Fra i 23.000 loculi del sacrario del Monte Grappa c'è n'è uno sul quale i bambini lasciano biglietti, fiori e sassolini. I grandi passano,nsorridono e avvertono un senso di struggente tenerezza. E' la tomba di Peter Pan,nla numero 107 del settore austroungarico,nma la si scorge già da lontano,nornata com'è da quella chincaglieria casalinga. Il soldato Peter Pan nacque il 21 agosto 1897 a Ruszkabanya Krassoszereny (la pronuncia è libera) un piccolo villaggio ungherese di confine che ha cambiato bandiera e nome divenendo Rusca Montana, in Romania. Figlio di una ragazza madre, Maria Pan, il giovane Peter fu arruolato nel 30° reggimento fanteria Honvéd. Cadde il 19 settembre 1918 durante un'azione a Col Caprile, sulla quota 1331.
Una singolare cioncidenza lega il nostro soldatino alla fiabesca creatura di James Matthhew Barry, perchè Peter nacque nel 1897, proprio l'anno in cui, nelle atmosfere dei giardini londinesi di Kensington, lo scrittore scozzese andava abbozzando la vicenda e i personaggi dell"Isola che non c'è". Ma non è l'unica stranezza. Si racconta che per decenni, sotto il sole cocente o con metri di neve, la tomba 107 del Grappa sia stata visitata quotidianamente e che ancora oggi, quando l'alba rischiara il cielo, ricompaiono sul piccolo ripiano del loculo, come per incanto, fiori secchi, sassolini e conchiglie di mare. Sono gli stessi oggetti trovati nelle tasche della giubba del fante Peter Pan quando una pallottola italiana lo uccise.
da "PALLE GIRATE E ALTRE STORIE" di Michele d'Andrea ed. Azzurra Publisching
28 giugno 2016
28 dicembre 2014
Inverno, festività, neve, freddo, cosa c'è di meglio di un tipico piatto veneto.
Se
gavi deciso de farlo in tecia, ocore prima de tute che serche' de vedare qualo
ch'el ze' quelo pi' in carne, sperando de intivarghene uni che nol gai supera'
i do ani de eta' e che la so parona la ve gabia fato on dispeto tempo indrio.
Na bona matina toli' su el s-ciopo e ve' fora bonora, disendo in casa ca
ve ciapare on bigolo de aria fina.
Mejo de tuto saria ch'el di prima gavesse fato na bela nevega' da quela
che resta par tera quindase di'.
Apena ca ocie' el gato in parola fe finta de
gnan vedarlo; scondive de drio on canton, carghe' el s-ciopo e fe quelo che
gavi da fare. Portevelo casa rento la sporta de la spesa, par strada salude'
tuti e a chi che ve domanda cossa ca gh'in fe' del s-ciopo, disighe ca si na' a
trarghe a on pantegan.
Na volta riva' casa sare' ben el cancelo, ne' in te l'orto e piche' su
s'on palo el gato, verzighe la pansa cofa' on conejo e tireghe fora tute
lebuele teghendo da parte el figa'.
Tajeghe via la testa e deghela al can.
Scave' desso na busa ne la neve, metive rento el gato e po coersila da
novo.
Ve' in casa, meti' in giassara el figa' del gato in na scudela e ve' in
seciaro a lavarve le man fa Ponsio Pilato e po da l'osto a bevarve un goto.
Al sabo ve confessarve e la domenega a tore la Comunion!
Lasse' el gato soto la neve par oto giorni, stasendo sempre tenti ch'el sia ben
coerto e ch'el can resta liga' a caena.
Dodase ore prima de metarlo su in tecia tirelo fora da la busa e ch'ol
ze' deventa' tenaro, pelelo e lavelo puito, lassandolo po' taca' a sgiossarse.
Felo a tochiti e metili in ona piana co na siola, na carota, na gamba de
seino, on spigolo o do de ajo, el tuto trita', treghe rento anca do foje de
doraro qualche gran de pevare e quatro-sinque de denevre, on spisigon de droghe
e quanto sale ch'el basta.
Neghelo de vin bianco pitosto seco e desso metilo in te la moscarola in
caneva a marinarse par tuta la note.
La matina scole' i tochi de carne dal vin, sugheli puito e feli rosolare
in onantian co'n poco de ojo.
Co' i ga' ciapa' a colore caveli via da l'onto e vode' fora quelo che ze
resta', peste' fina na siola, on pugneto de parsimolo e on spigolo de ajo, po
meti' tuto ne l'antian co' na s-cianta de buro e ojo zontandoghe dele fojete de
salvia e on rameto de rosmarin.
Lasse' sfritegare e po meti' rento i tochi de gato.
Dopo diese minuti buteghe insima anca
quatro-sinque pomodori pela' pena verti, o se no on poca de conserva.
