29 ottobre 2012

Luigi Einaudi: Perché voterò per la Monarchia




Non voterò per la monarchia perché io pensi che il Re possa salvare gli averi di coloro che posseggono. Costoro sono bensì moltitudine in Italia: di soli proprietari di terreni si contano 13 milioni uno ogni tre abitanti e mezzo, più di uno per famiglia. Ma gli averi non si salvano facendo in una forza esteriore. Si salvano solo con il lavoro, coll'iniziativa, col risparmio, rinunciando ad ogni monopolio, ad ogni privilegio dannoso alla collettività. Né voterò per la monarchia perché pensi che il Re possa essere le roi des gueux. 
Non devono più esistere in Italia, come un tempo accadeva, straccioni di cui il Re possa dire di essere il difensore contro la prepotenza dei grandi. Non voterò neppure per la monarchia perché speri che essa ci salvi dal salto nel buio di una repubblica comunista o socialista. Nessuno può salvare gli italiani dal salto nel buio o nell'abisso se non gli italiani stessi.
Se non volessi, assai più che la vittoria della monarchia, la vittoria del bene comune, dovrei augurare alla repubblica di iniziare il suo corso nel travagliato momento odierno: col 20 per cento della ricchezza nazionale distrutta, col reddito nazionale totale, ossia coll'insieme della produzione annua totale di beni e servizi, dalla quale soltanto si ricavano salari, stipendi, interessi, guadagni, imposte, ridotto del 45 per cento in confronto all'anteguerra, colle disponibilità liquide (massa totale dei depositi presso le casse di risparmio e le banche di ogni specie) nominalmente cresciute, ma in realtà ridotte ad un terzo di quelle esistenti nel 1938.
La impossibilità fisica assoluta di mantenere le promesse che a gara i partiti vanno facendo, le prove della dura fatica che tutti, appartenenti a tutte le classi sociali, dovremo sostenere, saranno causa di disillusioni acerbissime, delle quali la colpa sarà fatta risalire da molti, forse dai più, all'istituto che avremo scelto per dar forma allo stato.
Ma non voterò per la Repubblica, perché temo per l'Italia il pericolo dal quale a grande stento si salvò il 5 maggio la Francia, respingendo il progetto di costituzione che la maggioranza social-comunista aveva costruito. Quel progetto soddisfaceva alla logica astratta dei dottrinari. Se si parte dalla premessa che l'unica, la vera fonte del potere sia la volontà del popolo,è chiaro che da essa soltanto debbano provenire tutte le forze politiche esistenti nel paese. Quando i cittadini hanno eletto una assemblea a suffragio universale segreto, a che pro una seconda assemblea e un presidente eletti con metodi diversi, dallo stesso popolo, i quali altro non potrebbero fare, se volessero far qualcosa, se non frastornare o ritardare i deliberata della assemblea popolare?
Dunque sia unica l'assemblea, sia da questa eletto il capo dello stato e siano da essa e da essa sola dettate le norme relative al mantenimento della giustizia, alla libertà di religione, di pensiero, di stampa, di insegnamento, di associazione. I francesi ricordarono però che le assemblee, uniche sovrane sono dominate dai partiti, e che questi ubbidiscono, soprattutto in regime di rappresentanza proporzionale, a giunte le quali, impadronitesi della macchina dei partiti, fanno le elezioni; che perciò è sempre imminente la tirannia delle assemblee, non meno dura della tirannia di uno solo.
Ricordarono di aver preferito il tiranno alla strapotenza di una assemblea unica sovrana. Ricordarono la dominazione del primo Napoleone, seguita alla Convenzione ed al Terrore, da cui si poterono liberare soltanto grazie alla ritirata di Mosca, ed alle disfatte militari di Lipsia e di Waterloo; ricordarono la rinnovata tirannide del terzo Napoleone, anch'essa funesta a tutte le libertà politiche, seppure largitrice di tranquillità apparente e di prosperità economica. Anch'essa era finita nella sconfitta di Sedan e negli incendi della Comune. Non dimenticarono anche che il signor Lebrun, ultimo presidente eletto dalle assemblee elettive, firmò l'atto di morte della terza repubblica.
