11 luglio 2013

D'Alema e il suo vino finanziato con 57.000 euro dall'Unione Europea




Massimo D'Alema produce vino (e lo chiama "Sfide"). Si tratta di un Cabernet, prodotto in 3mila bottiglie, proveniente dai vigneti della tenuta acquistata in Umbria nel 2009. Paolo Catania su Libero ha ricostruito l'intera vicenda, e ha scoperto che per la produzione di vino l'ex premier gode di un finanziamento europeo di 57.000€ Uno tra i più alti.
I vitigni sono stati impiantati la settimana scorsa e ieri c'è stata la prima irrigazione. L'azienda vinicola ha preso il via e già domani - si dice - Massimo D'Alema arriverà a Otricoli per vedere di persona come procedono le operazioni che da qui a cinque anni metteranno in bottiglia il suo rosso doc.
Suo ma con i fondi della Comunità europea che gli sono stati erogati tramite la Regione.Il 5 maggio scorso, infatti, l'ente ha elargito 57.500 euro alla società dei figli di Baffino: il terzo contributo economico su 74 aziende agricole. Nel paese di duemila anime non si parla d'altro: il presidente del Copasir ha deciso di realizzare in Umbria l'altro sogno (dopo la barca a vela), quello di produrre vino.
La Società "La Madeleine" aveva già chiesto i fondi europei per l'agricoltura, ma nel 2005 le furono negati. All'epoca la proprietà era puramente bergamasca, che ha ceduto le prime quote solo nell'ottobre 2008. Nel maggio scorso, invece, i soldi sono arrivati: 57.500 euro, una delle cifre più alte del prospetto. Di più hanno ottenuto solo la "Antinori società agricola" e la "Fondazione per l'istruzione agraria di Perugia".

02 luglio 2013

Mentre la morte cerebrale continua a far discutere, i medici anestesisti raccontano il momento delicato del passaggio dall’esistenza alla morte