Missie' col guciaro de legno, zonteghe on biciere de vin bianco e uno de
rosso.
Metighe su el coercio e fe' cusinare par on'ora e mesa / do', bagnando co
del brodo se se suga massa.
A la fine unighe el figa' trita', meti' i tochi de gato col so pocieto
sol piato e porteli in tola compagnandoli co' la polenta calda. Disighe ch'el
ze conejo nostran, sleva' a erba e farinasso e vedari' che rassa de figuron che
fari'.
Co' i ga ben magna' e bevu', servighe, insieme co la graspeta, la
novita'.....
10 giugno 2014
Fratel Napolitano
Lo ammetto, mi ha preso per il culo.
Come 60 milioni di italiani, che almeno durante il suo primo mandato si sono
dimenticati del suo passato e hanno sperato che fosse realmente una figura che
avrebbe protetto Paese e Costituzione. E invece, ha seguito passo dopo
passo il volere della Troika, ufficialmente non ancora in Italia, o almeno non
completamente. Quando Berlusconi ha espresso il
volere di portare l’Italia NON fuori
dall’Europa ma DALL’EURO, Napolitano ha risposto alla telefonata della Merkel e
ha silurato il Cavaliere, mettendo al suo posto un uomo Bilderberg, esattamente
come ha fatto quando Bersani non è riuscito ad avere una maggioranza e così
Letta Bilderberg è risultato perfetto.
Altro che figura al di sopra delle
parti, un vero dittatore nascosto sotto la forma del nonnetto rincoglionito.
Ha fatto distruggere le sue
intercettazioni con l’ex Ministro Nicola Mancino durante al trattativa
Mafia-Stato. Ha messo al Governo banchieri che in 17 mesi hanno massacrato il
Paese, senza togliersi neppure un 1 di emolumenti durante l’ennesima fase,
finta, di spending review.
Giorgio Napolitano ci costa più
dell’intero apparato della Regina d’Inghilterra, ed i suoi poteri sono tali da
aver trasformato una Repubblica Parlamentare in una Repubblica Presidenziale,
calpestando Costituzione e cittadini.
Ma ora sta per uscire un libro,
scritto da Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara, “Tutti i segreti della sinistra”, che
racconta con fatti e certezze come le affinità, che non sono passate immuni
agli occhi di molti, tra Napolitano e Berlusconi, sembravano più “sintonie che
spesso vanno oltre la simpatia personale e il reciproco rispetto che può
esistere tra figure che dovrebbero essere radicalmente lontane, sia per storia
intellettuale e professionale sia per schieramento politico. Di Berlusconi è
nota l’appartenenza massonica, che non si manifesta solo nella documentata
affiliazione alla loggia P2 di Licio Gelli, ma anche nel sistema di simboli che
costellano il cosiddetto mausoleo di Arcore, la tomba che il Cavaliere ha fatto
realizzare per sé e per i propri cari dallo scultore Pietro Cascella. Ma c’è
dell’altro.”
Secondo il discusso leader del
Grande Oriente Democratico, Gioele Magaldi, non vi sono dubbi che Napolitano
sia un “fratello”. Ma le prove di queste affermazioni
arrivano sempre dal sopracitato libro: “abbiamo incontrato un’autorevole fonte,
che ha chiesto di rimanere anonima: un avvocato di altissimo livello,
cassazionista, consulente delle più alte cariche istituzionali, massone con
solidissimi agganci internazionali in Israele e negli Stati Uniti, figlio di un
dirigente del Pci, massone, e lui stesso molto vicino al Pd. La prima
indicazione che ci offre è interessante: «Già il padre di Giorgio Napolitano è
stato un importante massone, una delle figure più in vista della massoneria
partenopea». Avvocato liberale, poeta e saggista,
Giovanni avrebbe trasmesso al figlio Giorgio (notoriamente legatissimo al
padre, che ammirava profondamente) non solo l’amore per i codici ma anche
quello per la «fratellanza». A rafforzare la connotazione «muratoria»
dell’ambiente in cui è nato Giorgio Napoletano c’è un altro massone, amico
fraterno del padre: Giovanni Amendola, padre di Giorgio, storico dirigente del
Pci e figura fondamentale per la crescita intellettuale e politica dell’attuale
presidente della Repubblica. Va detto che l’appartenenza alla massoneria non è
un reato, anzi, molto spesso figure a essa legate sono diventate protagoniste
di rivoluzioni innovatrici e progressiste. Il fatto indiscutibile, però, è che
il legame massonico rappresenta una modalità di gestione del potere di cui poco
si conosce e che è spesso determinante per capire i fatti più recenti della
politica italiana e internazionale. La nostra fonte ha conosciuto bene e
conosce Napolitano, cui si considera molto vicino. «Tutta la storia familiare
di Napolitano è riconducibile all’esperienza massonica partenopea, che ha
radici antiche e si inquadra nell’alveo di quella francese. Per molti aspetti
Napolitano è assimilabile a Mitterrand, che era anche lui massone. Si può
stabilire un parallelismo tra i due: la visione della république è la stessa,
laica ma anche simbolica. L’appartenenza massonica di Napolitano è molto
diversa da quella di Ciampi, fa riferimento a mondi molto più ampi. Ciampi
inoltre è un cattolico. Napolitano si muove in un contesto più vasto.”Quindi, un sunto.
