27 settembre 2012

Una goccia di "vino".


Tutti, o quasi, sappiamo cosa è un microscopio: una specie di cannocchiale che rende tutto innumerevoli volte più grande di quello che è in realtà! Se lo si prende e gli si mette davanti una goccia di liquido, allora si vedono le centinaia di minuscoli organismi che lo compongono che si agitano come animaletti.Sembra quasi di guardare uno stadio di domenica, durante una partita di calcio e si vedono gruppi di organismi che , come le persone, saltano uno sull'altro e sono così feroci che si strappano a vicenda le bandiere e i cappellini e parti di striscioni, e ciò nonostante sono contenti e divertiti, anche se a modo loro.
C'era in una moderna azienda un infallibile giovane tecnico enologo che svolgeva il suo delicato lavoro avvalendosi delle procedimenti tecnologicamente ed economicamente più moderni e dei ritrovati biologicamente più all’avanguardia che tutti conoscevano come Gustavo Bevendo, anche perché questo era il suo nome.
Il giovane Gustavo Bevendo voleva sempre ottenere il meglio per la propria azienda e per se stesso e, quando incontrava particolari difficoltà o proprio non era possibile avere il massimo del risultato, non disdegnava di dover ricorrere a pratiche non troppo ortodosse.
 Un giorno stava guardando attraverso il suo microscopio una goccia di vino che aveva preso da una botte della cantina: che formicolio si vedeva! Migliaia di Tannini, Tartrati e Terpeni solo per dire i più, ma anche tanti altri che, come animaletti, saltavano si ricorrevano si picchiavano a volte si uccidevano divorandosi a vicenda.
«Ma questo è orrendo!» esclamò l’infallibile Gustavo Bevendo «non è possibile ottenere che vivano tranquillamente e in pace, in modo che ognuno si preoccupi degli affari propri?».
Meditò a lungo, ma non riuscì a trovare una soluzione, e allora ricorse ad uno dei suoi procedimenti non troppo corretti.
«Li trasformerò !» disse «così si potranno vedere diversi e forse si piaceranno e piaceranno a chi li berrà!» e versò nella goccia di vino un prodotto chimico di sintesi proveniente da laboratori industriali.
Quella sostanza era qualcosa che stava tra il metanolo e gli idrocarburi ma assomigliava tanto alla diossina, quella migliore la più cara.
Nel giro di pochi istanti tutti quegli animaletti diventarono ancora più strani e mostruosi: i più esagitati andarono in depressione mentre quelli calmi diventarono rabbiosi, infine si colorarono di rosa, sembrava una città d’uomini selvaggi nudi.
«Che cos'hai lì?» gli chiese un altro vecchio enologo della cantina ormai dimenticato per la sua vecchiaia e la vecchiezza dei suoi metodi, che non aveva nessun nome, e proprio per questo era così distinto.
«Se indovini» rispose Gustavo Bevendo «te lo regalo, ma non è una cosa facile da indovinare, se non la si sa prima.»
L’enologo senza nome guardò attraverso la lente del microscopio, gli sembrava proprio di vedere un’intera città, in cui gli alcoli e gli antociani giravano nudi, e questo era ripugnante, ma era ancora più ripugnante vedere come si spingevano e si urtavano a vicenda come si pizzicavano, si mordevano e si facevano male.
I tannini che stavano sotto di tutti dovevano arrivare sopra e i fenoli che stavano sopra dovevano passare sotto! “Guarda, guarda! Le gambe di quel flavonoide sono più lunghe delle mie! Paf! Via! C’é un enzima che ha un piccolo ammennicolo tra le gambe, ma non pare far piacere alle aldeidi che non ce l’anno e lo rincorrono arrabbiate!” e lo fecero a pezzi lo tirarono e lo divorarono a causa di quel piccolo ammennicolo.
C'era un Acido malico fermo con un’aldeide, ed entrambi desideravano solo fermentare tranquillamente, ma l’aldeide fu trascinata via, polimerizzata e divorata dal metanolo.
«È proprio divertente!» esclamò l’enologo.
«Che cosa credi che sia?» gli chiese il giovane Gustavo Bevendo «riesci a scoprirlo?»
«Si vede bene» rispose l'altro «è senza dubbio una potente sostanza chimica per lo sterminio di massa, si assomigliano tutte! È certo una terribile arma.»
«No, è il vino delle due botti da cui si ricaveranno cinquanta milioni di bottiglie di grandi vini per l’esportazione nei nuovi mercati- disse il giovane e rampante moderno enologo.

20 settembre 2012

Il 21 settembre 2012 si celebra la XIX Giornata Mondiale dell’Alzheimer.