Neanche la elezione del capo dello stato da parte del suffragio universale diretto e segreto col sistema della repubblica presidenziale stabile. è garanzia di libertà. Conosciamo un solo esempio nella storia contemporanea di repubblica presidenziale stabile: ed è quello degli Stati Uniti.
Ma quello è un miracolo dovuto alla coincidenza di molteplici fattori storici, che sarebbe puro caso riprodursi altrove una ultrasecolare preparazione di governo indipendente nei tredici stati riunitisi nel 1787 in federazione; Washington, il ,generale fondatore, sceso volontariamente da presidente alla condizione di gentiluomo di campagna, allo scadere del secondo quadriennio; un grande giudice, il Marshall, che fondò e difese l'autorità della Corte suprema contro gli assalti di parlamentari e di presidenti e creò il vero ultimo presidio delle libertà dei cittadini. Le esperienze uniche nella storia non si ripetono.
Si ripetono invece le esperienze sfortunatamente ordinarie delle repubbliche centro e sudamericane, dove i pronunciamenti militari si succedono e le elezioni sono assalti al potere da parte di capi di fazioni e ove non sono rare le lunghe tirannie dei Rosas e dei Diaz. Accade anche che un presidente eletto dal popolo a tutore della costituzione, secondo i dettami della troppo sapiente carta di Weimar, il maresciallo Hindenburg, consegni il potere al signor Hitler, all'Attila moderno.
No; gli uomini trovano libertà solo in se stessi, nella loro forza d'animo, nella decisa volontà di resister e nelle carceri dello Spielberg all'austriaco dominatore, nei reclusori e nelle isole al nostro tiranno da palcoscenico, nelle carceri alle torture tedesche e neo-fasciste.
Ma perché dobbiamo creare nella carta costituzionale le garanzie della libertà di tutti i cittadini, anche per quelli che, senza essere eroi, servono umilmente la patria compiendo il proprio dovere, dico che, accanto alle due assemblee legislative, accanto ad un capo del governo, che goda la fiducia dell'assemblea popolare, perché la sua elezione è parte della elezione di questa, accanto ad una magistratura autoreclutantesi e indipendente da governi e da assemblee politiche, accanto ai consigli elettivi regionali, provinciali e comunali, forniti, nei limiti dei propri ben definiti e ben ragionati compiti, di piena autonomia dal governo centrale, accanto alle chiese e massimamente alla chiesa cattolica, accanto alle fondazioni ed accanto alla scuola, istituti tutti volti ad opere autonome di bene, deve esistere un capo di stato, il quale tragga ragioni di vita da una fonte diversa dalla elezione.
Questa fonte è una forza storica, costituita da tradizioni da opere compiute in passato attraverso secoli di lotte e che non possono essere distrutte da errori commessi in un tempo recente, che è un attimo nella vita dei popoli.
Noi non possiamo dimenticare che il Piemonte e la Casa Savoia con una lotta secolare avevano respinto, da un lato, sino al Ticino, spagnuoli e tedeschi e dall'altro lato, sino alle Alpi, i francesi, i quali pur vantavano diritti su Casale e su Asti e per lunghi anni avevano dominato la capitale dello stato sabaudo da Carmagnola e da Pinerolo, conquistando all'Italia quei confini naturali sulla cima delle montagne che oggi, per la sventura e la discordia delle due nazioni sorelle, ci sono nuovamente contesi.
Noi non possiamo dimenticare che fu così foggiata quella spada, furono fondati ed agguerriti quei reggimenti senza di cui la idea della unità d'Italia sarebbe rimasta vana aspirazione di pensatori e di poeti. Il patrimonio delle tradizioni e delle glorie avite è patrimonio di tutti, che dobbiamo trasmettere intatto ai figli e ai nipoti. Lo dobbiamo trasmettere cresciuto e rinnovato.
La monarchia, forza storica, potere al di sopra delle parti, deve diventare quell'istituto di cui in Inghilterra si dice che non se ne parla mai. Se ne parlò un giorno, quando nel 1649 la testa di Carlo I cadde nella sala dei banchetti di Wesminster, e di nuovo quando nel 1689 Giacomo II fu costretto a prender la via dell'esilio.
