notte Santa, io ero cresciuto in una famiglia che ancora svezzava e cresceva i bambini a pappe e befana. Andava ancora forte la radicata tradizione dei regali portati dalla Befana e noi bambini di quei tempi, con tutto il rispetto per il Bambinello che portava l’amore nel mondo, tendevamo a prediligere la Befana che portava giochi e dolciumi nelle nostre case.

"La Befana vien di notte, con le scarpe tutte rotte..." Cominciava così la vecchia filastrocca dedicata alla Befana, e lei era, da sempre, presente nell’immaginazione di noi bambini con l’aspetto di una vecchietta curva e mal in arnese, ma ancora autoritaria e con un caratteraccio da mettere in soggezione anche i più discoli. Nelle nostre fantasie di bambini vedevamo la Befana come nelle immagini dei libri di favole o dai racconti degli adulti che descrivevano la vecchietta coperta di vecchi e logori abiti, mentre tirava un carretto colmo di pacchi, o cavalcando una scopa volante e con un gran sacco sulle spalle. Un anziana signora che nonostante gli acciacchi e anche se già vicina al pensionamento, non si arrendeva, continuava il suo compito con il piglio di sempre e non concedeva sconti, né cedeva a scuse o giustificazioni; Così tutti gli anni ,anno dopo anno arrivava tra il cinque ed il sei gennaio, nel bel mezzo della notte, quando ogni bambino dormiva nel sonno più profondo. Un’altra certezza era quella che non esistevano condizioni climatiche o di traffico tanto difficili da poter a fermare l’anziana nottambula, lei arrivava nelle case sempre e comunque, si faceva aprire con autorità poi, prese le dovute informazioni sul fanciullo ivi domiciliato, procedeva alla verifica. Dalle storie che si tramandavano e continuavano a circolare tra i pargoli, si raccontava che, arrivata nella casa di ogni bambino , cominciasse a sfogliare un enorme librone che si portava appresso, sul quale era annotato com’era stato il comportamento dell’infante durante l’anno appena trascorso: non si poteva sfuggire al giudizio della Befana, quella sapeva tutto e, secondo il suo insindacabile giudizio, avrebbe lasciato giochi e dolci, oppure carbone e castagne secche. Così i bambini la sera del cinque gennaio d’ogni anno, al contrario di tutte le altre, andavano a letto senza fare storie dopo avere esposto in cucina, in bella vista, le loro calze che, come tradizione voleva, sarebbero servite alla Befana come punto di riferimento per le consegne. In pratica e meno poeticamente di quanto raccontato, quella notte, verificato che i figli dormissero, entravano in azione i genitori che tiravano fuori i regali, ben nascosti fino a quel momento, e li deponevano vicino alle calzette.

Il mio ricordo indelebile è fissato nel momento dell'improvviso risveglio, provocato dal trambusto proveniente dalla cucina, che mi faceva scendere di scatto dal letto per correre verso ciò che immaginavo già. Tra il sonno, l'emozione e il timore di trovare chi sa cosa e chi sa chi, mi affacciavo in cucina e c'erano ad accogliermi il babbo e la mamma, mi raccontavano che la Befana era arrivata e aveva chiesto di entrare poi, evase le pratiche burocratiche, aveva consegnato loro quei pacchi che facevano bella mostra tra le calze appese (tra i quali non mancavano mai alcuni simbolici e ammonitori pezzetti di carbone). Infine, prima di ripartire per il suo giro di consegne, aveva preteso un caffè, del quale ancora vi era traccia nella tazzina sul tavolo, poi se n’era andata facendo un gran baccano. Anche se, crescendo, avevo capito che era quel romantico di mio padre ad organizzare quella farsa, mi è sempre piaciuto continuare a credere all'arrivo della vecchietta scorbutica e poco rispettosa del mio riposo, era la fiaba che ogni anno entrava nella realtà, un sogno che si ripeteva dolcissimo. Caro Babbo Natale come vedi ho alle spalle delle esperienze e delle ragioni che spero possano giustificare questa mia minor affezione per te, rispetto a quella per la Signora Epifania e ti chiedo scusa se non sono tantissimi anni che ho cominciato a rivalutare la tua imponente ma importante figura. Ti posso assicurare che nel tempo, il succedersi dei Natali nella mia vita prima da figlio prima, poi da genitore, mi ha insegnato a voler bene alla tua rassicurante e bonaria presenza, a conoscerti meglio e stimarti di più, e poi sai com’è, tra uomini ci si capisce. Spero tanto che tu non me ne voglia se continuo a riservare le mie attenzioni, prima, alla cara vecchietta e poi a te, ma credo che, oltre ad essere un grande vecchio, tu sia un gran Signore, che può capire e condividere con me un po’ di galanteria verso una simpatica matura signora. Con grande affetto ti saluto ricordandoti, come faccio sempre con la dolce cara Befana, di prestare attenzione nel tuo viaggio notturno della notte di Natale. Questo nostro mondo, man mano che passano gli anni, diventa sempre più confuso e pericoloso e non vorrei che ti succedesse qualche cosa che possa, anche solo minimamente, intaccare la sicurezza dei bambini sulla tua costante presenza nelle loro notti di Natale.