Abbiamo un Presidente Massone, che
evidentemente cura gli interessi dei “fratelli” e non dei suoi cittadini, e
l’ha dimostrato più volte. Un Premier che è del Club Bilderberg, dove banche e
speculatori la fanno da padroni. Stiamo per diventare figli di Troika come la
Grecia, per la quale ormai non c’è più speranza. Sottomessi al nazismo
Merkeliano.
Diciamolo in tre parole: SIAMO NELLA
MERDA. O ci si sveglia ora, o la Grecia non
è un miraggio tanto lontano.
Da
“Pensieri esasperanti di un ex imprenditrice esasperata”
06 maggio 2014
VINO NATURALE
Il vino cosiddetto naturale è
decisamente più buono di quello “truccato” che troviamo solitamente in
commercio per 3 motivi:
è più buono in bocca perché ogni
vino, per non dire ogni bottiglia, ha un carattere particolare ed è la vera
espressione del “terroir” da cui proviene.
è più buono in corpo perché, essendo
molto più digeribile, ne puoi bere anche in abbondanza e non ti darà quei
feroci mal di testa che pensavi fossero normali.
è più buono in terra perché mantiene
il suolo vivo, permettendo a tutti i micro-organismi che lo abitano di esistere
e di nutrire la vite e l’uva.
Certo, non sempre è facile bere un
vino naturale. A volte possono risultare un po’ troppo diversi da quello a cui
ci hanno abituato in questi anni con l’aiuto della cosmesi enologica, ma col
tempo si comincia a capire che il vino migliore è quello e poi non si riesce
più a tornare a quel gusto finto che hanno la maggior parte dei vini
convenzionali.
Chi sono i produttori di questi
magnifici vini?
Sono persone che hanno capito che rispettando
gli equilibri della natura si ottengono piante più sane e vini migliori. Sono
uomini e donne che hanno a cuore la loro terra e le loro uve e si rifiutano di
usare sostanze artificiali per produrre i loro vini.
Ma che cosè un vino fatto con metodi
naturali?
È un vino che non conosce la chimica
di sintesi né in vigna, nè in cantina e fermenta con i lieviti della sua uva e
non con quelli selezionati da qualche industria alimentare. Questo gli
permetterà di esprimere il suo vero carattere. Spesso, ma non sempre, viene
“protetto” con una minima dose di anidride solforosa. Ci sono poi degli aspetti
che lo possono rendere sempre più “puro” come: nessun uso di zolfo o rame per
proteggere la vite dalle malattie, nessuna temperatura controllata in fase di fermentazione,
nessun filtraggio o chiarificazione e nessuna aggiunta di solfiti.
produttori che Non usano nessun
agente chimico di sintesi in vigna perchè sappiamo che questi, oltre ad
avvelenare la pianta e il suo frutto, uccidono tutta quella vita micro-organica
che si nutre dalla pianta e in cambio le dona tutte quelle proprietà che la
renderanno unica.
Usano solo i lieviti spontanei delle
loro uve per fermentare i loro vini.
Non usano additivi di nessun genere
in cantina per correggere il naturale svolgimento della fermentazione del mosto
in vino, a parte (e non sempre) modiche dosi di anidride solforosa.
Per tutto il resto, più un
produttore è puro e più noi lo stimiamo e se ci darà un gran vino allora avrà
tutta la nostra riconoscenza.
Il vino è l’unico prodotto
alimentare che per legge non deve riportare in etichetta gli ingredienti di cui
è fatto. Questo permette a chi lo produce di “truccarlo”, senza doverlo
dichiarare al consumatore, basta che rientri nei parametri stabiliti. Quasi tutti
i vini che sono in commercio sono corretti in modo da apparire più buoni di
quello che sarebbero se fossero fatti di sola uva fermentata.
Per fortuna ci sono degli
agricoltori che rifiutano questi metodi e, attraverso un serio lavoro in vigna
senza l’aiuto della chimica, ottengono uve sane per trasformarle in vino senza
altre aggiunte se non, a volte, piccole dosi di solfiti.
Cosa sono i solfiti?