Ma nel 1689 un parlamentare, cappello in testa, lesse a Guglielmo, nipote del re decapitato ed a Maria, figlia del re esiliato, una dichiarazione nella quale era detto che mai più gli inglesi avrebbero tollerato che il loro re esigesse imposte non votate dal parlamento, traesse in arresto cittadini senza il mandato ed il giudizio del magistrato ordinario, sospendesse l'applicazione delle leggi senza il consenso del Parlamento, intralciasse la libertà di voto dei membri delle due camere.
Sono passati 256 anni da quel giorno memorando; e i re inglesi hanno imparato la lezione e sono oggi il simbolo della unità della comunità delle nazioni britanniche, un simbolo di cui non si parla mai e che non si invoca se non quando accade che una Camera dei comuni divisa e discorde in se stessa non riesca a designare chiaramente al capo dello stato colui che dovrà essere il primo ministro. 
Questa è la monarchia per la quale noi votiamo; una monarchia la quale nei giorni ordinari sia il simbolo rappresentativo dell'unità della patria e della concordia dei cittadini, circondata da una corte austera, i cui membri siano scelti dal Re e dalla Regina sentito il parere conforme del primo ministro, ed adempia all'ufficio di tutrice della costituzione e di organo della volontà del popolo nei momenti supremi della vita della nazione, quando le altre forze politiche si dimostrano incapaci ad esprimere un governo stabile.
A quel re, memori delle parole che un tempo i compagni delle battaglie comuni contro gli arabi indirizzavano in terra di Spagna ai sovrani nuovamente assunti al trono, noi diciamo, cappello in testa: "Noi, ognuno dei quali è uguale a te e che tutti insieme siamo più di te, dichiariamo e vogliamo che tu sia Re per la difesa di tutti contro chiunque di noi si eriga ad oppressore nostro e contro la follia di noi stessi se per avventura ci persuadessimo a rinunciare alla nostra libertà. Se tu sarai Re per difendere noi e le libertà, noi ti saremo fedeli perché saremo, così facendo, fedeli a noi stessi, ai nostri avi ed ai nostri figli. Ma se tu non sarai il Re che noi vogliamo, sappi che non basterà più l'oblio dell'esilio volontario a lavare le tue colpe". Così e non altrimenti ha il dovere di parlare chi si accinga a dare il suo voto per la conservazione della monarchia.

22 ottobre 2012

La rinascita del partito monarchico: "Per una controrivoluzione tranquilla"



E se in tempi di antipolitica spinta, con gente che molla, come Walter Veltroni, o resiste nonostante l'evidenza dei fatti che li vede protagonisti, come Roberto Formigoni e Renata Polverini, la soluzione fosse una bella Corona al posto della Costituzione? Del resto in quanti, ormai, vanno sostenendo che con l'avvento del governo Monti sono state temporaneamente sospese le garanzie costituzionali? Un governo non eletto, ma nominato. Come i deputati. E allora meglio un monarca vero che i piccoli sovrani locali, visti i danni evidenziati dalle inchieste della magistratura. E così, mossi dall'idea di  "proporre la Monarchia come progetto politico a "coronamento" di un vasto programma di rinnovamento sociale ed economico", i nostalgici della Corona si sono dati appuntamento per martedì 13 ottobre al Grand Hotel de la Minerve a Roma, proprio dietro al Pantheon. All'appuntamento dei Monarchici Italiani, tornati in pista "per fermare il declino dell'Italia e salvarla dalle oligarchie corrotte e liberticide", sono stati invitati anche i Principi di Casa Savoia e di Casa Borbone.