Sono oltre 36 milioni gli ammalati di Alzheimer e di altre demenze nel mondo. Più di un milione in Italia. Un numero destinato a crescere. Per questo l’Organizzazione Mondiale della Sanità considera le demenze una “priorità mondiale di salute pubblica” e consiglia ai Paesi di pianificare e implementare dei Piani nazionali ufficiali. Queste malattie sono destinate ad esplodere in questo secolo: la nostra aspettativa di vita è molto più lunga rispetto al passato. Si pensi che il rischio di demenza è già di 1 a 8 per gli over 65 e di1 a 2,5 per gli over 85. "
"La definirei una vera e propria pandemia", spiega ad Affaritaliani.it Paola Chiambretto, Neuropsicologa Responsabile Nucleo Alzheimer Villaggio Amico di Gerenzano (Varese), in occasione della XIX Giornata Mondiale dell’Alzheimer che ricorre il 21 settembre. Un'occasione per fare il punto sulla demenza in Italia. “L’obiettivo principale al momento non è la guarigione degli ammalati, perché la scoperta di una cura risolutiva non è stata ancora fatta e non è possibile fare previsioni. Sono però state messe in campo molte energie e sotto diversi aspetti: dagli studi per una diagnosi precoce alle analisi genetiche".
I farmaci attualmente più usati sono "gli inibitori di acetilcolinesterasi, che stanno dando dei discreti risultati nel rallentare l'evoluzione della malattia", spiega Chiambretto. Pur variando in modo soggettivo, dopo i 70 anni la malattia degenera nell'arco di 5-10 anni, dalla comparsa dei primi sintomi alla non autosufficienza del malato. Nelle forme più giovanili, che colpiscono a partire dai 50-55 anni, ma in alcuni casi anche dai 45 anni, l'evoluzione è molto più rapida: in media 5 anni perché il paziente diventi totalmente dipendente dal caregiver.
L'aspetto più innovativo nella cura dell'Alzheimer riguarda le terapie non farmacologiche per il trattamento dei pazienti: dalla “Terapia di stimolazione cognitiva” alla “Terapia della bambola”. "La prima consiste nella pratica di attività al computer oppure con carta e penna per stimolare la mente del paziente e migliorare le sue capacità di ricordare o di parlare - prosegue Chiambretto -. La Terapia della Bambola, invece, è in arrivo dalla Svezia e in Italia la stiamo sperimentando in pochissimi centri, tra cui Varese e Bergamo. Grazie ad una bambola appositamente costruita, il paziente viene aiutato a ritrovare le sue capacità di accudimento, a migliorare le relazioni con gli altri e viene rassicurato anche in momenti difficili come la notte".
Contenere lo stress di chi assiste gli ammalati è l'altra sfida aperta: "Le famiglie vengono investite da un carico pesantissimo quando si trovano a dover gestire un coniuge o un genitore affetto da Alzheimer e molto spesso sono sole e con poche informazioni. Per questo qui a Varese abbiamo aperto un centro Aima, ovvero uno sportello di accompagnamento per le famiglie".
Il morbo di Alzhemeir è sempre più diffuso visto anche l'allungamento medio della vita. Tra i 65 e i 70 anni ha un'incidenza dell'1-2%, mentre sopra gli 85 anni si sale al 25-30%".

