15 settembre 2023

L'ULTIMO RE

 

Il ricordo che oggi rimane di Umberto II, il "re di maggio" ultimo sovrano d'Italia, è offuscato dal complesso periodo storico in cui visse ed intriso di profonde malinconie.

Descritto come il migliore fra i Savoia re d'Italia, Umberto non ebbe mai il tempo per divenire protagonista della storia e pagò per tutti le colpe della sua dinastia, su tutte quelle del padre, Vittorio Emanuele III, che nei suoi riguardi nutrì sempre sentimenti contrastanti, tra l'ammirazione per la sua popolarità e la totale sfiducia, cedendogli il trono solamente quando non si poteva fare altrimenti, tragicamente tardi per poter salvare la monarchia.

Eppure, se al referendum del 2 giugno 1946 la repubblica vinse solo con una sottile maggioranza, per un risultato di gran lunga superiore alle previsioni del sovrano, Umberto dovette evidentemente avere qualche merito. Si deve poi considerare l'emotività di quel voto, a guerra appena conclusa, quando nella coscienza popolare erano ancora ben impressi gli errori di Vittorio Emanuele, vale a dire la fuga da Roma e l'incapacità di opporsi al regime di Benito Mussolini.

Quasi tutti erano concordi nel ritenere Umberto migliore di suo padre; Montanelli votò per tale ragione a favore della monarchia, conoscendo di persona il sovrano e provando nei suoi confronti una stima sincera, ma soprattutto si schierò nel referendum a favore di quell'istituzione che aveva creato l'Italia; De Gasperi, infine, considerava Umberto una bravissima persona.

Amabile, elegante nei modi, rispettoso e ligio al proprio dovere, il "re gentiluomo" mise sempre da parte i propri interessi personali a favore del bene del nostro paese, preferendo la triste via dell'esilio in Portogallo, dove visse dal 1946 sino alla morte, avvenuta nel 1983, piuttosto di un'inutile guerra civile che avrebbe causato ulteriori danni a seguito degli eventi già così drammatici del secondo grande conflitto mondiale. Questa decisione non scontata, che aprì ad un periodo di pace e di ricrescita, non va dimenticata.

La partenza da Roma, a seguito dei risultati del referendum istituzionale, avvenne in un'atmosfera surreale, sotto un cielo grigio che minacciava temporale.

Era il pomeriggio del 13 giugno 1946 e l'immagine affascinante del principe ereditario che aveva rapito il cuore di ogni giovane donna lasciava spazio ad un re segnato dal fardello della storia e dalle decisioni così difficili da prendere in quei pochi giorni di fine primavera, momenti che segnavano l'epilogo di una lunga pagina di storia nazionale, ma se si vuole anche di novecento anni di dinastia. Come doveva essere difficile accettare un così amaro destino mentre all'aeroporto di Ciampino un aereo lo attendeva per raggiungere Lisbona. Umberto indossava un dimesso abito grigio con la cravatta nera a lutto dell'Italia, che porterà durante tutto l'esilio. Con il volto segnato dalle rughe, il viso pallido e tirato, riuscì ad abbozzare un sorriso poco prima di partire per un viaggio che non lo avrebbe mai più riportato nell'amata patria.

Umberto nacque la sera del 15 settembre 1904 nel castello di Racconigi, un borgo contadino a metà strada fra Torino e Cuneo, nel periodo della cosiddetta "età giolittiana", quando il protagonista della politica italiana era il piemontese Giovanni Giolitti.

Mite, dolce e sensibile, il futuro sovrano fu costretto alla ferrea disciplina militare impartitagli a villa Savoia da numerosi precettori per volontà di Vittorio Emanuele, che si pose sempre nei confronti del figlio non come padre, bensì come re, con severità e distacco.

Del rapporto tra Umberto e suo padre durante l'infanzia rimane solo una foto, probabilmente la più affettuosa, che ritrae un attimo di tranquillità familiare, sebbene Vittorio Emanuele non nascondi sotto il cappello un'espressione tesa e quasi insofferente a causa di quella posa forzata. Un'intervista del periodo dell'esilio ci narra di quei ricordi legati alla giovinezza.

La madre Elena del Montenegro, da cui prese le morbide fattezze, gli occhi neri e l'altezza, ma soprattutto la bontà e un profondo spirito di sacrificio, era invece una figura rasserenante e comprensiva, capace di donare al primogenito l'amorevolezza e la dolcezza di cui aveva bisogno. Ella aveva adottato gli stessi modi semplici anche nel suo ruolo di regina, al contrario di quelli solenni di Margherita di Savoia, moglie di Umberto I

Galante e raffinato, vestito sempre in modo impeccabile e alla moda, i capelli scuri ben pettinati, la barba rasa perfettamente per evidenziare i dolci lineamenti, Umberto era un uomo che incarnava lo speranzoso futuro di una nazione, mentre Vittorio Emanuele era ormai un vecchio re sfiduciato e oppresso sin da ragazzo da complessi di inferiorità dovuti alla sua statura, condizionata dall'unione tra Umberto I e la regina Margherita, cugini di primo grado.

La popolarità del figlio era forse invidiata dal padre, orgoglioso e testardo al punto da tenere sino all'ultimo il potere come a voler dimostrare che solamente lui era in grado di governare, anche quando all'estero si faceva ormai maggiore affidamento su Umberto piuttosto che sul sovrano.

Vittorio Emanuele non si curava di quello che si diceva su di lui e sulla sua famiglia, fermo nella convinzione che "in casa Savoia, si regna uno alla volta". Cinico sino a disprezzare tutti, dubbioso sulle capacità politiche del figlio, il re non gradiva nemmeno l'attivismo politico della nuora Maria José, donna di cultura in contatto con i politici e gli intellettuali antifascisti.

Umberto e la principessa Maria José del Belgio si sposarono l'8 gennaio dell'anno 1930 nella cappella Paolina del Quirinale, in una vera e propria sontuosa cerimonia regale alla quale partecipò buona parte dell'aristocrazia internazionale, tra cui, oltre ai membri di casa Savoia e del ramo cadetto Aosta, il re Alberto I del Belgio con la famiglia della sposa al completo, a cominciare dal futuro Leopoldo III come testimone di sua sorella Maria José; vi erano poi re Boris di Bulgaria che poco dopo sposerà una sorella di Umberto, le sorelle della regina Elena, infine il duca di York, che nel 1936 salirà al trono inglese con il nome di Giorgio VI. I coniugi, al termine della funzione religiosa, furono ricevuti in Vaticano da papa Pio XI, segnale di una progressiva riconciliazione fra l'Italia e il Vaticano ad un anno dai Patti Lateranensi. La visita riempì di gioia il principe Umberto, molto credente a differenza di suo padre.

Umberto, la cui infanzia era stata repressa nel rigore militare e nella severa educazione, visse il matrimonio come un'imposizione che ostacolava il suo complesso percorso di crescita e di ricerca di una propria dimensione. Come detto però, i due coniugi apparirono sempre uniti agli occhi del popolo ed insieme ebbero tre figlie femmine e l'erede maschio Vittorio Emanuele.

Il regno di Umberto non è da considerarsi solamente nel breve periodo, poco più di un mese, intercorso fra l'abdicazione di Vittorio Emanuele III, avvenuta il 9 maggio del 1946, sino alla partenza per l'esilio il 13 giugno successivo, dunque come l'ultimo dei Savoia o come una sorta di Luigi XVI finito, anziché sulla ghigliottina, lontano dalla patria in completa solitudine. Bisogna invece porre l'attenzione ai due anni che seguono la decisione del padre di cedergli i poteri come Luogotenente del regno, ma anche al suo ruolo di principe ereditario.
Interessante è analizzare, oltre a capire se vi fu veramente, il sentimento di antifascismo da parte di Umberto, certamente distante nei modi e nell'ideologia dal duce, ma allo stesso tempo impossibilitato a prendere posizioni nettamente in opposizione al padre, il quale, sebbene controvoglia, aveva avvallato il regime e accettato la diarchia.
Umberto, che non aveva mai nutrito entusiasmo per il fascismo, sembrò adeguarsi come la maggior parte degli italiani e degli uomini di potere a quello che si rivelò la rovina del paese; chiaramente bisogna tenere però in considerazione la sua posizione di rilievo, che gli avrebbe permesso di opporsi, ed in questo caso la mancata azione concreta risalta con maggiore evidenza.
Come sempre Umberto fu vittima di quell'assoluto rispetto per suo padre, al quale doveva obbedienza non solo come genitore ma anche come re, che per tutta la vita non gli permise di compiere delle scelte. La volontà da parte di Vittorio Emanuele di tenere lontano il figlio dalla vicende politiche è inoltre interpretabile, oltre che come una mancanza di fiducia, come la scelta di non coinvolgere la monarchia in un rapporto troppo stretto con il regime, distinguendo quindi la propria posizione politica, ormai compromessa, da quella dell'erede.

Non riuscendo ad imporsi e a prendere convinte decisioni, Vittorio Emanuele vedrà concludersi il proprio regno nel peggiore dei modi, consapevole di non essere stato in grado di evitare al paese le atrocità della guerra, di essersi arreso con troppa facilità alla follia dei due dittatori. Assisterà da lontano, costretto all'esilio, alla fine del regno sabaudo.

Quando ormai era troppo tardi, il 25 luglio 1943, a conflitto ormai perso e a seguito del bombardamento di San Lorenzo, il re, ricordandosi dei sui poteri, fece arrestare Mussolini, affidando il ruolo di capo del governo al maresciallo dell'esercito Pietro Badoglio.