D'altro canto il futuro non possono essere soltanto Grillo o Renzi, il cui obiettivo principale sembra essere quello di abbattere le strutture del passato, senza pensare troppo a costruire nuove forme di partecipazione. E siccome l'Italia ha bisogno di essere "rifondata", il manifesto programmatico dei monarchici parte da uno premessa forte. "Inizia con noi la controrivoluzione tranquilla per abbattere un sistema che ha istituzionalizzato la corruzione e diffuso l'insicurezza". Sentir parlare di "controrivoluzione" anche se tranquilla, persone animate da un'idea che l'esatto contrario della rivoluzione non può non creare un certo imbarazzo. Probabilmente la fotografia del presente deve aver indotto i monarchici italiani a modificare il proprio vocabolario, inserendo nel lessico termini cari alla sinistra. La quale, oggi, è costretta a far ricorso a slogan scontati e consumati dal tempo. Se la maggioranza degli italiani non sa per chi votare, una ragione ci sarà pure. Per i monarchici, però, "non è importante cambiare maggioranza: è importante cambiare sistema", "ripensare lo Stato e porre un freno ad una super Europa di tecno-burocrati che fanno gli affari loro e colpiscono i risparmi delle famiglie".
Un ragionamento, quest'ultimo, che potrebbe tranquillamente apparire anche nei comizi di piazza di Beppe Grillo. Insomma, essendoci un bello spazio da riempire, ecco che anche in monarchici  si rimettono in moto, "per dire basta ai privilegi di una classe politica che non rinuncia a nulla ma non garantisce lavoro e futuro". Gli altri punti programmatici del manifesto dei monarchi sono lo stop "ad un sistema che vede sviluppare la miseria e la povertà, la disoccupazione e i suicidi a causa di un fisco esoso e incontrollato".  Eppoi la revisione delle  tasse: "Debbono colpire i redditi, mai la proprietà in quanto tale". Infine, "porre la famiglia al centro della società ed attuare una politica di aiuti finanziari a favore di chi si occupa di anziani e bambini in modo sussidiario allo Stato". Tutte cose di buon senso, come va raccontando anche Renzi nel suo tour elettorale per le primarie del Pd. Con una bella differenza. Matteo si sente il reuccio di questa corsa al rinnovamento. I monarchici, invece, vogliono un Re vero, non inventato,  al Quirinale. Come è Re Giorgio, Napolitano,  "disegnato" così dai giornali.

27 settembre 2012

Una goccia di "vino".


Tutti, o quasi, sappiamo cosa è un microscopio: una specie di cannocchiale che rende tutto innumerevoli volte più grande di quello che è in realtà! Se lo si prende e gli si mette davanti una goccia di liquido, allora si vedono le centinaia di minuscoli organismi che lo compongono che si agitano come animaletti.Sembra quasi di guardare uno stadio di domenica, durante una partita di calcio e si vedono gruppi di organismi che , come le persone, saltano uno sull'altro e sono così feroci che si strappano a vicenda le bandiere e i cappellini e parti di striscioni, e ciò nonostante sono contenti e divertiti, anche se a modo loro.
C'era in una moderna azienda un infallibile giovane tecnico enologo che svolgeva il suo delicato lavoro avvalendosi delle procedimenti tecnologicamente ed economicamente più moderni e dei ritrovati biologicamente più all’avanguardia che tutti conoscevano come Gustavo Bevendo, anche perché questo era il suo nome.
Il giovane Gustavo Bevendo voleva sempre ottenere il meglio per la propria azienda e per se stesso e, quando incontrava particolari difficoltà o proprio non era possibile avere il massimo del risultato, non disdegnava di dover ricorrere a pratiche non troppo ortodosse.
 Un giorno stava guardando attraverso il suo microscopio una goccia di vino che aveva preso da una botte della cantina: che formicolio si vedeva! Migliaia di Tannini, Tartrati e Terpeni solo per dire i più, ma anche tanti altri che, come animaletti, saltavano si ricorrevano si picchiavano a volte si uccidevano divorandosi a vicenda.
«Ma questo è orrendo!» esclamò l’infallibile Gustavo Bevendo «non è possibile ottenere che vivano tranquillamente e in pace, in modo che ognuno si preoccupi degli affari propri?».
Meditò a lungo, ma non riuscì a trovare una soluzione, e allora ricorse ad uno dei suoi procedimenti non troppo corretti.
