Il
ricordo che oggi rimane di Umberto II, il "re di maggio"
ultimo sovrano d'Italia, è offuscato dal complesso periodo storico
in cui visse ed intriso di profonde malinconie.
Descritto
come il migliore fra i Savoia re d'Italia, Umberto non ebbe mai il
tempo per divenire protagonista della storia e pagò per tutti le
colpe della sua dinastia, su tutte quelle del padre, Vittorio
Emanuele III, che nei suoi riguardi nutrì sempre sentimenti
contrastanti, tra l'ammirazione per la sua popolarità e la totale
sfiducia, cedendogli il trono solamente quando non si poteva fare
altrimenti, tragicamente tardi per poter salvare la monarchia.
Eppure,
se al referendum del 2 giugno 1946 la repubblica vinse solo con una
sottile maggioranza, per un risultato di gran lunga superiore alle
previsioni del sovrano, Umberto dovette evidentemente avere qualche
merito. Si deve poi considerare l'emotività di quel voto, a guerra
appena conclusa, quando nella coscienza popolare erano ancora ben
impressi gli errori di Vittorio Emanuele, vale a dire la fuga da Roma
e l'incapacità di opporsi al regime di Benito Mussolini.
Quasi
tutti erano concordi nel ritenere Umberto migliore di suo padre;
Montanelli votò per tale ragione a favore della monarchia,
conoscendo di persona il sovrano e provando nei suoi confronti una
stima sincera, ma soprattutto si schierò nel referendum a favore di
quell'istituzione che aveva creato l'Italia; De Gasperi, infine,
considerava Umberto una bravissima persona.
Amabile,
elegante nei modi, rispettoso e ligio al proprio dovere, il "re
gentiluomo" mise sempre da parte i propri interessi personali a
favore del bene del nostro paese, preferendo la triste via
dell'esilio in Portogallo, dove visse dal 1946 sino alla morte,
avvenuta nel 1983, piuttosto di un'inutile guerra civile che avrebbe
causato ulteriori danni a seguito degli eventi già così drammatici
del secondo grande conflitto mondiale. Questa decisione non scontata,
che aprì ad un periodo di pace e di ricrescita, non va dimenticata.
La
partenza da Roma, a seguito dei risultati del referendum
istituzionale, avvenne in un'atmosfera surreale, sotto un cielo
grigio che minacciava temporale.
Era
il pomeriggio del 13 giugno 1946 e l'immagine affascinante del
principe ereditario che aveva rapito il cuore di ogni giovane donna
lasciava spazio ad un re segnato dal fardello della storia e dalle
decisioni così difficili da prendere in quei pochi giorni di fine
primavera, momenti che segnavano l'epilogo di una lunga pagina di
storia nazionale, ma se si vuole anche di novecento anni di dinastia.
Come doveva essere difficile accettare un così amaro destino mentre
all'aeroporto di Ciampino un aereo lo attendeva per raggiungere
Lisbona. Umberto indossava un dimesso abito grigio con la cravatta
nera a lutto dell'Italia, che porterà durante tutto l'esilio. Con il
volto segnato dalle rughe, il viso pallido e tirato, riuscì ad
abbozzare un sorriso poco prima di partire per un viaggio che non lo
avrebbe mai più riportato nell'amata patria.
Umberto
nacque la sera del 15 settembre 1904 nel castello di Racconigi, un
borgo contadino a metà strada fra Torino e Cuneo, nel periodo della
cosiddetta "età giolittiana", quando il protagonista della
politica italiana era il piemontese Giovanni Giolitti.
Mite,
dolce e sensibile, il futuro sovrano fu costretto alla ferrea
disciplina militare impartitagli a villa Savoia da numerosi
precettori per volontà di Vittorio Emanuele, che si pose sempre nei
confronti del figlio non come padre, bensì come re, con severità e
distacco.
Del
rapporto tra Umberto e suo padre durante l'infanzia rimane solo una
foto, probabilmente la più affettuosa, che ritrae un attimo di
tranquillità familiare, sebbene Vittorio Emanuele non nascondi sotto
il cappello un'espressione tesa e quasi insofferente a causa di
quella posa forzata. Un'intervista del periodo dell'esilio ci narra
di quei ricordi legati alla giovinezza.