L’anidride solforosa (o biossido di
zolfo – SO2) è un gas incolore, dall’odore pungente. Nonostante la sua elevata
tossicità viene usata come additivo, insieme ai suoi derivati, in tutti campi
alimentari compresa l’enologia. Il vino produce naturalmente da sè una minima
quantità di anidride solforosa in fase di fermentazione.
A cosa servono i solfiti?
Nel vino i solfiti limitano lo
sviluppo di batteri e lieviti, bloccano eventuali fermentazioni, hanno funzione
antiossidante e favoriscono l'estrazione del colore e del sapore dalle vinacce.
In che quantità si possono
aggiungere?
In Italia il limite di legge è di
160 mg/l per i rossi, 220 mg/l per i bianchi e i rosati e 400 mg/l per i vini
dolci. Il disciplinare biologico, invece, prevede le soglie di 60 mg/l per i
vini rossi, 80 per i bianchi, 120 per i vini dolci. Per legge, se la quantità
totale di anidride solforosa supera i 10 mg/l, va indicato in etichetta con la
dicitura “contiene solfiti”.
Per qualche “inspiegabile” motivo la
legge non obbliga a specificare la quantità di solfiti presenti nel vino,
facendo così sembrare uguali vini con dosi decisamente diverse e perciò con
effetti nettamente diversi sulla salute.
26 febbraio 2014
Giuan Abaraldos, milites urbanos
Giuan Abaraldos, verdadero Hombre, sano y entellijente, aitantes
y orgulloso milites de el corpo de las Milicia Municipal de Ferrieros en el Rio
Grande en los Republicas Provincial de Bananonas, emprovvisamiente y sin sintomas predictorea, cascas enfermo, colpido
da una forma violenta de Scarabacinos des ingnorantias, gravissimas epidemias tipica de las tierra entre
el Rio grande y el Rjnos, particularmente peligrosa por los milites urbanos.
Ya que no hay cura para sanar da
los Scarabacinos de l’ignorantias, pocas oras de agonia y despue se muere y, desasfortunadamente, tambien
Giuan. . . .muorì.
Chiaramentes el buenos Giuan, esiendos
siempre estado un buen hombre andò drittos des filados en el paraisos de los buenos
ombre.
Arrivado en el Paraisos, se sientes
esperdudo, non ablas co niunos e stranamiente solo se siente.
Catandos el corajos, el se rivolse
a San Pedro domandandos se en el paraiso se podevas catares des buenos hombre que
en vida eras estados milites municipales
. . . de su collegas insommas.
San Pedro segnalando a su cabeza,
cioes sbalotandos la cabeza de zà e de làs, respuende che en el paraiso, des Milites Urbanos de la tierra desertosa entra
los Rio Grande e los Rjnos, nun je
stavas nunca, mas de provar a butar l’ocios en el Purgatorio.
Giuan s’encaminas por el
purgatorio , guardas y no vedes, cercas y no catas, provas a preguntar, ma tambyen
lì, nunca Milites Urbanos Bananonistas no habia.
A Giuan non restas che trufolar
all’infierno. El prode Milites
Urbanos sconfortado descende là, con
mucho timores por esto puesto terrificantes y ocupado da los diablos, mas esperando
nella benevolentia del caporion; el prefecto Satanas granlupman che su la
tierras era venerado da los miltes municipales como el protector del corpo de
milicia.
Cata aun del corajos y, con
preghieras, pregunda:
- Al escusa sgnor ecelenzia, par
cas, aviv minas vistos un qualch Milites Urbanos das Ferrieros in Bananonas a
chi?
El gran Satanas sientes la prece
del’animas del milites e sussurrandos (abastanzias escojonado) : tal chi n’altar dil breti bianch! ma stor
chi ei sol bun da d’mandar di pjaser .
e fa respuendere da los empleado de turnos:
- Vistos los documentas, sentido los testes, vistos los resultados de las
reziercas, ajustados los leys a nuestro usos e consumos, el esito all’uopos es resultado
negativo.
Sa voles dires . Pregunda el bueno Giuan.
Insoma no gavemo trovà queo che’l
zerca, chi da noaltri no ghe se gnanca una breta bianca (el funzionarios era
oriundos de la tierra de los fagotutomi), respuenses el empleado
Pertantos inviamos el milites urbanos Giuan Abaraldos a continuar la
recercas en otro lugar più a en baso.
Saria a dire più zò ‘ncora. . . e mi ghe son zerto che
là ghe se fiso de brete bianche.
- Ancora più ad sotas?? Al ma s’ cusa,
ma... dop al Paradis al Purgatori e l’Inferan,
cusas altars aghs pols mais essargs ancoras più ad sotas?
E los empleados, con muy naturalezas,
respuendes:
-El Bar !
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