«Li trasformerò !» disse «così si potranno vedere diversi e forse si piaceranno e piaceranno a chi li berrà!» e versò nella goccia di vino un prodotto chimico di sintesi proveniente da laboratori industriali.
Quella sostanza era qualcosa che stava tra il metanolo e gli idrocarburi ma assomigliava tanto alla diossina, quella migliore la più cara.
Nel giro di pochi istanti tutti quegli animaletti diventarono ancora più strani e mostruosi: i più esagitati andarono in depressione mentre quelli calmi diventarono rabbiosi, infine si colorarono di rosa, sembrava una città d’uomini selvaggi nudi.
«Che cos'hai lì?» gli chiese un altro vecchio enologo della cantina ormai dimenticato per la sua vecchiaia e la vecchiezza dei suoi metodi, che non aveva nessun nome, e proprio per questo era così distinto.
«Se indovini» rispose Gustavo Bevendo «te lo regalo, ma non è una cosa facile da indovinare, se non la si sa prima.»
L’enologo senza nome guardò attraverso la lente del microscopio, gli sembrava proprio di vedere un’intera città, in cui gli alcoli e gli antociani giravano nudi, e questo era ripugnante, ma era ancora più ripugnante vedere come si spingevano e si urtavano a vicenda come si pizzicavano, si mordevano e si facevano male.
I tannini che stavano sotto di tutti dovevano arrivare sopra e i fenoli che stavano sopra dovevano passare sotto! “Guarda, guarda! Le gambe di quel flavonoide sono più lunghe delle mie! Paf! Via! C’é un enzima che ha un piccolo ammennicolo tra le gambe, ma non pare far piacere alle aldeidi che non ce l’anno e lo rincorrono arrabbiate!” e lo fecero a pezzi lo tirarono e lo divorarono a causa di quel piccolo ammennicolo.
C'era un Acido malico fermo con un’aldeide, ed entrambi desideravano solo fermentare tranquillamente, ma l’aldeide fu trascinata via, polimerizzata e divorata dal metanolo.
«È proprio divertente!» esclamò l’enologo.
«Che cosa credi che sia?» gli chiese il giovane Gustavo Bevendo «riesci a scoprirlo?»
«Si vede bene» rispose l'altro «è senza dubbio una potente sostanza chimica per lo sterminio di massa, si assomigliano tutte! È certo una terribile arma.»
«No, è il vino delle due botti da cui si ricaveranno cinquanta milioni di bottiglie di grandi vini per l’esportazione nei nuovi mercati- disse il giovane e rampante moderno enologo.

20 settembre 2012

Il 21 settembre 2012 si celebra la XIX Giornata Mondiale dell’Alzheimer.




Sono oltre 36 milioni gli ammalati di Alzheimer e di altre demenze nel mondo. Più di un milione in Italia. Un numero destinato a crescere. Per questo l’Organizzazione Mondiale della Sanità considera le demenze una “priorità mondiale di salute pubblica” e consiglia ai Paesi di pianificare e implementare dei Piani nazionali ufficiali. Queste malattie sono destinate ad esplodere in questo secolo: la nostra aspettativa di vita è molto più lunga rispetto al passato. Si pensi che il rischio di demenza è già di 1 a 8 per gli over 65 e di1 a 2,5 per gli over 85. "
"La definirei una vera e propria pandemia", spiega ad Affaritaliani.it Paola Chiambretto, Neuropsicologa Responsabile Nucleo Alzheimer Villaggio Amico di Gerenzano (Varese), in occasione della XIX Giornata Mondiale dell’Alzheimer che ricorre il 21 settembre. Un'occasione per fare il punto sulla demenza in Italia. “L’obiettivo principale al momento non è la guarigione degli ammalati, perché la scoperta di una cura risolutiva non è stata ancora fatta e non è possibile fare previsioni. Sono però state messe in campo molte energie e sotto diversi aspetti: dagli studi per una diagnosi precoce alle analisi genetiche".