La
madre Elena del Montenegro, da cui prese le morbide fattezze, gli
occhi neri e l'altezza, ma soprattutto la bontà e un profondo
spirito di sacrificio, era invece una figura rasserenante e
comprensiva, capace di donare al primogenito l'amorevolezza e la
dolcezza di cui aveva bisogno. Ella aveva adottato gli stessi modi
semplici anche nel suo ruolo di regina, al contrario di quelli
solenni di Margherita di Savoia, moglie di Umberto I
Galante
e raffinato, vestito sempre in modo impeccabile e alla moda, i
capelli scuri ben pettinati, la barba rasa perfettamente per
evidenziare i dolci lineamenti, Umberto era un uomo che incarnava lo
speranzoso futuro di una nazione, mentre Vittorio Emanuele era ormai
un vecchio re sfiduciato e oppresso sin da ragazzo da complessi di
inferiorità dovuti alla sua statura, condizionata dall'unione tra
Umberto I e la regina Margherita, cugini di primo grado.
La
popolarità del figlio era forse invidiata dal padre, orgoglioso e
testardo al punto da tenere sino all'ultimo il potere come a voler
dimostrare che solamente lui era in grado di governare, anche quando
all'estero si faceva ormai maggiore affidamento su Umberto piuttosto
che sul sovrano.
Vittorio
Emanuele non si curava di quello che si diceva su di lui e sulla sua
famiglia, fermo nella convinzione che "in casa Savoia, si regna
uno alla volta". Cinico sino a disprezzare tutti, dubbioso sulle
capacità politiche del figlio, il re non gradiva nemmeno l'attivismo
politico della nuora Maria José, donna di cultura in contatto con i
politici e gli intellettuali antifascisti.
Umberto
e la principessa Maria José del Belgio si sposarono l'8 gennaio
dell'anno 1930 nella cappella Paolina del Quirinale, in una vera e
propria sontuosa cerimonia regale alla quale partecipò buona parte
dell'aristocrazia internazionale, tra cui, oltre ai membri di casa
Savoia e del ramo cadetto Aosta, il re Alberto I del Belgio con la
famiglia della sposa al completo, a cominciare dal futuro Leopoldo
III come testimone di sua sorella Maria José; vi erano poi re Boris
di Bulgaria che poco dopo sposerà una sorella di Umberto, le sorelle
della regina Elena, infine il duca di York, che nel 1936 salirà al
trono inglese con il nome di Giorgio VI. I coniugi, al termine della
funzione religiosa, furono ricevuti in Vaticano da papa Pio XI,
segnale di una progressiva riconciliazione fra l'Italia e il Vaticano
ad un anno dai Patti Lateranensi. La visita riempì di gioia il
principe Umberto, molto credente a differenza di suo padre.
Umberto,
la cui infanzia era stata repressa nel rigore militare e nella severa
educazione, visse il matrimonio come un'imposizione che ostacolava il
suo complesso percorso di crescita e di ricerca di una propria
dimensione. Come detto però, i due coniugi apparirono sempre uniti
agli occhi del popolo ed insieme ebbero tre figlie femmine e l'erede
maschio Vittorio Emanuele.
Il
regno di Umberto non è da considerarsi solamente nel breve periodo,
poco più di un mese, intercorso fra l'abdicazione di Vittorio
Emanuele III, avvenuta il 9 maggio del 1946, sino alla partenza per
l'esilio il 13 giugno successivo, dunque come l'ultimo dei Savoia o
come una sorta di Luigi
XVI finito,
anziché sulla ghigliottina, lontano dalla patria in completa
solitudine. Bisogna invece porre l'attenzione ai due anni che seguono
la decisione del padre di cedergli i poteri come Luogotenente del
regno, ma anche al suo ruolo di principe ereditario.
Interessante
è analizzare, oltre a capire se vi fu veramente, il sentimento di
antifascismo da parte di Umberto, certamente distante nei modi e
nell'ideologia dal duce, ma allo stesso tempo impossibilitato a
prendere posizioni nettamente in opposizione al padre, il quale,
sebbene controvoglia, aveva avvallato il regime e accettato la
diarchia.