Un’ultima scarica di adrenalina, il cuore che smarrisce il ritmo ma ancora non si ferma, la pressione arteriosa che s’impenna. Poi più nulla. Così muore il cervello, così si consuma l’ultimo minuto della vita, prima che i medici stabiliscano la morte cerebrale: un luogo da dove è impossibile tornare. E quel momento non appartiene a filosofi, teologi, politici, opinionisti: ci sono solo un corpo già oltre l’agonia, un medico, un respiratore artificiale e una famiglia che attende l’irreparabile notizia.
Ospedale Molinette di Torino, reparto di rianimazione. Il professor Pier Paolo Donadio, primario, racconta l’ultimo minuto della vita di un uomo. Quello che accade alle cellule cerebrali quando – come la legge stabilisce da 40 anni – vi è la “cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo”. Le inevitabili domande: la persona, quando muore il suo cervello, è morta davvero? Com’è possibile considerare già cadavere un corpo ancora caldo e che respira, anche se collegato a una macchina? Come chiedere ai parenti il consenso all’espianto degli organi? È un viaggio dentro un doppio mistero: la fine della vita, la comprensione della morte dentro un corpo con un cuore che ancora batte.
Forse la morte abita dentro questo schermo di computer che il professore mostra con delicatezza, voltandolo un po’: è un arcipelago di isole blu notte, appena cerchiate di un pallido azzurro. “L’azzurro è l’ossigeno, vede, ormai è solo all’esterno del cervello, tutto il resto non esiste più″. Da quell’arcipelago non si torna: è la morte cerebrale vista da una “spect”, vale a dire una scintigrafia (liquido di contrasto, immagine, verdetto). Il professor Pier Paolo Donadio, primario di anestesia e rianimazione all’ospedale Molinette di Torino, non ha dubbi: “Io non sono un filosofo e neppure un teologo, pur essendo un credente. Non so cos’è la morte, ma so quando è avvenuta. E so cosa dice la legge, per la quale la morte cerebrale è “cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo”. Una condizione dalla quale non si riemerge, mai”.
Un cervello che muore, un corpo che ancora pulsa ma solo perché lo fanno pulsare le macchine, il respiratore, i farmaci. I parenti che aspettano la risposta tremenda, un medico che è testimone infallibile, a presidio di quell’ultimo confine come una sentinella che ha combattuto, più spesso ha vinto (“La rianimazione è un luogo di vita, qui si salvano sette, otto persone su dieci”) e qualche volta ha perso. Ma dove abita la morte, professore? “Nel cervello. Il quale si gonfia, per un trauma o una malattia, e la pressione non lascia più entrare sangue e ossigeno. Dopo venti minuti circa, le cellule muoiono e marciscono. L’encefalo si disfa, diventa poltiglia e siamo di fronte a un cadavere che respira artificialmente, però un cadavere senza dubbio”.
Gli ultimi istanti di una vita sono quasi sempre preceduti da quella che tecnicamente si chiama “tempesta neurovegetativa”: è il momento in cui, in un certo senso, il cervello si rifiuta di morire anche se è già quasi morto. È il punto di non ritorno che il medico rianimatore segue e accompagna, avendo prima tentato tutto il possibile per evitarlo. “È l’ultima scarica di adrenalina, manifestata da un picco di segni: alterazione del ritmo cardiaco, ipertensione, una sorta di estrema codata del pesce ormai quasi senza ossigeno”. Da lì in avanti si è morti anche se non lo è il cuore, non ancora.
Nell’ufficio del professor Donadio c’è una macchinetta per l’espresso. “Porto qui i parenti, preparo il caffè e accendo il computer”. Ecco l’arcipelago della morte blu. “Parlo con loro, spiego con le immagini e mi rendo conto di quanto sia difficile accettare non dico la fine, ma la fine di un corpo che è ancora caldo, che sembra solo dormire, che fa la pipì. Duemila persone sono in quello stato ogni anno in Italia, 200 mila nel mondo e mai nessuno si è svegliato, perché è impossibile”.
Cosa succede quando il medico deve scostarsi e far passare la fine? Come la certifica? Come ne prende atto, senza tema di smentita? “Ogni malattia cerebrale, così come ogni malattia, ha una storia clinica. Io la conosco e parto da lì. Poi verifico l’assenza di determinati riflessi. Illumino l’occhio, e la pupilla non si restringe. Tocco la laringe, e niente tosse. Verso dell’acqua gelata nel timpano, e l’occhio resta immobile. Oltre, naturalmente, all’assenza di respiro spontaneo. L’osservazione di questi dati dura sei ore e viene ripetuta per tre volte. Si effettuano gli elettroencefalogrammi e i riflessi del tronco, lo fanno il rianimatore, il neurologo e il medico legale. Se è il caso si procede alla scintigrafia, ma certamente il percorso è segnato. Una cosa diversissima dal coma, dove il cervello non funziona ma è ancora vivo. Qui, lo ripeto, si tratta di cadaveri”.