I farmaci attualmente più usati sono "gli inibitori di acetilcolinesterasi, che stanno dando dei discreti risultati nel rallentare l'evoluzione della malattia", spiega Chiambretto. Pur variando in modo soggettivo, dopo i 70 anni la malattia degenera nell'arco di 5-10 anni, dalla comparsa dei primi sintomi alla non autosufficienza del malato. Nelle forme più giovanili, che colpiscono a partire dai 50-55 anni, ma in alcuni casi anche dai 45 anni, l'evoluzione è molto più rapida: in media 5 anni perché il paziente diventi totalmente dipendente dal caregiver.
L'aspetto più innovativo nella cura dell'Alzheimer riguarda le terapie non farmacologiche per il trattamento dei pazienti: dalla “Terapia di stimolazione cognitiva” alla “Terapia della bambola”. "La prima consiste nella pratica di attività al computer oppure con carta e penna per stimolare la mente del paziente e migliorare le sue capacità di ricordare o di parlare - prosegue Chiambretto -. La Terapia della Bambola, invece, è in arrivo dalla Svezia e in Italia la stiamo sperimentando in pochissimi centri, tra cui Varese e Bergamo. Grazie ad una bambola appositamente costruita, il paziente viene aiutato a ritrovare le sue capacità di accudimento, a migliorare le relazioni con gli altri e viene rassicurato anche in momenti difficili come la notte".
Contenere lo stress di chi assiste gli ammalati è l'altra sfida aperta: "Le famiglie vengono investite da un carico pesantissimo quando si trovano a dover gestire un coniuge o un genitore affetto da Alzheimer e molto spesso sono sole e con poche informazioni. Per questo qui a Varese abbiamo aperto un centro Aima, ovvero uno sportello di accompagnamento per le famiglie".
Il morbo di Alzhemeir è sempre più diffuso visto anche l'allungamento medio della vita. Tra i 65 e i 70 anni ha un'incidenza dell'1-2%, mentre sopra gli 85 anni si sale al 25-30%".

04 giugno 2012

Angelo fu Giovanni, classe 1884


Dal maggio 1915 al dicembre 1919, quattro anni quasi sempre in prima linea; prima nella seconda armata e, dopo caporetto, con la terza .
E' stato ferito e pluridecorato e, alla fine, è riuscito a ritornare, anche se cambiato nel corpo e nell'anima; ha visto morte e distruzione e disperazione, ha sofferto per fame, fatica, dolore e privazioni, è stato costretto ad uccidere ed ha lasciato in quelle terre amici, compagni.
Insieme a tanti uomini come lui, ha reso grande l'Italia, quella che ancora oggi abbiamo .
"La guerra che iniziò nel 1914 fu l’evento più rilevante del XX secolo poiché coinvolse tutti i più grandi Stati: fu la prima guerra “moderna”combattuta per terra, per mare e nell’aria con un impiego di armi e di mezzi tecnici mai usati sino allora.
Mi sembra doveroso che tutti gli italiani attestino un grande tributo di gratitudine e di riconoscenza ai combattenti della Prima Guerra Mondiale, verso quei valorosi Soldati che, giustamente, possiamo considerare l’aristocrazia del valore, i quali risposero con slancio e grande generosità alla chiamata della Patria.
Alle generazioni di oggi, che hanno raccolto il frutto del Loro sacrificio, ritengo non sia giusto lasciar cadere nell’oblio le ardue vicende che hanno contrassegnato l’esistenza di chi ci ha preceduto, così come non è da uomini civili e liberi dimenticare l’altissimo tributo di valore e di sangue pagato da quegli eroici soldati per renderci come oggi siamo.
Se la fine della Prima Guerra Mondiale costituì il coronamento dell’unità d’Italia, a distanza di novanta anni da quel grandioso e agognato evento, appare doveroso oggi attribuire un significato a questa importante celebrazione:
- per l’educazione morale e spirituale delle nuove generazioni, per meditare su quegli avvenimenti tremendi, coglierne la portata e trarne gli insegnamenti;
- per onorare la memoria e le vicende umane di coloro che lottarono, soffersero e morirono nel compimento di un dovere, con grande umiltà e generosità;
- per attingere al patrimonio di valori ideali e di virtù civiche che ci hanno lasciato in eredità i nostri padri e per esaltare quei valori di pace e riconciliazione che ogni uomo, pur nella diversità, deve custodire nel suo cuore.