L'8 settembre venne firmato l'armistizio, con il re che a questo punto rischiava di finire catturato dai tedeschi. Si decise allora per la fuga, un gesto certamente non oneroso che lasciava la capitale al proprio destino, nella più assoluta anarchia. Il monarca, nell'estremo tentativo di dare continuità allo Stato e difendere gli ideali unitari, decise di trasferirsi al sud, in territorio non invaso da tedeschi o Alleati, temendo per l'incolumità della famiglia reale e al fine di evitare che il paese fosse rappresentato unicamente dalla mussoliniana repubblica di Salò.

L'ultima sera prima della partenza, al Quirinale, in una situazione irreale, vi erano solamente Vittorio Emanuele, la regina Elena e loro figlio Umberto, che obbedì a suo padre pur essendo intenzionato a restare a Roma. In cuor suo il principe si sentiva in dovere di rimanere nella capitale, difendendola anche a costo della vita. Il coraggio non gli mancava, ma era incapace di disobbedire. La madre lo supplicò di partire, Vittorio Emanuele glielo ordinò. Forse quel gesto avrebbe avuto, qualche anno più tardi, la sua ricompensa.

Ancora una volta Umberto dovette sottomettersi alla volontà di Vittorio Emanuele, non essendo il suo momento per regnare. Eppure quella notte fece di tutto per seguire le proprie convinzioni, continuando, anche mentre le automobili lasciavano Roma verso Pescara, a supplicare inutilmente il padre, finendo per essere rimproverato duramente anche da Badoglio. Rassegnato, quasi in lacrime, Umberto ripeteva: "Mio Dio, che figura!". Nemmeno a distanza di molti anni, durante l'esilio, si permise però di parlare male del padre e della sua scelta.

A seguito della liberazione di Roma, dopo che Vittorio Emanuele aveva firmato l'atto di luogotenenza col quale trasferiva i poteri al figlio, Umberto poté finalmente fare ritorno nella capitale.

Ufficialmente sul trono vi era ancora Vittorio Emanuele, ostinato a mantenere il potere proprio fino alla fine, incapace di farsi da parte nonostante durante la giovinezza avesse cercato di evitare di dover assumere quel ruolo, per poi farsi carico di ogni responsabilità con il regicidio di suo padre.

Nella posizione che occupava, Umberto era ancora molto legato all'obbedienza e impossibilitato a muoversi liberamente e con decisione, tuttavia il suo atteggiamento nei due anni di luogotenenza dimostrò una spiccata intelligenza, ponendosi in ascolto di ogni diversa visione e con spirito di collaborazione, favorendo le condizioni di pace ad un paese che nel 1944-45 di tutto aveva bisogno fuorché ulteriori scontri.

Significativo fu il suo primo atto politico, avvenuto quando Badoglio diede le dimissioni. Umberto provò ad affidargli nuovamente l'incarico di formare un nuovo governo, trovando però un clima di sfiducia da parte dei partiti di sinistra, che vedevano nel maresciallo un rappresentante del passato.

Umberto sapeva che la riconferma di Badoglio avrebbe trovato il sostegno, a livello internazionale, del Primo ministro britannico Winston Churchill, conservatore puro e quindi difensore della monarchia, allo stesso tempo era però a conoscenza dell'unanimità dei partiti antifascisti nel ritenere opportuno un radicale cambiamento. Decise così di affidare l'incarico a Ivanoe Bonomi.

Ulteriore segnale di distacco dal passato fu la nomina del marchese Falcone Lucifero a ministro della Real Casa, un uomo che era stato vicino a Matteotti e che si allontanò dalla politica con l'ascesa del fascismo.

Quando si era ormai in prossimità del referendum istituzionale, nel pomeriggio del 9 maggio 1946, Vittorio Emanuele III si decise ad abdicare in favore del figlio, cercando vanamente di salvare la monarchia.

La cerimonia, che si svolse presso villa Maria Pia a Posillipo, fu breve e triste, intrisa di malinconia e profondi rimpianti, con l'anziano sovrano che appariva sereno, sforzandosi però nel trattenere una forte commozione evidenziata dal tono della voce con cui leggeva la formula di abdicazione. Vittorio Emanuele e la moglie Elena si preparavano a partire per l'esilio in Egitto, ospiti di re Faruk; Umberto diventava, tardivamente, re d'Italia.

Umberto si recava così a visitare diverse città italiane, da solo, senza la moglie che ancor meno di lui credeva in una vittoria al referendum. Al sud veniva accolto con entusiasmo e calore, da folle che lo acclamavano sentendosi ancora legate alla dinastia e in particolare alla sua persona. Al nord era insultato, coperto di ingiurie e provocazioni, tuttavia il sovrano non perse mai la calma e la sua infinita compostezza. Appariva però stanco e prostrato dalla tensione, precocemente invecchiato. Fu un gentiluomo sfortunato che pagò colpe non sue, assistendo inevitabilmente, il 2 giugno, alla più dolorosa delle sconfitte.

Il suo merito più grande fu quello di accettare con correttezza e signorilità il risultato, contribuendo a scongiurare disordini, scontri e una possibile guerra civile, non ascoltando chi gli consigliava di recarsi a Napoli dove la monarchia era forte.

L'esito della votazione si rivelò superiore alle aspettative, con il paese diviso nettamente in due, il nord repubblicano, che ottenne 12.717.923 voti, contro il sud monarchico fermo a 10.719.284. Inizialmente sembrò addirittura che avesse vinto la monarchia, sino a quando non arrivarono, copiosi, i voti delle regioni del nord Italia. Si parlò di brogli, di possibili falsificazioni, ed ancora oggi i dubbi sulla correttezza di quel verdetto non sono risolti, ma Umberto non sollevò alcuna polemica, lasciando il paese senza proteste.

Cominciò così il lungo esilio in Portogallo, presso villa Italia a Cascais, dove trascorreva molto tempo sulla spiaggia, contemplando l'Atlantico, in preda a insanabili nostalgie. Nel suo testamento espresse la volontà di donare la reliquia della Sacra Sindone, di proprietà di casa Savoia, al pontefice.

Si spense il 18 marzo 1983 in un ospedale di Ginevra a seguito di una lunghissima agonia, sussurrando negli ultimi istanti, all'infermiera che gli teneva la mano, la parola "Italia".