Torniamo per un momento davanti alla macchinetta del caffè. La luce del giorno entra filtrata, qui al terzo piano, nello studio del primario. Un pacchetto di Gauloises sulla scrivania, le foto della moglie e dei tre figli alle pareti, un crocifisso, un’icona. Sulle sedie, i parenti di quel cadavere che ancora respira. Capiranno? Perché in quei momenti si parla anche di donazione d’organi. “In tutti questi anni non ho trovato un solo individuo che non abbia capito, poi elaborare il lutto è un’altra faccenda. Mi chiedono se il loro caro è morto davvero, se è stato fatto il possibile e se c’è trasparenza nell’assegnazione degli organi, in caso di eventuale donazione. Le tre risposte sono altrettanti sì. Al massimo, il parente dice: aspettiamo il miracolo. E io pacatamente rispondo, da credente tra l’altro, che il miracolo non contempla la resurrezione”.
In quella terra di nessuno che è la vita sospesa, in realtà una vita già morta che però mantiene alcuni preziosissimi organi, si inserisce il gigantesco tema dei trapianti. Che in Italia nel 2007 sono stati 3.020, per un totale di 1.084 donatori. Il dottor Riccardo Bosco, anestesista, è il responsabile del coordinamento prelievi della regione Piemonte. “Abbiamo una rete di coordinatori locali, specialisti che si occupano di donazioni e dei rapporti con le famiglie dei defunti. Prima di tutto, però, conta la formazione: e noi la facciamo per il nostro personale, compresi i centralinisti e gli addetti alle pulizie”. Le ultime polemiche sulla morte cerebrale vi complicheranno il lavoro? “È presto per dirlo. Di sicuro dovremo informare sempre meglio, usando anche quel grande strumento che è Internet”. Navigando nel sito “www. donalavita. net” è possibile saperne di più.
“Lo confermo, le persone che puliscono le nostre sale operatorie sanno perfettamente cos’è la morte cerebrale”. Maurizio Berardino, camice celeste (è appena salito dal reparto) è il primario di rianimazione della neurochirurgia delle Molinette. Anche lui, ogni giorno, sentinella sul confine della morte. “La quale, non ho dubbi, abita là dove non si può tornare indietro. Il cuore è un muscolo, il cervello è la sede della nostra identità biologica. La morte cerebrale non ci coglie mai di sorpresa, è un evento atteso che si sviluppa con passaggi segnati e prevedibili, non è un arresto cardiaco. Ma questi reparti non sono l’anticamera dell’obitorio, qui si salvano migliaia di persone e si lotta per garantire la qualità della vita migliore possibile a chi sarà dimesso. Il vero problema è l’ignoranza, è non sapere di cosa stiamo parlando. In fondo, la medicina è fatta di cose semplici”. Ma la morte, dottore, la morte del cervello si vede arrivare? “È quell’ultima scarica di adrenalina, è quella tempesta. Il problema diventa raccontarlo alle famiglie, dando loro il tempo di abituarsi all’idea. Spesso bastano quarantotto ore, altre volte non sarà sufficiente un’intera vita”.
Macchine che soffiano come il respiro, monitor che pulsano con gentilezza. Ma poi cosa succede, professor Donadio? Come si varca la soglia ultima, un minuto dopo le sei ore di osservazione? “In quel momento, il medico è di fronte a un preparato biologico dagli occhi in giù. Faccio sempre un esempio: quando muore una nonna in corsia, mica si tiene la flebo nella vena, dopo. Per la morte cerebrale è lo stesso: si staccano i tubi”. A quel punto, l’ultimo secondo di vita del cervello è già trascorso, non quello del cuore. “Io spengo il monitor. Perché mi sembra un’inutile agonia anche visiva, quell’onda elettrica sul monitor che perde il passo”.
Siamo alla fine, adesso sì. “Il cuore, anche senza il respiro continua a battere di norma per cinque o sei minuti, che nel caso dei giovani possono diventare venti. Ma quella, da molte ore non era più una persona viva”. Perché poi l’ultimo passo è sempre il penultimo. Restano ben vivi coloro che soffrono la perdita. Resta il dovere e il bisogno delle parole per dirlo, per rispondere e chiarire, per confortare. “Però le persone capiscono. Io gli voglio bene, ma bene sul serio, e loro lo sanno”.