Umberto,
che non aveva mai nutrito entusiasmo per il fascismo, sembrò
adeguarsi come la maggior parte degli italiani e degli uomini di
potere a quello che si rivelò la rovina del paese; chiaramente
bisogna tenere però in considerazione la sua posizione di rilievo,
che gli avrebbe permesso di opporsi, ed in questo caso la mancata
azione concreta risalta con maggiore evidenza.
Come
sempre Umberto fu vittima di quell'assoluto rispetto per suo padre,
al quale doveva obbedienza non solo come genitore ma anche come re,
che per tutta la vita non gli permise di compiere delle scelte. La
volontà da parte di Vittorio Emanuele di tenere lontano il figlio
dalla vicende politiche è inoltre interpretabile, oltre che come una
mancanza di fiducia, come la scelta di non coinvolgere la monarchia
in un rapporto troppo stretto con il regime, distinguendo quindi la
propria posizione politica, ormai compromessa, da quella dell'erede.
Non
riuscendo ad imporsi e a prendere convinte decisioni, Vittorio
Emanuele vedrà concludersi il proprio regno nel peggiore dei modi,
consapevole di non essere stato in grado di evitare al paese le
atrocità della guerra, di essersi arreso con troppa facilità alla
follia dei due dittatori. Assisterà da lontano, costretto
all'esilio, alla fine del regno sabaudo.
Quando
ormai era troppo tardi, il 25 luglio 1943, a conflitto ormai perso e
a seguito del bombardamento di San Lorenzo, il re, ricordandosi dei
sui poteri, fece arrestare Mussolini, affidando il ruolo di capo del
governo al maresciallo dell'esercito Pietro Badoglio.
L'8
settembre venne firmato l'armistizio, con il re che a questo punto
rischiava di finire catturato dai tedeschi. Si decise allora per la
fuga, un gesto certamente non oneroso che lasciava la capitale al
proprio destino, nella più assoluta anarchia. Il monarca,
nell'estremo tentativo di dare continuità allo Stato e difendere gli
ideali unitari, decise di trasferirsi al sud, in territorio non
invaso da tedeschi o Alleati, temendo per l'incolumità della
famiglia reale e al fine di evitare che il paese fosse rappresentato
unicamente dalla mussoliniana repubblica di Salò.
L'ultima
sera prima della partenza, al Quirinale, in una situazione irreale,
vi erano solamente Vittorio Emanuele, la regina Elena e loro figlio
Umberto, che obbedì a suo padre pur essendo intenzionato a restare a
Roma. In cuor suo il principe si sentiva in dovere di rimanere nella
capitale, difendendola anche a costo della vita. Il coraggio non gli
mancava, ma era incapace di disobbedire. La madre lo supplicò di
partire, Vittorio Emanuele glielo ordinò. Forse quel gesto avrebbe
avuto, qualche anno più tardi, la sua ricompensa.
Ancora
una volta Umberto dovette sottomettersi alla volontà di Vittorio
Emanuele, non essendo il suo momento per regnare. Eppure quella notte
fece di tutto per seguire le proprie convinzioni, continuando, anche
mentre le automobili lasciavano Roma verso Pescara, a supplicare
inutilmente il padre, finendo per essere rimproverato duramente anche
da Badoglio. Rassegnato, quasi in lacrime, Umberto ripeteva: "Mio
Dio, che figura!". Nemmeno a distanza di molti anni, durante
l'esilio, si permise però di parlare male del padre e della sua
scelta.
A
seguito della liberazione di Roma, dopo che Vittorio Emanuele aveva
firmato l'atto di luogotenenza col quale trasferiva i poteri al
figlio, Umberto poté finalmente fare ritorno nella capitale.
Ufficialmente
sul trono vi era ancora Vittorio Emanuele, ostinato a mantenere il
potere proprio fino alla fine, incapace di farsi da parte nonostante
durante la giovinezza avesse cercato di evitare di dover assumere
quel ruolo, per poi farsi carico di ogni responsabilità con il
regicidio di suo padre.