08 giugno 2023

I mandorlini del ponte




Quel paese di pianura, sorto temporibus illis e cresciuto lungo il fiume, era in apparenza del tutto simile ai tanti paesi di pianura, ma se ne stava immerso in un crocevia di umori meteorologici e meteoropatici raramente riscontrabili altrove.
Dalla sommità dell'argine del fiume appariva placidamente disteso, sia nel caldo afoso delle estati che nella nebbia gelida degli inverni, in quella zolla di terra grassa e umida dove assisteva imperterrito, al ripetersi del miracoloso fenomeno della vita.
Nel borgo ci stava tutto ciò che di solito si trovava nei paesi di pianura: le strade, le case, la gente comune e la gente speciale, come il dottore che insieme al parroco, al sindaco e al maresciallo dei carabinieri non solo rappresentano le istituzioni, ma erano le persone più autorevoli e rispettate.
Il medico condotto che prestava assistenza sanitaria agli abitanti nel territorio comunale, era lo stimato dottor Arbaltini, nato e cresciuto nel paese. Di solito lo si poteva trovare in ambulatorio fino a tarda sera e, sovente, lo si incrociava per il paese a passo svelto e borsa in mano.
Per sua abitudine faceva ogni giovedì il giro di quei suoi assistiti che, per età o stato fisico, riteneva di dover seguire con particolare attenzione, andando a visitarli al loro domicilio.
Quel giorno il dottore aveva deciso di iniziare il suo giro di visite dalla signora Adelina, la Lina per i paesani e anche per lui, che aveva visitato giorni addietro per una distorsione a un piede.
Ah! La signora Adelina, la sempre disponibile e onnipresente Lina, lui l’aveva conosciuta e apprezzata fin da ragazzino quella gioviale signora sempre sorridente, ma con un carattere forte che gli aveva permesso di superare le dolorose prove alle quali la vita l’aveva sottoposta.
La casa della Lina si trovava di poco oltre le ultime case del paese, dopo la strada che portava al ponte sul fiume e lei, ormai avanti negli anni, abitava da sola nel grazioso villino che aveva, davanti all'ingresso, un giardino dove facevano bella mostra dei rigogliosi e profumati cespugli di rose antiche.
Dietro alla casa, verso il fiume, c’era l'orto, ordinato e suddiviso in parcelle regolari e costeggiate da piccoli sentieri dove l’Adelina era inciampata procurandosi la distorsione.
Il dottor Arbaltini aveva fermato l’auto proprio di fronte al cancelletto del villino che trovò aperto, sembrava che lo stessero aspettando. Imboccò Il piccolo vialetto lastricato che portava fin davanti all’ingresso della casa e anche il portoncino d’ingresso era aperto, appena accostato, segno che era proprio atteso.-
-Con permesso! Sono il dottore, è in casa Lina?-
-Si! Si, entra dottore, sono qui, in cucina.-
-Buongiorno Lina, ma . . . che cosa ci sta a fare in piedi, in cucina?-
-Beh! dottore, perché il piede non mi fa più tanto male e poi non ce la facevo più a stare con le mani in mano.-
-Io però le avevo detto di non stare in piedi, di gravare su quel piede per almeno quattro giorni.-
-Hai ragione dottore, ma giuro che appena avrò finito di preparare l’impasto dei mandorlini tornerò a riposare. Oh, sì! Riposeremo tutti e due, io e l’impasto, giusto il tempo che ci vuole per rimetterci in forma tutt'e due.-
-Ah! Ma io le avevo prescritto il riposo assoluto e mi ero raccomandato che rimanesse a letto o in poltrona e invece? La trovo in piedi, a sfaccendare in cucina!-
-Eh! Dottore, dici bene tu, ma io non riesco a stare ferma e poi devo assolutamente fare l’impasto per i mandorlini, perché la fortuna ha voluto che riuscissi a trovare delle mandorle di buona qualità, proprio come quelle che arrivavano dal Piemonte, ai tempi di quando il paese era un importante porto fluviale.-
-Ma Lina, ho fatto anche in modo che la Rosetta venisse ad aiutarla.-
-E io ringrazio sia te che la Rosetta, che è una giovane tanto cara e premurosa, che viene tutti i giorni e oggi mi ha anche portato le uova fresche, così ho potuto montare a neve gli albumi e unirvi quelle buonissime mandorle e adesso, guarda qui! Guarda che meraviglia di impasto, sembra una nuvola nel cielo di aprile!-
-Insomma Lina, si rende conto che per lei è uno sforzo restare in piedi a impastare uova e mandorle?-
-Ma che sforzo, dai! Io credo che sia possibile fare entrambe le cose senza fare né sforzi, né danni.-
-Ha! Quindi a me non resta che prendere atto della sua decisione e starmene buono e zitto, d'altronde . . . ho imparato che quando una persona anziana sostiene che qualcosa è possibile ha quasi ragione, per contro quando sostiene che qualcosa è impossibile probabilmente ha torto. Dunque non potendo farle cambiare idea, dovrei arrendermi e lasciarla continuare nel suo lavoro ?-
-Ma che lavoro, per me è un piacere e comunque, i mandorlini dell’Adelina, se permetti, li fa la Lina, cioè io! Che in paese siamo rimasti in pochi a preparare questi dolcetti unici che, spero tu sappia, hanno una storia che viene da molto lontano. Pensa che storia eccezionale si portano dietro questi dolci, tanto semplici quanto buoni, forse creati in occasione dell’arrivo di un Papa.-
-Lo so! Conosco la storia Lina, so bene che, secondo la tradizione, sarebbero stati creati in occasione della visita di Papa Pio IX nel 1857 che, arrivato via fiume, se li gustò percorrendo la via Coperta, il lungo porticato che serviva da magazzino per le merci del Porto Franco dello Stato Pontificio, proprio qui sul fiume.-
-Già si racconta proprio così e tu, caro il mio dottore, che sei nato e cresciuto qui, dovresti sapere che la via Coperta venne costruita nel 1647 e con i suoi centodieci metri di lunghezza quel lungo magazzino univa il porto sul fiume al centro del paese.-
-Lo so, lo so Lina, il mio babbo mi raccontava che prima di essere distrutta dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, rappresentava il cuore commerciale di questo paese che allora si sviluppava tutto lungo la sponda del fiume.-
-Proprio così caro dottore e pensa che questi graziosi dolcetti non sono nati dalle elaborazioni dei pasticceri, ma dalla fantasia di un aiutante di bottega. Un giovane che pensò di riutilizzare gli albumi d'uovo rimasti dalle altre preparazioni unendoli con le mandorle, visto che qui arrivavano in grande quantità e con lo zucchero di cui c'era abbondanza per lo zuccherificio del paese.-
-Certo Lina, lo so bene e come si usa dire in questo paese “O son così, o non sono . . .i mandorlini” e nel freddo ottobre del 1755 li assaggiò anche l'illustrissimo letterato messer Goldoni che, arrivando da Venezia alla dogana portuale non dichiarò la sua “. . . provvisioncella di cioccolato e caffè”. Fu solo grazie alla gran fama di cui godeva e le lodi che fece al paese per quei mandorlini squisiti che evitò le sanzioni previste per quel, quasi contrabbando.-
-Ha si! Ma pensa che passato di storia ha questo paese! Sai dottore che cosa mi raccontava la mia nonna?-
-Ma dai Lina! Ci mancava anche la nonna! Tutto serve per non parlare del suo piede, Dunque? Mi racconti pur'anche dei ricordi della nonna.-
-Allora, la mia nonna mi raccontava che quando era un ragazzina, alla domenica dopo la messa, i genitori la portavano nella pasticceria che c'era sotto la via Coperta, dove si potevano gustare i famosi mandorlini del ponte. Era la rinomata Caffetteria Offelleria Apollo del signor Giovanni Orazio Ferraguti, che sulla lapide della sua tomba volle inciso “re della secolare specialità mandorlini di Ponte”.-
-Non divaghi Lina, già siamo passati dal piede, ai mandurlin e alla nonna, se adesso ci mette anche i morti in cimitero non ne veniamo più fuori.-
-E va bene! Allora, capita che, entrando nella pasticceria, vide un signore elegante che, seduto ad un tavolino, scriveva su un quaderno mentre assaporava i dolcetti di mandorle. Lei curiosa si avvicinò e lui le sorrise e le lesse alcune righe. La nonna non scordò più quelle belle parole e me le ripeteva spesso, e dicevano “Io sono innamorato di tutte le signore, che mangiano le paste, nelle confetterie.”-
-Detto ciò cara Lina, ora che abbiamo rievocato la storia patria e i ricordi d'infanzia, vogliamo tornare a interessarci della sua salute?-
-Ma non prima di aver lodato il mio dottore, che cura i suoi paesani e non trascura la storia e le tradizioni della sua terra.-
-Lei però non dovrebbe trascurare se stessa e ricordarsi che alla sua età dovrebbe rallentare, così potrà avere più tempo per fare molto altro ancora.-
-Ma va là dottore! Che arrivata a questa età, tutto quello che dovevo fare l’ho fatto e in quel po’ di tempo che il creatore mi regala ancora, faccio quello che voglio, quando ne ho voglia e a modo mio, come del resto ho sempre fatto. Non è facile cambiare vita dopo averla passata così per una vita intera, poi devo insegnare alla Rosetta a fare i mandorlini, mica ci si può permettere di perdere le tradizioni di questo paese. I mandorlini del ponte si fanno qui da più di un secolo e mezzo e spero che si continui a farli.-
-Ah! Che lei faccia quel che vuole non lo metto in dubbio, ma quel piede mi sembra ancora un po’ gonfio e per guarire bene deve stare a riposo e ora, se permette, vorrei dargli un'occhiata.-
-Ma stai tranquillo dottore, che i mandorlini li faccio con le mani, per cui al mio piede non rimane niente da dire e non sarà certo una storta presa nell’orto a fermarmi.-
-Caparbia eh! Non vorrei mancarle di rispetto, ma potrei anche dire . . . testona.-
-Lo so, non sei il primo a dirlo e non sarai l’ultimo e adesso siediti e prenditi una tazza di caffè che è ancora caldo, io intanto finisco di amalgamare l’impasto e dopo penseremo a questo piede.-
-Oh, Lina! Se non le volessi bene come alla mia povera mamma, me ne sarei già andato, ragionare con lei è impossibile!-.
-Oh, dottore! Se io non ti volessi bene come a un figlio, ti avrei già mandato a spasso e comunque stai attento, sono vecchia e mi potrebbe sfuggire il mattarello dalle mani.-
-Ho capito, cara la mia signora testarda, faccia come vuole, ma se è vero che mi vuole bene, provi ad accontentare anche il suo dottore.-
-Certo che ti voglio accontentare, ci mancherebbe! Infatti i mandorlini li faccio anche per te, che so bene quanto ti piacciono questi dolcetti.-
-E va bene Lina! Per ora mi arrendo e vado a fare il giro dei miei assistiti, ma poi ritorno e e me la vedo con lei e con il suo piede. Quel che si dice per i mandorlini vale anche per me: o son così, o non sono . . . il dottore!-
-Ecco, bravo dottore, vai pure a visitare chi ti sta aspettando, che so bene quanto ti stanno a cuore. Quando avrai finito, ripassa pure dalla tua paziente testona, che ti vuole un bene dell’anima e che ti farà trovare i mandorlini appena sfornati, caldi, fragranti e croccanti.-

14 dicembre 2022

Ma il tempo, passa?


Le stagioni, in questo luogo mezzo piatto e mezzo appiattito, sono sempre estreme, mai una media stagionale, come dicono i meteorologi, mai in un modo che abbia la parvenza di normale.

Le stagioni, in questa terra depressa, passano lasciando sempre il segno, facendosi sempre ricordare e alimentando nella gente la speranza che non ritornino più così, come le hanno viste e che, invece, anno dopo anno, generazione dopo generazione, immancabilmente ritornano così e anche peggio.

Le stagioni calde sono eccessivamente calde, calde torride, calde afose, eccezionalmente calde, tanto calde che bruciano e seccano tutto ciò che non ha un riparo.

Le stagioni fredde sono incredibilmente fredde, rigorosamente fredde, gelidamente fredde e fanno raggiungere al termometro temperature eccezionalmente basse.

Le stagioni miti, invece, sono ben poca cosa rispetto alle altre, brevi tregue tra quei fenomeni estremi, ma così brevi che non si riesce nemmeno a considerarle vere e proprie stagioni.

Il tempo passa facendo ricordare, a volte anche troppo bene, le stesse cose che succedono alla gente e a tutto ciò che succede ogni giorno al mondo che sta loro attorno.

Al tempo, non inteso come clima, ma come il succedersi dei giorni, settimane, mesi, anni, non va certamente meglio, anzi, né meglio né peggio e le giornate passano lente, tanto che non si arriva mai a finire di tracciare sul calendario il segno a penna sul giorno appena passato, che si comincia a tracciare il segno su quello che sta iniziando.

Anche lo stato d’animo della gente è abbastanza simile alle stagioni, lo si capisce dai discorsi che fanno e dalle frasi e mezze frasi e dalle occhiate che si scambiano, dal detto non detto, ma capito e che, o sono sempre estremamente favorevoli o decisamente contrarie.