25 marzo 2013

Il Paradosso Francese



Il concetto di paradosso francese, molto in voga nella letteratura anglosassone del XX secolo, descrive la (presunta) divergenza dei tassi di mortalità tra la popolazione francese del Sud Ovest e il resto della Francia (al Sud era più basso che al Nord).
Per grossolano ingigantimento, si utilizza anche per contrapporre l’intera popolazione francese all’intero mondo anglosassone.
Già in voga agli inizi del ‘900, questo termine fu collegato all’uso di vino nel 1869 né “La Lettre dell’Office international de la vigne et du vin”. Nel 1989 il termine “The French Paradox Antioxidants” debutta grazie a tale George Riley Kernodle.
Nel 1992 Serge Renaud, un professore dell’Università di Bordeaux, dal confronto tra popolazione americana e francese, osserva come la seconda abbia un’incidenza relativamente bassa di disturbi alle coronarie, sebbene faccia una dieta ricca di grassi saturi.
Sebbene abbia avuto molta fortuna in passato, tanto che ancora oggi è utilizzato acriticamente da alcuni mass media, tale concetto è il risultato di un impianto teorico scorretto, fondato sulla suggestibilità e non sulla significatività.
Per quanto riguarda il primo termine, “paradosso”, l’apparente incongruenza si basa sul fatto di considerare dieteticamente comparabili due popolazioni che evidentemente non lo sono.
In particolare, non è considerato l’intero panorama del modus vivendi e dell’alimentazione (ci si concentra invece solo sull’uso moderato del vino a pasto) mentre uno studio molto più ampio e soddisfacente è il LYON (Lyon Diet Heart Study pubblicato su Circulation 2001).
Quest’ultimo ha indagato gli effetti della dieta mediterranea in prevenzione secondaria, cioè in soggetti che avevano già presentato un infarto del miocardio. Il gruppo che ha dimostrato un’aderenza al modello della dieta mediterranea, presentava una riduzione di eventi cardiovascolari rispetto al gruppo non trattato.
Inoltre, l’associare bassa mortalità al consumo di vino è solo l’affermazione di una correlazione statistica, dalla quale non è possibile dedurre direttamente un rapporto di causa-effetto.
Per quanto riguarda il secondo elemento, “francese”, l’errore è più evidente. Il tasso di mortalità per malattie coronariche è omogeneo in tutta l’Europa (come si evince dallo studio MONICA (Multinational Monitoring of trends and determinants in Cardiovascular disease, del 1999), decrescendo gradualmente dal nord al sud del continente, in modo tale che non vi è differenza statisticamente significativa tra Belgio e nord della Francia, per esempio, né tra nord e sud della Francia, né tra sud della Francia e Spagna o Italia. Vi è invece una differenza statisticamente significativa tra le popolazioni del nord e del sud Europa.
La correlazione tra bassa mortalità per malattie coronariche e consumo di vino è stata avanzata per la prima volta nel 1979 e il concetto del paradosso francese è stato formulato nel 1980 da alcuni epidemiologi francesi.
A partire da questa prima ipotesi numerose ricerche sono state effettuate per dimostrare quali fattori potessero avere un effetto protettivo.
Alcuni studi si sono concentrati sull’effetto dell’alcool, e sono arrivati alla conclusione che un consumo moderato di vino (inferiore a 40 gr al giorno di etanolo, circa tre bicchieri) limiti l'incidenza di tali malattie, probabilmente per un effetto sul colesterolo HDL e sulla fluidità del sangue.
Tuttavia l’alcool non basta di per sé a spiegare il fenomeno, infatti, alcuni dati hanno mostrato che il vino è più efficace di altre bevande alcoliche nella riduzione dell’incidenza di queste malattie.
Secondo alcune ipotesi, la ragione di tale proprietà deriverebbe dai polifenoli di cui il vino è ricco, in particolare il resveratrolo.
Queste sostanze sono altamente antiossidanti e questa proprietà è alla base delle loro riconosciute azioni preventive di diverse malattie.
Tuttavia non è possibile dimostrare che le proprietà biologiche mostrate in vitro siano riproducibili in vivo, considerando che per assumere adeguate quantità di polifenoli il consumo di vino dovrebbe essere ben più elevato che due-tre bicchieri al giorno, ma in questo caso l’organismo sarebbe esposto agli effetti negativi dell’alcol.
Tra le altre ipotesi esplorate, uno studio ha portato l’attenzione su un’altra proprietà del vino, non correlata con i polifenoli: esso sarebbe in grado, anche a bassi dosaggi, di inibire la sintesi del peptide endotelina (endothelin-1), che è un vasocostrittore correlato alle malattie cardiovascolari e alla aterosclerosi.
In ogni caso le ricerche disponibili ad oggi, non hanno dimostrato in modo conclusivo l’esistenza effettiva di un rapporto causa-effetto tra il consumo di vino e la prevenzione di malattie cardiovascolari.
Sono state formulate anche altre ipotesi, tra cui il fatto che nelle regioni francesi in cui la mortalità da malattie cardiovascolari è minore, si osserva un più alto consumo di vegetali particolarmente ricchi di folato.