Noi vogliamo ricordare quegli avvenimenti, quei sacrifici, quelle sofferenze dei Soldati di un tempo ormai lontano con sentimenti di gratitudine, di grande rispetto e ammirazione; sacrifici e sofferenze che furono espressione di una gioventù generosa inviata a vivere e morire in condizioni talmente irreali che gli uomini del nostro tempo si rifiutano addirittura di credere possibili.
Uomini di ogni credo politico, di ogni ceto e condizione sociale, amanti della libertà e della loro terra, accorsero da tutti i paesi, le città d’Italia e dall’estero, uniti in solidarietà e valore per servire in armi la Patria. Accomunati nel crogiuolo della trincea e della battaglia incominciarono a conoscersi e socializzare tra di loro sino a diventare fratelli.
Fanti, alpini, bersaglieri, granatieri, artiglieri, cavalieri, genieri, trasmettitori, carabinieri, finanzieri, soldati dei servizi logistici, dai ghiacciai dell’Adamello alle arse trincee del Carso, dal Monte Nero all’Altopiano di Asiago, dal Pasubio al Monte Grappa, scrissero pagine di eroismo e di grande umanità.
Non furono da meno i valorosi marinai e aviatori che, con le loro eroiche imprese, contribuirono in maniera determinante alla vittoria finale delle nostre armi.
Dopo la tragica Battaglia di Caporetto, che nel giro di poche ore travolse il destino di migliaia di soldati e di oltre un milione di civili, l’esercito e il paese ritrovarono insieme la forza e la volontà di resistere e combattere sul Piave. Il Piave divenne il fulcro e il simbolo della volontà di riscossa di tutto il popolo italiano.
Sul Piave, fiume sacro alla Patria, i petti dei “ragazzi del ’99” crearono un invalicabile baluardo per la salvezza e la resurrezione d’Italia.
Il loro impegno fu fondamentale: da loro iniziò la riscossa dopo la disfatta di Caporetto per ridare slancio ed entusiasmo ai soldati avviliti e radicati sulle infuocate trincee del Piave e del Monte Grappa.
In quei momenti tragici e decisivi per le sorti della nostra Patria, grande importanza ebbe il fronte interno e l’opera materiale e morale delle donne. Madri, spose, ragazze sostituirono gli uomini inviati al fronte nelle fabbriche e in molti settori produttivi, dando così un prezioso contributo per il conseguimento della vittoria.
E, nell’ottobre del 1918, dal Monte Grappa iniziava quella offensiva vittoriosa di Vittorio Veneto che si concludeva con la definitiva sconfitta dell’Austria - Ungheria.
Rifugi, postazioni e monumenti costellano ancora oggi queste terre, a testimoniare il coraggio, la tenacia e lo spirito di sacrificio di chi fu chiamato a combattere una guerra sanguinosa e terrificante che in quei luoghi è diventata leggenda.
Pochi, all’inizio della guerra, erano consapevoli della tragedia che avrebbe colpito il nostro popolo - oltre seicentocinquantamila caduti, un milione e mezzo di feriti, un’intera generazione di giovani falciata; migliaia di lutti di tante madri, spose, figli, infiniti sacrifici, sofferenze, distruzioni e devastazioni di ogni genere. Oggi possiamo misurare pienamente ciò che quella guerra rappresentò per il nostro popolo e per i popoli dell’Europa.
Milioni di uomini si ritrovarono a combattere fra il fango delle trincee, sotto una tempesta di ferro e di fuoco che provocò paurose carneficine specie tra le unità di fanteria.
Dopo 41 mesi di guerra durissima il nostro popolo uscì da quella spaventosa tragedia certamente provato, ma vittorioso e, quel che più conta, finalmente unito e libero. Una vittoria costruita da una massa di umili contadini provenienti da tutte le regioni d’Italia, con il fucile in mano al posto della vanga, che lottò con fatica e in silenzio senza mai nulla chiedere anche quando, in nome dell’Italia, andavano a morire sulle alture del Carso, sui ghiacciai dell’Adamello, sul Pasubio, sull’ Ortigara, sul Monte Grappa o sulle sponde del Piave nel nome dell’Italia.