Gente troppo allegra da sfiorare un’apparenza di instabilità psicofisica o troppo triste, quasi depressa, per non parlare delle discussioni e dei contrasti che nascono come normali alterazioni climatiche ed evolvono, con la velocità dei venti di tempesta, in veri e propri cataclismici contrasti al limite dello scontro fisico.

Il tempo è come un galantuomo, passa, senza guardare in faccia a nessuno”, si sente sovente ripetere alle persone mature per età e, si presume, per esperienza, per non dire dei vecchi che di esperienze ne vantano a vagonate.

Tante, ma tante, da non ricordarsene una che una intera, appropriata e adeguata, da lasciare ai giovani.

I giovani, poi, sono l’immagine della sconfitta dell’intelligenza umana, una catastrofe etnica. Molti corpi secchi e provati da evidenti mancanze alimentari, contrapposti ad altri flaccidi e ipernutriti, in comune hanno solo le espressioni dei visi, inequivocabilmente vuote.

Sorrisi e tristezze accomunati nella stessa smorfia, in alcuni casi odontoiatricamente provata e comunque accompagnata da sguardi impenetrabili, spenti e limitati per campo d’azione, che non oltrepassano le punte dei nasi, perennemente sgocciolanti o interessati da campagne archeologiche. 

Nella mente, il tentativo di leggere quelle immagini giunge inesorabilmente allo stesso risultato, qualsiasi sia la chiave di lettura e la domanda sorge spontanea: ma in quei crani ci sta il vuoto relativo o il vuoto assoluto?

Il tempo, quel galantuomo del proverbio, non è poi così tanto galantuomo, anzi, all’apparenza si direbbe un po’ maleducato, sicuramente è molto altezzoso se, passando, non degna di uno sguardo nessuno dei presenti, insomma, l’educazione è di chi ce l’ha e la usa e, senza tante smancerie, almeno un buongiorno è d’obbligo.

Il senso più intrinseco del vecchio detto, si riconosce proprio dopo il passare del tempo, facendo cedere all’ammissione che quel proverbio la dice lunga e, in poche, ma significative parole, racchiude una grande lezione di vita. Ora c’è da chiedersi dove sono finiti quei vecchi saggi e quelle occasioni da non dimenticare, quei protagonisti di fatti e azioni da ricordare in eterno e da portare in ogni occasione ad esempio, con citazioni pompose e retoriche da far sbottare anche il più bonario incassatore o menefreghista di questo mondo.

Direi che i tempi, nel tempo, vengono manipolati ad arte da chi non sapendo bene come cavarsela nelle occasioni più complesse, usa queste preconfezionate, vecchie e ricorrenti manovre, ormai prive di ogni morale e svuotate di qualsiasi insegnamento. 

La gente sa fare solo la gente, nel senso che volente o nolente, o cosciente o incosciente, si adegua all’andazzo di quel mondo in cui trascina la sua vita quotidiana, senza riuscire a dire nulla di più di quello che è stato già detto e ripetuto da tanti prima e che continuerà ad essere ripetuto da tanti, anche dopo. 

Il tempo è un galantuomo? Ma chi? Ma dove? Ma quando? Andate a chiedere a chi aspetta il ritorno di una persona cara se è vero, andate a chiederlo ad un ragazzo che non vede l’ora di essere adulto, o ad una ragazza che aspetta di poter coronare un sogno d’amore. Il tempo è un tiranno che fa penare e che non gli importa nulla delle speranze o dei sogni della gente, anzi, più ci mette a passare e far passare pene d’inferno e più ci gode, perché più aspettiamo e sempre di più sembra che continui progressivamente a rallentare il volano dell’alternarsi delle ore e dei giorni e via dicendo.

I vecchi che conoscevano, a detta loro, tutti gli umori del tempo, avendo potuto sperimentare e apprendere tale conoscenza della vita, non arrivano mai a trasmetterli completamente ai giovani proprio perché il tempo, dopo averli fatti penare per la lentezza, improvvisamente diventa veloce, a tal punto di non lasciar loro più il tempo necessario a poterlo fare.

Il tempo è un’illusione a cui vogliamo credere, ed è alimentata dalle convenzioni inventate dagli uomini proprio per non smettere di crederci.

Il tempo è una fregatura che tutti prima i poi prendono e che, dimenticando di quanto è bruciante, continuano a cascarci ogni volta che si ripresenta l’occasione e, a chi più spesso e a chi meno spesso, le occasioni per cascare in questo imbroglio, mediamente in una vita, si presentano in eguale misura per tutti.

da "CUORI, CERVELLI E ANIME" di G.B. - 2021 edizioni Montag


21 novembre 2022

Perché voterò per la monarchia

Luigi Einaudi

da «L’Opinione», 24 maggio 1946


Non voterò per la monarchia perché io pensi che il Re possa salvare gli averi di coloro che posseggono. Costoro sono bensì moltitudine in Italia: di soli proprietari di terreni si contano 13 milioni, uno ogni tre abitanti e mezzo, più di uno per famiglia. Ma gli averi non si salvano fidando in una forza esteriore. Si salvano solo col lavoro, coll’iniziativa, col risparmio, rinunciando ad ogni monopolio ad ogni privilegio dannoso alla collettività.

Né voterò per la monarchia perché pensi che il Re possa essere le roi des gueux. Non devono più esistere in Italia, come un tempo accadeva, straccioni di cui il Re possa dire di essere il difensore contro la prepotenza dei grandi.

Non voterò neppure per la monarchia perché speri che essa ci salvi dal salto nel buio di una repubblica comunista o socialista. Nessuno può salvare gli italiani dal salto nel buio o nell’abisso se non gli italiani stessi. Se non volessi, assai più che la vittoria della monarchia, la vittoria del bene comune dovrei augurare alla repubblica di iniziare il suo corso nel travagliato momento odierno: col 20% della ricchezza nazionale distrutta, col reddito nazionale totale, ossia coll’insieme della produzione annua totale di beni e servigi, dalla quale soltanto si ricavano salari, stipendi, interessi, guadagni, imposte, ridotto del 45% in confronto all’anteguerra, colle disponibilità liquide (massa totale dei depositi presso le casse di risparmio e banche di ogni specie) nominalmente cresciute, ma in realtà ridotte ad un terzo di quelle esistenti nel 1938. La impossibilità fisica assoluta di mantener le promesse che a gara i partiti vanno facendo, le prove della dura fatica che tutti, appartenenti a tutte le classi sociali, dovremo sostenere, saranno causa di disillusioni acerbissime; delle quali la colpa sarà fatta risalire da molti, forse dai più, all’istituto che avremo scelto per dar forma allo stato.

Ma non voterò per la repubblica, perché temo per l’Italia il pericolo dal quale a grande stento si salvò il 5 maggio la Francia, respingendo il progetto di costituzione che la maggioranza social-comunista aveva costruito. Quel progetto soddisfaceva alla logica astratta dei dottrinari. Se si parte dalla premessa che l’unica, la vera fonte del potere sia la volontà del popolo, è chiaro che da essa soltanto debbano provenire tutte le forze politiche esistenti nel paese. Quando i cittadini hanno eletto una assemblea a suffragio universale segreto, a che pro una seconda assemblea ed un presidente eletti con metodi diversi, dallo stesso popolo, i quali altro non potrebbero fare, se volessero far qualcosa, se non frastornare o ritardare i deliberata della assemblea popolare? Dunque sia unica l’assemblea, sia da questa eletto il capo dello stato e siano da essa e da essa sola dettate le norme relative al mantenimento della giustizia, alla libertà di religione, di pensiero, di stampa, di insegnamento, di associazione. I francesi ricordarono però che le assemblee uniche sovrane sono dominate dai partiti e che questi ubbidiscono, sovratutto in regime di rappresentanza proporzionale, [a] giunte, le quali, impadronitesi della macchina dei partiti, fanno le elezioni; che perciò è sempre imminente la tirannia delle assemblee, non meno dura della tirannia di uno solo. Ricordarono di aver preferito il tiranno alla strapotenza di una assemblea unica sovrana. Ricordarono la dominazione del primo Napoleone, seguita alla Convenzione ed al Terrore, da cui si poterono liberare soltanto grazie alla ritirata di Mosca, ed alle disfatte militari di Lipsia e di Waterloo; ricordarono la rinnovata tirannide del terzo Napoleone, anch’essa funesta a tutte le libertà politiche, seppure largitrice di tranquillità apparente e di prosperità economica. Anch’essa era finita nella sconfitta di Sedan e negli incendi della Comune. Non dimenticarono anche che il signor Lebrun, l’ultimo presidente eletto dalle assemblee elettive, firmò l’atto di morte della terza repubblica.