Nella
posizione che occupava, Umberto era ancora molto legato
all'obbedienza e impossibilitato a muoversi liberamente e con
decisione, tuttavia il suo atteggiamento nei due anni di luogotenenza
dimostrò una spiccata intelligenza, ponendosi in ascolto di ogni
diversa visione e con spirito di collaborazione, favorendo le
condizioni di pace ad un paese che nel 1944-45 di tutto aveva bisogno
fuorché ulteriori scontri.
Significativo
fu il suo primo atto politico, avvenuto quando Badoglio diede le
dimissioni. Umberto provò ad affidargli nuovamente l'incarico di
formare un nuovo governo, trovando però un clima di sfiducia da
parte dei partiti di sinistra, che vedevano nel maresciallo un
rappresentante del passato.
Umberto
sapeva che la riconferma di Badoglio avrebbe trovato il sostegno, a
livello internazionale, del Primo ministro britannico Winston
Churchill, conservatore puro e quindi difensore della monarchia, allo
stesso tempo era però a conoscenza dell'unanimità dei partiti
antifascisti nel ritenere opportuno un radicale cambiamento. Decise
così di affidare l'incarico a Ivanoe Bonomi.
Ulteriore
segnale di distacco dal passato fu la nomina del marchese Falcone
Lucifero a ministro della Real Casa, un uomo che era stato vicino a
Matteotti e che si allontanò dalla politica con l'ascesa del
fascismo.
Quando
si era ormai in prossimità del referendum istituzionale, nel
pomeriggio del 9 maggio 1946, Vittorio Emanuele III si decise ad
abdicare in favore del figlio, cercando vanamente di salvare la
monarchia.
La
cerimonia, che si svolse presso villa Maria Pia a Posillipo, fu breve
e triste, intrisa di malinconia e profondi rimpianti, con l'anziano
sovrano che appariva sereno, sforzandosi però nel trattenere una
forte commozione evidenziata dal tono della voce con cui leggeva la
formula di abdicazione. Vittorio Emanuele e la moglie Elena si
preparavano a partire per l'esilio in Egitto, ospiti di re Faruk;
Umberto diventava, tardivamente, re d'Italia.
Umberto
si recava così a visitare diverse città italiane, da solo, senza la
moglie che ancor meno di lui credeva in una vittoria al referendum.
Al sud veniva accolto con entusiasmo e calore, da folle che lo
acclamavano sentendosi ancora legate alla dinastia e in particolare
alla sua persona. Al nord era insultato, coperto di ingiurie e
provocazioni, tuttavia il sovrano non perse mai la calma e la sua
infinita compostezza. Appariva però stanco e prostrato dalla
tensione, precocemente invecchiato. Fu un gentiluomo sfortunato che
pagò colpe non sue, assistendo inevitabilmente, il 2 giugno, alla
più dolorosa delle sconfitte.
Il
suo merito più grande fu quello di accettare con correttezza e
signorilità il risultato, contribuendo a scongiurare disordini,
scontri e una possibile guerra civile, non ascoltando chi gli
consigliava di recarsi a Napoli dove la monarchia era forte.
L'esito
della votazione si rivelò superiore alle aspettative, con il paese
diviso nettamente in due, il nord repubblicano, che ottenne
12.717.923 voti, contro il sud monarchico fermo a 10.719.284.
Inizialmente sembrò addirittura che avesse vinto la monarchia, sino
a quando non arrivarono, copiosi, i voti delle regioni del nord
Italia. Si parlò di brogli, di possibili falsificazioni, ed ancora
oggi i dubbi sulla correttezza di quel verdetto non sono risolti, ma
Umberto non sollevò alcuna polemica, lasciando il paese senza
proteste.
Cominciò
così il lungo esilio in Portogallo, presso villa Italia a Cascais,
dove trascorreva molto tempo sulla spiaggia, contemplando
l'Atlantico, in preda a insanabili nostalgie. Nel suo testamento
espresse la volontà di donare la reliquia della Sacra Sindone, di
proprietà di casa Savoia, al pontefice.
Si
spense il 18 marzo 1983 in un ospedale di Ginevra a seguito di una
lunghissima agonia, sussurrando negli ultimi istanti, all'infermiera
che gli teneva la mano, la parola "Italia".