La vittoria conseguita al prezzo di grandissimi sacrifici ci permise di completare l’unificazione del territorio nazionale con il ricongiungimento per sempre all’Italia di Trento e Trieste, essa rappresentò il culmine di oltre un secolo di lotte risorgimentali perseguite con tenacia da una folta schiera di coraggiosi martiri e patrioti che credevano in un’Italia unita, indipendente e libera dalla secolare egemonia di molte potenze straniere.
L’Italia di oggi, ed in particolare le nuove generazioni, devono sentirsi riconoscenti e legate a quelle gesta gloriose e da quel grande patrimonio di valori trarre lo spirito vitale per alimentare sentimenti di amore verso la Patria e con i quali si onorano i molti eroismi e sacrifici di quella generazione di uomini e di cui l’aspro teatro del conflitto fu silenzioso testimone.
Sono trascorsi ormai più di novanta anni dall’inizio di quella immane tragedia, un evento che coinvolse milioni di uomini in ogni parte del pianeta, e che cambiò in modo definitivo il volto dell’Europa. Durante quegli anni ormai lontani, ma sempre vivi nella nostra memoria, molti soldati si resero protagonisti di numerosi atti di eroismo per realizzare l’indipendenza e l’unità d’Italia.
Se la nostra coscienza di cittadini avrà saputo raccogliere il senso di quel enorme sacrificio, di quelle nobili virtù, di quelle tensioni ideali, di quei dolori sofferti in nome dell’Italia che Loro ci hanno lasciato, e ricorderemo con religioso rispetto quelle vicende, allora quei Soldati continueranno a vivere nel nostro animo, nell’animo dei figli dei nostri figli e nel cuore della nostra comune madre, la Patria.
Potremo dire allora che il loro sacrificio non è stato vano ma ha prodotto copiosi e fecondi semi di pace.
Ritengo, quindi, giusto e doveroso ricordare con gratitudine e riconoscenza tutti quei valorosi Soldati, che senza odio ma con alto senso del dovere e sorretti dalla fede, spesero la loro giovane esistenza per l’Italia. Con lo stesso spirito ricordiamo e rendiamo onore ai valorosi e cavallereschi nostri avversari di allora, appartenenti ad uno dei più potenti eserciti del mondo, che con altissimo senso del dovere e dell’onore, lottarono con grande coraggio, spirito di sacrificio e lealtà per la loro Patria. Oggi siamo sempre più convinti che le guerre, tutte le guerre, sono da condannare e da evitare perché sono fonte di odi, povertà, devastazioni morali e materiali inaudite. La pace va costruita, difesa e mantenuta quotidianamente al di là dei Trattati, soprattutto con il nostro comportamento che deve essere improntato ad iniziative di solidarietà, sincera collaborazione e al dialogo reciproco.
Oggi, gli uomini e le donne delle nostre Forze Armate, nel solco tracciato dagli eroici Soldati di Vittorio Veneto, rinnovano le tradizioni di amor di Patria, spirito di sacrificio e abnegazione, operando con altissima professionalità e assoluta correttezza di comportamenti, spesso rischiando la vita, nelle numerose e complesse missioni nel mondo, a sostegno della sicurezza, della legalità, della ricostruzione e per rafforzare la pace. In questo importante anniversario ricordiamoli con affetto e riconoscenza perché, con lo stesso spirito dei ragazzi del Piave e del Monte Grappa, ogni giorno con grande umiltà e generosità, onorano la nostra Patria e la nostra Bandiera.
Il retaggio di quel prezioso patrimonio di valori ideali e virtù civiche di quella generazione di valorosi combattenti, costituisca non solo per noi ma per tutti i popoli dell’Europa, motivo di riflessione ed esperienza e sia un valido aiuto per costruire un futuro migliore, di pace, di libertà, di giustizia, di progresso, rispettoso della dignità di ogni uomo e di ciascun popolo.
Che ogni nostra azione sia degna della loro memoria e del loro eroismo."