Neanche la elezione del capo dello stato da parte del suffragio universale diretto e segreto col sistema della repubblica presidenziale, è garanzia di libertà. Conosciamo un solo esempio nella storia contemporanea di repubblica presidenziale stabile: ed è quello degli Stati Uniti. Ma quello è un miracolo dovuto alla coincidenza di molteplici fattori storici, che sarebbe puro caso vedere riprodursi altrove: una lunga ultrasecolare preparazione di governo indipendente nei tredici stati riunitisi nel 1787 in federazione; Washington, il generale fondatore, sceso volontariamente da presidente alla condizione di gentiluomo di campagna, allo scadere del secondo quadriennio; un grande giudice, il Marshall, che fondò e difese l’autorità della Corte suprema contro gli assalti di parlamentari e di presidenti e creò il vero ultimo presidio delle libertà dei cittadini. Le esperienze uniche nella storia non si ripetono. Si ripetono invece le esperienze sfortunatamente ordinarie delle repubbliche centro e sud americane, dove i pronunciamenti militari si succedono e le elezioni sono assalti al potere da parte di capi di fazioni e dove non sono rare le lunghe tirannie dei Rosas e dei Diaz. Accade anche che un presidente eletto dal popolo a tutore della costituzione, secondo i dettami della troppo sapiente carta di Weimar, il maresciallo Hindenburg, consegni il potere al signor Hitler, all’Attila moderno.No; gli uomini trovano libertà solo in se stessi, nella loro forza d’animo, nella decisa volontà di resistere nelle carceri dello Spielberg all’austriaco dominatore, nei reclusori e nelle isole al nostro tiranno da palcoscenico, nelle carceri alle tortura tedesche e neo-fascistiche. Ma poiché dobbiamo creare nella carta costituzionale le garanzie della libertà per tutti i cittadini, anche per quelli che, senza essere eroi servono umilmente la patria compiendo il proprio dovere, dico che, accanto alle due assemblee legislative, accanto ad un capo del governo, che goda la fiducia dell’assemblea popolare, perché la sua elezione è parte della elezione di questa, acanto ad una magistratura autoreclutantesi e indipendente da governi e da assemblee politiche, accanto ai consigli elettivi regionali, provinciali e comunali, forniti, nei limiti dai proprii ben definiti e bene ragionati compiti, di piena autonomia dal governo centrale, accanto alle chiese e massimamente alla chiesa della grande maggioranza degli italiani che è la chiesa cattolica, accanto alle fondazioni ed alle associazioni, accanto alla scuola, istituti tutti volti ad opere autonome di bene, deve esistere un capo di stato, il quale tragga ragioni di vita da una fonte diversa dalla elezione.

Questa fonte è una forza storica costituita da tradizioni, da opere compiute in passato attraverso secoli di lotte e che non possono essere distrutte da errori commessi in un tempo recente, che è un attimo nella vita dei popoli. Noi non possiamo dimenticare che il Piemonte e la Casa Savoia con una lotta secolare avevano respinto da un lato, sino al Ticino, spagnuoli e tedeschi e dall’altro lato, sino alle Alpi, i francesi, i quali pur vantavano diritti su Casale e su Asti e per lunghi anni avevano dominato la capitale dello stato sabaudo da Carmagnola e da Pinerolo, conquistando all’Italia quei confini naturali sulla cima della montagne che oggi, per la sventura a la discordia della due nazioni sorelle, ci sono nuovamente contesi. Noi non possiamo dimenticare che fu così foggiata quella spada, furono fondati ed agguerriti quei reggimenti senza di cui la idea dalla unità d’Italia sarebbe rimasta vana aspirazione di pensatori e di poeti.

Il patrimonio delle tradizioni e delle glorie avite è patrimonio di tutti, che dobbiamo trasmettere intatto ai figli ed ai nepoti. Lo dobbiamo trasmettere cresciuto e rinnovato. La monarchia, forza storica, potere posto al disopra dei partiti, deve diventare quell’istituto di cui in Inghilterra si dice che non se ne parla mai.

Se ne parlò un giorno quando nel 1649 la testa di Carlo I cadde nella sala dei banchetti di Westminster e di nuovo quando nel 1689 Giacomo II fu costretto a prender la via dell’esilio. Ma nel 1689 un parlamentare, cappello in testa, lesse a Guglielmo nipote del re decapitato ed a Maria, figlia del re esiliato, una dichiarazione nella quale era detto che mai più gli inglesi avrebbero tollerato che il loro re esigesse imposte non votate dal parlamento, traesse in arresto cittadini senza il mandato ed il giudizio del magistrato ordinario, sospendesse l’applicazione delle leggi senza il consenso del Parlamento, intralciasse la libertà di parola e di voto dei membri delle due camere. Sono passati 256 anni da quel giorno memorando; ed i re inglesi hanno imparato la lezione e sono oggi il simbolo della unità della comunità delle nazioni britanniche un simbolo di cui non si parla mai e che non si invoca se non quando accada che una Camera dei comuni divisa e discorde in se stessa non riesca a designare chiaramente al capo dello stato colui che dovrà essere il primo ministro.

Questa è la monarchia per la quale noi votiamo; una monarchia la quale nei giorni ordinari sia il simbolo rappresentativo dell’unità della patria e della concordia dei cittadini, circondata da una corte austera, i cui membri siano scelti dal Re e dalla Regina sentito il parere conforme del primo ministro, ed adempia all’ufficio di tutrice della costituzione e di organo della volontà del popolo nei momenti supremi della vita della nazione, quando le altre forze politiche si dimostrano incapaci ad esprimere un governo stabile.

A quel re, memori delle parole che un tempo i compagni delle battaglie comuni contro gli arabi indirizzavano in terra di Spagna ai sovrani nuovamente assunti al trono, noi diciamo, cappello in testa: «Noi, ognuno dei quali è uguale a te e che tutti insieme siamo più di te, dichiariamo e vogliamo che tu sia Re per la difesa di tutti noi contro chiunque di noi si eriga ad oppressore nostro e contro la follia di noi stessi se per avventura ci persuadessimo a rinunciare alla nostra libertà. Se tu sarai Re per difendere noi e le nostre libertà, noi ti saremo fedeli perché saremo, così facendo, fedeli a noi stessi ai nostri avi ed ai nostri figli. Ma se tu non sarai il Re che noi vogliamo, sappi che non basterà più l’oblio dell’esilio volontario a lavare la tue colpe». Così e non altrimenti ha il dovere di parlare chi si accinga a dare il suo voto per la conservazione della monarchia.


Luigi Einaudi

Uno dei Padri della Costituzione Italiana

2° Presidente della repubblica


31 ottobre 2022

L'ESERCITO IN GRIGIO-VERDE


Le uniformi contraddistinguono una forza armata e la caratterizzano: l'uniforme è legata al compito che gli è stato affidato, all'organizzazione, alla situazione in cui viene usata, alla disciplina e alla mentalità del tempo. Viene influenzata dal clima e ne conseguono tenute estive e tenute invernali, l'ambiente la differenzia adattandola a quelli artici e alle zone tropicali e varia seguendo l'evoluzione degli armamenti. Verso la fine del milleottocento avvenne una forte spinta evolutiva nelle armi, con i fucili a ripetizione che univano alla rapidità del tiro, maggiore potenza e precisione, con le mitragliatrici capaci di sviluppare un'azione intensa e micidiale per rapidità di tiro e per estensione di bersaglio e e con l'aumento della potenza distruttiva e della gittata delle artiglierie ma, ancor più importante, con la scoperta delle polveri senza fumo, balistite e cordite, che non provocavano le dense cortine fumogene, tipiche della polvere nera, nelle esplosioni. Tali innovazioni portarono al superamento delle tattiche di combattimento fino ad allora usate e sui campi di battaglia non si mandarono più avanti le formazioni compatte, ma si impiegarono le unità in formazioni libere. Il nuovo modo di fare la guerra indusse a rendere meno visibili i singoli soldati e, ai vertici dei vari eserciti, si cominciò a considerare la necessità di modificare le uniformi fino ad allora in uso, passando dalle troppo evidenti divise sui campi di battaglia sgombri dalle dense cortine di fumo, a delle uniformi mimetiche, meno individuabili nell'ambiente. Il primo ad adottare una uniforme cromaticamente inserita nell'ambiente fu l'Esercito Russo, a seguito delle forti perdite subite nella guerra con l'Impero Giapponese del 1904/05 a causa delle vistose divise sul terreno sgombro da cortine fumogene. All'inizio del novecento la divisa in uso nell'Esercito Italiano, benché regolamentata dalla riforma del 1871, conservava ancora molte delle caratteristiche introdotte alla sua nascita nel 1861, tutte le armi del giovane Esercito Sabaudo, sia quelle a piedi, che quelle a cavallo e quelle tecniche, risentivano ancora delle tradizioni dall'Armata Sarda e in modo particolare nell'abbigliamento, in molti casi caratteristico e appariscente. Ai cambiamenti in atto negli eserciti europei si interessò un civile, il presidente del Club Alpino Italiano, Luigi Brioschi che propose, per le truppe Alpine, una uniforme con foggia più funzionale e di colore tale da confondersi con l'ambiente circostante. Brioschi sottopose delle uniformi, confezionate a sue spese, al tenente colonnello Donato Enza, comandante del Battaglione Alpino Morbegno e al comandante del 5° Reggimento Alpini, il Colonnello Francesco Strazza, che interessati al progetto, le fecero indossare agli alpini di un plotone della 45°compagnia al comando del tenente Tullio Marchetti, che durante la grande guerra sarà a capo dell'Ufficio Stampa della 1^Armata. Nelle prove di avvistamento apparve chiaramente la difficoltà di individuazione del plotone e in quelle di tiro risultò difficile distinguere e colpire, a 600 metri, le sagome con quei nuovi colori. In seguito venne sensibilizzato il Ministero della Guerra che valutò tale innovazione in occasione delle manovre dell'esercito, confermandone la validità. Vinte anche le resistenze degli ambienti militari più conservatori, si giunse all'adozione della nuova uniforme con la circolare del Giornale Militare Ufficiale n. 458 del 4 dicembre 1908, per fanteria, alpini, bersaglieri e artiglieria e con la successiva circolare n.97 del 3 febbraio 1909 l'uniforme venne estesa anche alla cavalleria. L'uniforme del Regio Esercito assunse la colorazione grigio-verde nello stesso periodo in cui anche negli altri eserciti si procedeva all'adozione di tenute di tipo mimetico, così avvenne nell'Esercito Imperiale Tedesco (Kaiserreichsheer) che adottò il feldgrau, un grigio chiaro verdognolo e nell'Esercito Imperiale Russo (Russkaja imperatorskaja armija) che, dopo la guerra con il Giappone, sostituì il vistoso bianco delle giubbe con il verde oliva. L'Esercito Inglese (British Army) adottò il monocolore kaki per le uniformi nel 1905, di seguito anche l'impero Austro-Ungarico scelse per il suo Esercito (kaiserliche und königliche Armee) prima un grigio-azzurro l'hechtgrau per sostituirlo, nella grande guerra, con il feldgrau. Ultimo, dopo qualche anno, l' Esercito Francese (Armée de Terre) che soltanto nel 1914 deciderà di introdurre il drap Blue Clair, poi conosciuto come blue horizon.