tratto da "Tra Vinifera e Labrusca" Botti Gabriele, Edizioni BookSprint

08 marzo 2013

La trapiantologia tedesca scossa dai casi di manipolazione delle liste


"La donazione degli organi è un gesto altruistico che richiede la fiducia dei cittadini nei medici e nel sistema sanitario e la certezza di una gestione etica e seria del processo di allocazione degli organi e di trapianto. Se questo legame di fiducia si interrompe, le conseguenze possono essere di larga portata come dimostra oggi il caso della Germania", così esordisce un editoriale pubblicato sulla rivista Lancet lo scorso gennaio.
La rivista sceglie di occuparsi del caso che ha scosso la trapiantologia tedesca. Nel luglio del 2012 scoppia il primo caso: a Göttingen un chirurgo della clinica trapiantologica dello University Medical Centers è accusato di avere falsificato l’indice MELD di alcuni pazienti in lista d’attesa, facendo ottenere loro una posizione prioritaria in nella lista stessa e dunque un accesso più veloce al trapianto di fegato. Il tutto, si suppone, dietro compenso. Nel 2009, suo primo anno a Gottingen, il chirurgo in questione ha realizzato 55 trapianti di fegato contro i 9 eseguiti nella stessa struttura nell’anno precedente, quando il chirurgo era in forza allo University Hospital di Regensburg. In seguito a questo scandalo si è cominciato anche ad indagare sui trapianti eseguiti, sempre dallo stesso chirurgo, tra il 2003 e il 2008, proprio a Regensburg: 23 sono risultati sospetti. La clinica trapiantologica di Göttingen ha sospeso il chirurgo a decorrere dal 1 novembre 2012; insieme a lui è stato sospeso anche un gastroenterologo ritenuto coinvolto nel caso. Si tratterebbe, dunque, di un caso di malasanità legato alla propensione per il malaffare di un solo soggetto.
Ma forse non è così. È di gennaio l’ultimo caso: questa volta è a Leipzig che si sospetta che 38 trapianti di fegato siano il frutto di una falsificazione dei criteri che determinano la posizione in lista d’attesa. Di fronte all’ennesimo scandalo il Ministro della salute tedesco, Daniel Bahr, ha riunito una commissione d’emergenza a Berlino e garantito che i responsabili verranno individuati e puniti.
Ma dove cercare le responsabilità? Nei singoli? Nel sistema? "Molte sono le ragioni che hanno generato questo stato di cose, inclusa la pressione sui medici esercitata dai centri stessi in cui si trovano a svolgere la loro attività: un numero maggiore di trapianti effettuati si traduce in un aumento di prestigio della clinica medica dove vengono eseguiti che ripaga con incentivi ‘per obiettivi’ i propri chirurghi", dichiara il Lancet.
Secondo l’editoriale della rivista, la Germania dovrebbe pensare a un sistema di governance che impedisca il ripetersi di questi casi; le inchieste giudiziarie non possono essere l’unica risposta per restituire alla popolazione la fiducia nel sistema. Che la fiducia dei cittadini sia diminuita lo provano i numeri delle donazioni da cadavere che sono diminuite, dal 2011 al 2012, di circa il 13%.

Fonte: Crisis in Germany’s organ transplantation system. Lancet 2013;381(9862):178

Tratto da il PENSIERO SCIENTIFICO – Centro Nazionale Trapianti- n.160- 7 marzo 2013