15 dicembre 2008

Al Trivio, Rovereto


Il locale è di quelli che vanno tanto da un po di tempo in quà, stà in un posto strategico del centro storico, in un angolo di una piazzetta, nascosto in grande evidenza.
Però la piazzetta è tra le più conosciute, carica di storia per il paese, un angolo di ritrovo per i giovani in evidenza e i meno giovani evidenti.
C'è anche tanto di monumento: un bel proietto da 380mm italiano della prima guerra mondiale e sotto la lapide che riporta il numero delle case distrutte durante quegli anni.
Non grande all'interno anche se su più piani, arredo moderno, piccolo banco bar con esposizione di liquori da capogiro per la ricercatezza, tavolo a parte con i vini aperti perché si può ordinare anche al bicchiere ,vini di nome: più o meno gli stessi che fanno bella mostra in tutti i locali come questo.
La cameriera che accoglie e spoglia dopo aver verificato dalla dirigente o proprietaria :comunque caposala: pochi attimi di dubbio poi la conferma che potevamo accomodarci in uno dei quattro tavoli liberi sugli otto presenti a quel piano.
La caposala porta i (grandi) menù ,piatti unici,piatti assaggio e lista specialità; ci attira il risotto al radicchio e formaggio che si fa solo per due ,(bene; siamo in due) e che ordiniamo quando torna ma :
Scusate se non vi ho detto prima che il risotto non è possibile farlo perchè abbiamo una comitiva di 24 persone e poi la cucina sta per chiudere (alle 13 e 30?) .
allora un opterei per......non mi lascia finire la frase.
Non voglio sembrare invadente (ha no!) ma vi consiglio il piatto unico con un primo e un secondo insieme .
sguardo tra il perplesso e il sorpreso :noi; sicuro il suo, sottolineato da oscillazione del capo in segno di : o così o non sò! Vada per il piatto unico.
Acqua e vino ,anche al bicchiere.
Acqua minerale frizzante e un bicchiere di marzemino.
Arriva la cameriera con l'acqua già aperta che, con velocità incredibile, ha già versato nei bicchieri.
Ci guardiamo .. . già aperta , ma neanche a Nairobi!
Arriva la Major con il vino, mostra la bottiglia , non conosco il produttore ma l'assagerò. Se ne va.
Torna con il bicchiere di vino già fatto lo appoggia al tavolo e se ne và.
Ma dai! neanche al dopolavoro ferroviario.
Ed eccolo lì! solito vino barricato che, a parte la forte impronta disegatura di faggio cotta, permette di riconoscere pochi altri gusti, non che non mi piace ma anche qui la moda.
La moda è la masterizzazione dell'enogastronomia d'assalto :tutti sulle barricate!
Il piatto unico arriva in tempo record e non fa mistero del suo viaggio dal frigorifero al tavolo passando per il microonde (porcellana gelata ai bordi ,pietanza da altoforno) non permette che di apprezzarne che la composizione.
Non ci addentriamo nella scelta dei dolci dopo la vista della crema di gelato e spezie del tavolo vicino che dimostra la sua provenienza da freezeer al momento di essere tagliata.
Andiamo direttamente al caffè ben servito con alcuni biscottini, ma in linea con chi lo ha preceduto: bollente, lungo, aroma bruciato .
Vorremmo prenderci il tempo per parlare del nostro e del posto ma e un continuo roteare della cameriera e dell'altra a chiedere se vogliamo altro e se andava tutto bene e se gradiamo non si sà chè, e che cosa e ancora.
Infine sono passate alle vie di fatto, sprarecchiando un pezzo alla volta ,tanto che l'abbiamo preso per un invito a liberare il campo.
Entrata ore 13 e 30 due piatti unici con porzione di tagliata ai ferri ripassata al microonde con giro d'olio ed erbe, 75cc di acqua minerale frizzante, un bicchiere di vino marzemino del trentino ,due caffè accompagnati da alcune scheggie di biscotto , pane e coperto, uscita 14 e 15 , spesa quarantotto euro .
Prendono carte di credito ma perdono clienti :due sicuramente.