Uniforme di marcia e di campagna del Regio Esercito modello 1909

All’inizio del 1900 l’Italia aveva un esercito di leva; il sevizio militare era obbligatorio, durava tre anni ed era rivolto agli uomini, dai 19 ai 38 anni, abili nelle tre classi di leva. Per tutti i soldati del Regio Esercito l'uniforme da guarnigione in uso era rimasta, senza grandi modifiche, il modello 1871 che si componeva di una giubba turchina, ampia e comoda, "ma in modo che si acconci con garbo alla persona", ad un petto con colletto in piedi su cui erano applicate le stellette a cinque punte, istituite con Regio Decreto del 3 dicembre 1871, era chiusa da una bottoniera nascosta di cinque bottoni, mentre i calzoni erano in tela più o meno chiara a seconda delle armi. 



L'armamento individuale consisteva nel fucile Vetterli-Vitali modello 1870/87 mono colpo calibro 10,35 x 47 mm, completo della lunga sciabola-baionetta innestabile. Il nuovo regolamento dei capi di vestiario venne divulgato con la circolare n. 386 del 22 settembre 1909 e iniziò la graduale distribuzione dell'uniforme grigio-verde definita Uniforme di marcia e di campagna del Regio Esercito modello 1909. Sarà impiegata in combattimento, corredata di elmetto coloniale, nel 1911 in Libia e l'esperienza fatta nella guerra contro l'Impero Ottomano (1911-12), favorì la successiva revisione dell'armamento e dotazioni dell'esercito. Il cambio delle uniformi venne completato, dopo un periodo di accavallamento fra vecchie e nuove uniformi, a partire dal 1913 e la nuova tenuta era composta da una giubba ed un pantalone di panno pesante grigio-verde, con piccole differenze se destinata ad armi a piedi (fanteria, alcune specialità di artiglieria e genio) o armi a cavallo (cavalleria, artiglieria e carabinieri). La giubba veniva indossata sopra un gilet, sempre in panno grigio-verde, con collo a V ad un petto e con due taschini, chiuso con una fila di cinque bottoni, sotto al gilet era indossata la camicia con cravatta a solino bianco. 



Il corredo era completato dalla buffetteria che comprendeva cinturino, giberne, bandoliera verniciati in grigio-verde ed inoltre, una borraccia in legno mod.1907 Guglielminetti, un tascapane in tela a tracolla e lo zaino dove era riposto il corredo personale, detto il “bottino”. Al momento dell'intervento italiano nella prima guerra mondiale, nel Regio Esercito l'uniforme divenne, in linea generale, uguale per tutti i componenti; con la stessa foggia veniva vestito, sia il Re che l'ultima recluta e tutti portavano, anche se con diverse differenze tra ufficiali e truppa, lo stesso berretto, la stessa giubba, gli stessi pantaloni, le stesse fasce gambiere.

L'equipaggiamento da truppa nella grande guerra

Nella prima guerra mondiale il militare di truppa del Regio Esercito indossava una uniforme grigio-verde modello 1909 per truppa che si componeva di una giubba a un petto chiusa da bottoni in cartone pressato, non aveva tasche e sul bavero in piedi erano cucite le mostrine, introdotte con Decreto Ministeriale il 24 aprile 1902, di forma rettangolare e completate da una stelletta a cinque punte. Le spalle della giubba erano rinforzate e all'attaccatura delle maniche portava cuciti gli spallini o salsicciotti che avevano lo scopo di impedire agli spallacci dello zaino o alla cinghia del fucile di scivolare. Sulla vita scendevano due spacchi laterali provvisti di bottoni e nell'interno, foderato in tela di cotone, c'erano due tasche chiuse a bottone destinate a contenere i pacchetti medicazione. I pantaloni erano lunghi e stretti alla caviglia da due laccetti, venivano ricoperti inferiormente dalle fasce mollettiere avvolte fin sotto il ginocchio, per le armi a cavallo erano previsti dei gambali in cuoio nero chiusi da cinghie. Le fasce mollettiere servivano per proteggere polpacci e stinchi da urti e graffi, nonché a evitare che l'acqua penetrasse all'interno degli scarponi. Venivano indossate sopra al bordo superiore degli scarponi e avvolte intorno alla gamba fin sotto al ginocchio ma presentavano alcuni problemi pratici, nell'ambiente di trincea assorbivano acqua e si gonfiavano, interferendo con la circolazione e, una volta asciutte, tendevano a cadere. I piedi venivano avvolti nelle “pezze da piedi”, strisce di stoffa utilizzate come delle calze e li tenevano freschi d’estate e caldi d’inverno, la loro forma poteva essere quadrata o triangolare di circa 40 cm di lato, se quadrate o di circa 75 cm, se triangolari. Le pezze, oltre ad essere più economiche e semplici da realizzare, si asciugavano più velocemente dei calzini ed erano più resistenti all'usura, l'inconveniente maggiore consisteva nelle eventuali pieghe che si formavano facilmente durante la marcia, causando rapidamente vesciche o escoriazioni. Le calzature consistevano in stivaletti modello 1912 con gambaletto alto, in cuoio naturale scurito dall'ingrassaggio per impermeabilizzarli, avevano suole chiodate con bullette a testa tonda, per le truppe alpine erano più pesanti e con una chiodatura rinforzata. Il copricapo per tutti i militari durante il servizio, ad esclusione dei Carabinieri che avevano la lucerna, gli alpini che mantenevano il cappello con la penna e i bersaglieri il piumetto, consisteva in un cappello in feltro con visiera e sottogola chiamato per la forma, “cupolino” o “scodellino”. 



Il soldato, sulla linea del fronte, era obbligato ad indossare l'elmetto metallico Adrian modello 1915 di acciaio con spessore 0,7 mm che all'inizio del conflitto veniva importato, in via sperimentale, dalla Francia e distribuito in numero limitato (6 per compagnia). Dal 24 aprile 1916 verrà adottato e prodotto in Italia assumendo la denominazione di “elmetto metallico modello 1916”, si differenziava di poco dal francese ma era di acciaio più scadente, venne distribuito in larga misura e, a partire dal 1917, era completato con una foderina antiriflesso in tela grigia. Altri elmetti furono introdotti, come il pesante elmo Farina in acciaio dello spessore da 1,1 a 1,7 mm, ideato dall'Ing. Farina fu costruito a Milano in due taglie: il peso della piccola era di circa 1850 gr, contro i 2250-2400 gr. della grande ne esistevano varianti con piastre verticali para-nuca e para-fronte arrotondate. L'arma principale era il fucile Carcano modello 91, e l’alone leggendario che lo avvolse lo fece diventare un simbolo del nostro esercito, sostituì il fucile Vetterli-Vitali Modello 1870/87 e nacque nelle Fabbriche di Armi dello Stato. Il Carcano modello 1891 lungo divenne ufficialmente il fucile standard della fanteria italiana il 29 marzo 1892 (resterà in uso fino al 1945), in seguito furono adottati il moschetto da cavalleria (15 luglio 1893) e la carabina T.S.(truppe speciali, 6 gennaio 1900). L'arma prendeva il nome da Salvatore Carcano della Fabbrica d'Armi di Torino che lo progettò in collaborazione col generale Parravicino dell'Arsenale di Terni, era una carabina con sistema di caricamento Mannlicher a pacchetto con otturatore girevole-scorrevole, pesava 3,850 Kg ed era lungo 1280 mm, il funzionamento era a ripetizione manuale con serbatoio a pacchetto-caricatore con piastrina di 6 colpi calibro 6,5 x 52 mm. La canna era lunga 780 mm, aveva la rigatura con andamento destrorso con tacca di mira regolabile e mirino fisso ed era montata su un calcio costituito da un monopezzo in noce, faggio o frassino. Il soldato veniva dotato anche di una baionetta innestabile sul fucile, con l'adozione del fucile mod. 1891, la lunga "sciabola-baionetta modello 1870" d'epoca risorgimentale venne sostituita da una nuova, ridisegnata e concepita per un uso più funzionale alla nuova strategia di combattimento. La “Baionetta Modello 1891”, aveva una lama lunga 30 cm e la guardia terminava, nella parte inferiore, con l’anello di tenuta per l'innesto sul fucile, l'impugnatura aveva guancette in legno lisce tenute in sede da due rivetti, la lunghezza complessiva dell’arma non superava i 41 cm ed era riposta in un fodero di cuoio nero con finimenti d'ottone appeso al cinturino da truppa mod. 1891. Nel corso della guerra vennero prodotte delle baionette "Ersatz", ovvero semplificate per economizzare le materie prime e velocizzare la produzione, potevano essere completamente metalliche, fuse in un sol pezzo, oppure formate da un manico metallico tubolare sul quale erano innestate lame di recupero dei vecchi fucili Vetterli. I sottufficiali di truppa avevano in dotazione anche una pistola a rotazione: il Revolver Bodeo mod. 1889 tipo A da truppa 1^ serie priva di ponticello e con grilletto ripiegabile, soprannominata per la forma “osso di prosciutto”, veniva portata nella fondina fissata al cinturino o alla bandoliera. La buffetteria per le armi a piedi, in cuoio verniciato in grigio-verde e destinata a rendere possibile o più agevole portare le armi e le munizioni, comprendeva un cinturino al quale venivano appese due coppie di giberne mod.1907 che contenevano 16 caricatori da 6 cartucce ed erano agganciate ad una bretella di sospensione per sostenerle, per le armi a cavallo e l'artiglieria erano previste bandoliere a tracolla con porta caricatori a quattro tasche. Sempre a tracolla veniva portato anche un tascapane mod. 1907 in tela impermeabilizzata grigia che conteneva: una pagnotta, un fazzoletto, un paio di calze di lana, gallette e vari generi alimentari in appositi sacchetti, una tazza di latta. Appesa al petto trovava posto una scatola di latta che conteneva la maschera a protezione unica per la difesa dai gas, sulla scatola c'era una scritta ammonitrice: “chi si leva la maschera muore tenetela sempre con voi”. Il fronte Italiano era prevalentemente montano e si estendeva anche ad alte quote, ai reparti esposti a quei climi rigidi venivano dati in dotazione, oltre ai cappotti e alle mantelline in uso normale per l'inverno, pesanti pastrani in pelle di pecora con pelo rivolto all'interno completi di guanti, passamontagna e voluminose sovra calzature per combattere il freddo. La guerra in montagna portò al diffondersi di indumenti che, oltre a difendere dai rigori delle alte quote, potessero mascherare il soldato nell'ambiente innevato. Si provvide all'introduzione, nel corredo dei reparti combattenti in quota, di gabbani in tela bianca impermeabile con cappuccio, di passamontagna in lana con viso coperto e guanti monchini a moffola in lana pesante pettinata, di scarponi con gambali in tessuto impermeabile e di ramponi da ghiaccio a sei e otto punte da applicare alle suole. La diffusione di tute mimetiche bianche, chiamate costumi, venne successivamente integrata da un equipaggiamento più specifico, a seguito dell'organizzazione di corsi per “skiatori” che avevano in dotazione sci lunghi circa due metri e larghi otto centimetri, con attacchi Huitfeld e due bastoni in bambù. L'equipaggiamento era completato dallo zaino mod.1907 in tela impermeabile grigio-verde, con rinforzi in cuoio e metallo, che conteneva gli accessori per la pulizia personale e dell'arma, le razioni di cibo di emergenza e ulteriori caricatori, un quarto di telo da tenda per uso individuale o in gruppo di quattro teli a formare una tenda completa e, molto importante per ogni soldato, la gavetta mod.1896, completa di gavettino, cucchiaio e coperchio, che diventava il piatto. La gavetta degli alpini e dell'artiglieria da montagna, mod. 1872, era più che doppia, il regolamento prevedeva che in montagna un soldato portasse il rancio per due e quello sgravato del peso della gavetta portava la legna da ardere. Il vestiario comprendeva panciere, corsetti di lana, guanti, sciarpe, una coperta individuale che, arrotolata, veniva fissata con cinghie sopra allo zaino al cui fianco veniva appeso il picozzino-zappetta. Dal 1916 venne fornita una vanghetta da sterro, in lamiera di acciaio, nell'impugnatura sette tacche numerate distanti una dall'altra 5 cm per misurare e verificare con immediatezza lo scavo compiuto, l'attrezzo ben riuscito per l'uso per cui era stato progettato, in trincea, per la sua compattezza, diventava un'arma micidiale nei combattimenti corpo a corpo. A tutti i militari di truppa veniva consegnato un piastrino di riconoscimento, un primo tipo venne adottato con circolare n. 207 del 5 novembre 1892, consisteva in una lamina di zinco rettangolare che veniva cucita nella giubba e riportava i dati del militare scritti con inchiostro zincografico indelebile. La circolare n. 299 del 22 maggio 1916 dispone un nuovo tipo di piastrino costituito da una sottile custodia rettangolare di latta cromata apribile, da portare al collo, che conteneva un documento cartaceo ripiegato dove erano annotati i dati del militare e le vaccinazioni.

Gli Ufficiali

Gli ufficiali del Regio Esercito indossavano una uniforme da combattimento in panno grigio-verde in osservanza alla circolare del comando supremo n. 3338 del 10 settembre 1915, in sostituzione della divisa in cordellino che li rendeva facilmente distinguibili dalla truppa. La circolare stabiliva che la giubba degli ufficiali fosse la stessa della truppa e priva di tasche, ma in seguito fu concesso di applicare esternamente alla giubba da truppa quattro tasche e nel tempo le varianti furono comunque numerose, poiché le uniformi degli ufficiali erano spesso confezionate da sartorie private. La giubba da ufficiale aveva un taglio simile a quella in cordellino, con quattro tasche esterne, due all'altezza del petto e due ai fianchi, applicate a toppa con soffietto e chiuse con bottone, sul retro era provvista di una finta martingala cucita e di uno spacco centrale. Le spalle erano guarnite con controspalline semi fisse, chiuse con bottone e portavano un riquadro di tela nera con ricamato il numero della compagnia di appartenenza. Sul bavero venivano applicate le mostrine mentre i distintivi di grado, costituiti da stellette ricamate in canutiglia, vennero spostati dalle spalline alla parte anteriore dei paramani, al fine di rendere meno visibile il grado da ufficiale dai cecchini austriaci. Sotto la giubba di solito veniva indossata una camicia di cotone bianco con collarino sostituibile, i polsini erano chiusi da gemelli. 



L'ufficiale indossava pantaloni in panno, corti e stretti sotto il ginocchio, la parte inferiore delle gambe era avvolta con fasce mollettiere e calzava stivaletti mod. 1912 con suola chiodata, in alternativa venivano indossati stivali o gambali, verso la fine della guerra gli ufficiali vennero autorizzati ad indossare, a somiglianza degli eserciti alleati, un cinturone di cuoio marrone all'inglese “Sam Browne”. Ad ogni ufficiale veniva consegnata una tessera personale di riconoscimento, il documento conteneva i dati anagrafici, la fotografia, il grado e l'unità che l'aveva rilasciata. In battaglia gli ufficiali non portavano più la sciarpa azzurra, la cui origine è da attribuirsi al duca Emanuele Filiberto di Savoia “Testa di Ferro” nel 1572, eliminando così l'antica consuetudine di mostrare al nemico i colori del loro signore. Il copricapo di servizio era il berretto a chepì, che rimarrà in uso fino al 1933, ma in linea avevano l'obbligato di indossare l'elmetto Adrian grigio-verde con fregio frontale. Il corredo dell'ufficiale e gli effetti personali erano contenuti nella cassa corredo, affidata alle cure dell'attendente, che seguiva l'ufficiale sui mezzi di trasporto dell'unità di appartenenza. Nel corso della guerra gli ufficiali conservarono inizialmente la sciabola, opportunamente brunita e appesa al cinturone, successivamente vennero armati, fino al grado di maggiore, con moschetto e bandoliera a due giberne. L'arma d'ordinanza era una pistola, assicurata al correggiolo di cuoio passante intorno al collo e conservata nella fondina appesa al cinturone mod.1914 da ufficiale in cuoio grigio-verde. con fibbia brunita recante in rilievo l'aquila di casa Savoia. All'inizio del conflitto erano in dotazione già diversi modelli di revolver, nel corso della guerra vennero introdotti nuovi modelli di pistole semiautomatiche e automatiche:

-La rivoltella a rotazione Chamelot-Delvigne, denominata ufficialmente Pistola a rotazione modello 1874, di fabbricazione svizzera con calibro 10,35 mm, che nel dicembre del 1886 Carlo Bodeo modificò. rendendola più sicura e facilmente smontabile. Diventò ufficialmente la Bodeo modello 1889 da ufficiale calibro 10,35 con ponticello e fu l'arma d'ordinanza in dotazione a ufficiali, dagli ultimi anni del'800 fino alla prima guerra mondiale.

-Il revolver Tettoni o Arma di rincalzo del Regio Esercito modello 1916 calibro 10,35 mm, costruita in Spagna dalla Hermanos Orbea, era una pistola massiccia chiamata la “sfondaelmetti”.

-La Glisenti modello 1910 calibro 9 mm, fu la prima pistola semiautomatica d’ordinanza del Regio Esercito, si dimostrò un'arma eccellente e semplice da maneggiare, venne soprannominata la Luger dei poveri.

-La pistola automatica Beretta modello 1915, della Fabbrica d'Armi Pietro Beretta, brevettata il 29 giugno 1915, fu subito adottata dal Regio Esercito, prodotta prima con calibro Glisenti 7,65 mm, poi 9 mm nel modello 1917, venne adottata anche dalla Regia Marina al posto della pistola Brixia modello 1913.

Gli Arditi

Dopo la pesante sconfitta del Regio Esercito a Caporetto e la rovinosa ritirata fino alla linea difensiva del Piave, emerse la necessità di ridare morale alle file di un esercito meno coeso a seguito di quei disastrosi avvenimenti. Nel 1917 vennero creati i Battaglioni d'Assalto, mutuati dalle Sturmtruppen, le speciali truppe d'assalto dell'Esercito Tedesco, "per cambiare l'organizzazione della battaglia offensiva". La nascita dei battaglioni d'assalto deriva dalle sperimentazioni fatte sul campo da brillanti ufficiali italiani, stanchi della guerra di trincea. Vennero messe in pratica nuove tecniche di combattimento e anche l’uniforme fu studiata in modo da essere più funzionale e distintiva. I militari indossavano una “giubba per arditi mod. 1917” confezionata per i reparti d'assalto, derivata dalla giubba mod. 1910 per bersaglieri ciclisti ma a collo risvoltato e aperto, per permettere una migliore aerazione del corpo, che portava cucite le stellette e le fiamme distintive di quei reparti. La giubba era provvista di contro spalline semi fisse ed aveva due tasche a toppa sul petto, sul retro c'erano due spacchi laterali provvisti di bottoni e una grande tasca alla cacciatora ricavata in fondo alla falda. Sulle maniche, oltre ai gradi, era cucito il distintivo della specialità, un gladio romano con ricamato in lana nera il motto F.E.R.T. di casa Savoia e circondato da una fronda d'alloro e una di quercia, sotto la giubba veniva indossato un maglione di lana grigio-verde con collo alto a coste. I pantaloni erano del tipo per truppe da montagna, ampi e terminanti sotto al ginocchio, stretti da due fettucce, mentre la parte inferiore delle gambe era protetta da calzettoni di lana grigio-verde. L'Ardito calzava stivaletti da montagna in cuoio naturale con suola chiodata e indossava un elmetto mod. 1916 d'acciaio ricoperto da una foderina in tela. L'armamento individuale era costituito dal moschetto mod. 1891 T.S. o da cavalleria, completo di baionetta a spiedo, pieghevole, fissata stabilmente all'estremità della canna.



 L'arma più caratteristica in dotazione era il pugnale, ricavato dall'estremità della lama delle lunghe baionette mod. 1870 del fucile Vetterli, accorciate perché troppo ingombranti per il tipo di guerra che conducevano. Disponevano però anche di armi speciali come la Fiat mod. 1915 Villar Perosa, la prima pistola mitragliatrice, progettata nel 1914 dal capitano Abiel Bethel Revelli di Beaumont, che aveva caratteristiche del tutto rivoluzionarie: univa infatti alla micidiale cadenza di fuoco, il munizionamento per pistola e la possibilità di essere trasportata a tracolla. Al cinturino da truppa venivano agganciate una coppia di giberne contenenti 8 caricatori per il moschetto, sostenute da passanti semi fissi della giubba, sempre a tracolla veniva portato il tascapane mod.1907 grigio-verde per contenere le bombe a mano che, se poco diffuse all'inizio della guerra, subirono una crescente importanza per diventare uno degli armamenti più usati dagli assaltatori. Le bombe a mano si dividevano in due tipi, quelle difensive con effetto ad ampio raggio per cui il lanciatore doveva ripararsi e quelle offensive, che erano lanciate allo scoperto e anche di corsa, dato lo scoppio immediato all'urto, ma con un effetto di minor raggio. Dall'inizio del conflitto ne furono introdotti vari tipi, i più diffusi tra gli Arditi erano: il petardo Thévenot2 e la bomba Excelsior Thevenot P2 detta la ballerina di progettazione francese, il Petardo Offensivo con innesco Olergon, la bomba lenticolare Spaccamela e quella a frammentazione SIPE (Società Italiana Prodotti esplosivi) di produzione Italiana, la granata Carbone, versione italiana della Zeitzunder austriaca. Gli Arditi portavano a tracolla, nella sacca di tela o nella scatola di latta, la maschera polivalente Z a protezione unica modello 1917, che aveva la forma di un imbuto in tela gommata, ricopriva interamente le guance e incorporava gli occhiali in celluloide. La maschera conteneva 60 strati di garza tampone imbevuta di sostanze neutralizzanti e aveva sostituito la monovalente Ciamician-Pesci, introdotta all'inizio della guerra e inefficace contro il gas fosgene che, usato dagli austro-ungarici negli attacchi al monte S. Michele il 29 giugno 1916, provocò circa 6000 vittime. Nell'ultimo anno di guerra vennero distribuite maschere antigas M2, di produzione francese a 32 strati di garza tampone imbevute di ricinato di ricino, contro fosgene, cloro e acido cianidrico, arrivarono anche le più efficienti SBR (small box respirator) inglesi in tela e gomma sintetica con filtro di carbone attivo e occhiali in vetro. L'uniforme indossata nel corso della grande guerra rimase in uso nell'Esercito Italiano, quasi invariata, ancora per molto tempo, fino alla riforma dell'esercito del 14 novembre 1933 a firma del sottosegretario al Ministero della Guerra, generale Federico Baistrocchi.


 

23 settembre 2022

IL SERGENTE NELLA SABBIA


Corsi e ricorsi dei cicli storici” è la teoria dove si sostiene che alcuni accadimenti si ripetono con le stesse modalità anche a distanza di tanto tempo e questa volta ne troviamo conferma nella storia militare del Sergente carrista Roncagalli Giovanni di Egidio, classe 1914, combattente e reduce, ma anche (e qui scatta l'intrigante parallelismo) , padre del caporalmaggiore carrista Roncagalli Pierluigi, socio ANCI della sezione “MOVM Francesco Tumiati” di Ferrara.

La storia si ripete a distanza di molti anni, c'è un filo che li unisce, sono stati entrambi carristi: il padre Giovanni, ha partecipato alle campagne di guerra in Africa, effettivo al XX° Battaglione Carri nel 1935 e al 133° Reggimento Carristi nel 1942, il figlio Pierluigi ha svolto il servizio di leva a Cordenons nel 1972 al LXIII° Battaglione Carri.

Roncagalli Giovanni nasce a Guarda Veneta in provincia di Rovigo il 24 novembre 1914 è un giovane che ha voglia di fare e appena gli è possibile si trasferisce a Ferrara dove trova lavoro come falegname e si sposa.

Nell’aprile del 1935, come molti giovani della sua classe, risponde alla chiamata alle armi ed è inviato al Reggimento Carri Armati in Bologna, una specialità del Regio Esercito moderna, potente e tecnologica e che, anche già dal motto “Pondere Et Igne Iuvat”, suscitava entusiasmo e orgoglio nei giovani che ne facevano parte e difatti il Roncagalli, già nell'agosto di quell'anno, viene promosso caporale per il suo impegno.

In quegli anni il regime tendeva a sviluppare la politica coloniale dell'Italia, che, già dalla fine del secolo precedente, possedeva le colonie di Eritrea e Somalia, arrivando a dichiarare guerra all’Etiopia e ad invaderla.

Per esigenze di prestigio vengono inviate in quella regione, al comando del generale Emilio de Bono, rimpiazzato poi dal maresciallo Pietro Badoglio, le migliori truppe per modernità di mezzi, tra cui i reggimenti di Fanteria Carrista.

Il Reggimento di cui fa parte il caporale Roncagalli viene imbarcato a Napoli il 28 settembre 1935 con destinazione il Corno d’Africa e sbarca a Massaua il 9 ottobre 1935 .

Nella Somalia Italiana vengono formate le unità per l’invasione dell’Etiopia e il caporale si ritroverà nelle sabbie Etiopi in forza al XX° Battaglione Carri d'Assalto “Randaccio” che si distingue in più occasioni, soprattutto nella battaglia dello Scirè.

Roncagalli verrà promosso caporalmaggiore e riceverà la croce al merito di guerra e la medaglia commemorativa della campagna di guerra dell’A.O.I. Alla fine delle operazioni, però il XX° Battaglione Carri non viene rimandato in Italia, rimane dislocato a Mogadiscio al comando del colonnello Salvatore Zappalà e Giovanni viene trattenuto in servizio fino al mese di agosto 1937 quando, finalmente viene imbarcato per l’Italia dove verrà congedato il 2 dicembre dello stesso anno.

Rientrato a Ferrara ritorna alla vita civile, alla famiglia e ad un nuovo lavoro nelle ferrovie di stato, ma di li a pochi anni nuove nuvole di guerra si addenseranno nei cieli dell'Europa che porteranno alla seconda guerra mondiale e l’Italia entrerà nel conflitto il 10 giugno 1940.

Nel dicembre 1940 Roncagalli viene richiamato alle armi e inviato al 1° Reggimento di Fanteria Carrista e nel giugno 1941 arriva la nomina a sergente e il trasferimento a Parma in forza al 33° Reggimento di Fanteria Carrista nell'antica caserma della “Pilotta” (ex Palazzo Farnese).

Alla fine di agosto del 1941 il reggimento entra a fare parte della neo costituita 133° divisione Corazzata “Littorio” che, dopo un periodo di addestramento nel Pordenonese e nel Brindisino, verrà inviata in Africa Settentrionale.

L'esercito, in Africa del Nord, dopo i successi conseguiti nel 1940 al comando del maresciallo Rodolfo Graziani, subisce le offensive degli inglesi e richiede l'invio di nuove unità dall'Italia.

Il 13 gennaio 1942 il sergente Roncagalli sbarca a Tripoli al seguito del 133° Reggimento Carrista per affrontare le sabbie della Libia poi, nell'aprile 1942 q il X° battaglione carri M, di cui fa parte, viene ceduto in forza al 132° Reggimento Carristi “Ariete”.

L’unità corazzata prenderà parte alle operazioni che culmineranno con la battaglia di El Alamein, dove verranno pesantemente colpite le divisioni corazzate italiane Ariete e Littorio, il 5 novembre 1942 Roncagalli viene catturato dagli inglesi e avviato verso la prigionia.

Il 27 novembre 1942 Roncagalli si trova insieme a tanti altri italiani nel campo di prigionia di Elvuan in Egitto, vi rimane fino al maggio 1944 quando viene trasferito nel tristemente noto campo n.309 di El Quassasin dove rimarrà rinchiuso fino alla fine della guerra.

Soltanto nel luglio del 1946 viene rimpatriato in Italia e potrà ritornare a Ferrara dove, nel settembre nel 1946, è posto definitivamente in congedo

Nel novembre 1955 viene concessa al sergente in congedo Giovanni Roncagalli una seconda croce al merito di guerra.