04 giugno 2012

Angelo fu Giovanni, classe 1884


Dal maggio 1915 al dicembre 1919, quattro anni quasi sempre in prima linea; prima nella seconda armata e, dopo caporetto, con la terza .
E' stato ferito e pluridecorato e, alla fine, è riuscito a ritornare, anche se cambiato nel corpo e nell'anima; ha visto morte e distruzione e disperazione, ha sofferto per fame, fatica, dolore e privazioni, è stato costretto ad uccidere ed ha lasciato in quelle terre amici, compagni.
Insieme a tanti uomini come lui, ha reso grande l'Italia, quella che ancora oggi abbiamo .
"La guerra che iniziò nel 1914 fu l’evento più rilevante del XX secolo poiché coinvolse tutti i più grandi Stati: fu la prima guerra “moderna”combattuta per terra, per mare e nell’aria con un impiego di armi e di mezzi tecnici mai usati sino allora.
Mi sembra doveroso che tutti gli italiani attestino un grande tributo di gratitudine e di riconoscenza ai combattenti della Prima Guerra Mondiale, verso quei valorosi Soldati che, giustamente, possiamo considerare l’aristocrazia del valore, i quali risposero con slancio e grande generosità alla chiamata della Patria.
Alle generazioni di oggi, che hanno raccolto il frutto del Loro sacrificio, ritengo non sia giusto lasciar cadere nell’oblio le ardue vicende che hanno contrassegnato l’esistenza di chi ci ha preceduto, così come non è da uomini civili e liberi dimenticare l’altissimo tributo di valore e di sangue pagato da quegli eroici soldati per renderci come oggi siamo.
Se la fine della Prima Guerra Mondiale costituì il coronamento dell’unità d’Italia, a distanza di novanta anni da quel grandioso e agognato evento, appare doveroso oggi attribuire un significato a questa importante celebrazione:
- per l’educazione morale e spirituale delle nuove generazioni, per meditare su quegli avvenimenti tremendi, coglierne la portata e trarne gli insegnamenti;
- per onorare la memoria e le vicende umane di coloro che lottarono, soffersero e morirono nel compimento di un dovere, con grande umiltà e generosità;
- per attingere al patrimonio di valori ideali e di virtù civiche che ci hanno lasciato in eredità i nostri padri e per esaltare quei valori di pace e riconciliazione che ogni uomo, pur nella diversità, deve custodire nel suo cuore.
Noi vogliamo ricordare quegli avvenimenti, quei sacrifici, quelle sofferenze dei Soldati di un tempo ormai lontano con sentimenti di gratitudine, di grande rispetto e ammirazione; sacrifici e sofferenze che furono espressione di una gioventù generosa inviata a vivere e morire in condizioni talmente irreali che gli uomini del nostro tempo si rifiutano addirittura di credere possibili.
Uomini di ogni credo politico, di ogni ceto e condizione sociale, amanti della libertà e della loro terra, accorsero da tutti i paesi, le città d’Italia e dall’estero, uniti in solidarietà e valore per servire in armi la Patria. Accomunati nel crogiuolo della trincea e della battaglia incominciarono a conoscersi e socializzare tra di loro sino a diventare fratelli.
Fanti, alpini, bersaglieri, granatieri, artiglieri, cavalieri, genieri, trasmettitori, carabinieri, finanzieri, soldati dei servizi logistici, dai ghiacciai dell’Adamello alle arse trincee del Carso, dal Monte Nero all’Altopiano di Asiago, dal Pasubio al Monte Grappa, scrissero pagine di eroismo e di grande umanità.
Non furono da meno i valorosi marinai e aviatori che, con le loro eroiche imprese, contribuirono in maniera determinante alla vittoria finale delle nostre armi.
Dopo la tragica Battaglia di Caporetto, che nel giro di poche ore travolse il destino di migliaia di soldati e di oltre un milione di civili, l’esercito e il paese ritrovarono insieme la forza e la volontà di resistere e combattere sul Piave. Il Piave divenne il fulcro e il simbolo della volontà di riscossa di tutto il popolo italiano.
Sul Piave, fiume sacro alla Patria, i petti dei “ragazzi del ’99” crearono un invalicabile baluardo per la salvezza e la resurrezione d’Italia.
Il loro impegno fu fondamentale: da loro iniziò la riscossa dopo la disfatta di Caporetto per ridare slancio ed entusiasmo ai soldati avviliti e radicati sulle infuocate trincee del Piave e del Monte Grappa.
In quei momenti tragici e decisivi per le sorti della nostra Patria, grande importanza ebbe il fronte interno e l’opera materiale e morale delle donne. Madri, spose, ragazze sostituirono gli uomini inviati al fronte nelle fabbriche e in molti settori produttivi, dando così un prezioso contributo per il conseguimento della vittoria.
E, nell’ottobre del 1918, dal Monte Grappa iniziava quella offensiva vittoriosa di Vittorio Veneto che si concludeva con la definitiva sconfitta dell’Austria - Ungheria.
Rifugi, postazioni e monumenti costellano ancora oggi queste terre, a testimoniare il coraggio, la tenacia e lo spirito di sacrificio di chi fu chiamato a combattere una guerra sanguinosa e terrificante che in quei luoghi è diventata leggenda.
Pochi, all’inizio della guerra, erano consapevoli della tragedia che avrebbe colpito il nostro popolo - oltre seicentocinquantamila caduti, un milione e mezzo di feriti, un’intera generazione di giovani falciata; migliaia di lutti di tante madri, spose, figli, infiniti sacrifici, sofferenze, distruzioni e devastazioni di ogni genere. Oggi possiamo misurare pienamente ciò che quella guerra rappresentò per il nostro popolo e per i popoli dell’Europa.
Milioni di uomini si ritrovarono a combattere fra il fango delle trincee, sotto una tempesta di ferro e di fuoco che provocò paurose carneficine specie tra le unità di fanteria.
Dopo 41 mesi di guerra durissima il nostro popolo uscì da quella spaventosa tragedia certamente provato, ma vittorioso e, quel che più conta, finalmente unito e libero. Una vittoria costruita da una massa di umili contadini provenienti da tutte le regioni d’Italia, con il fucile in mano al posto della vanga, che lottò con fatica e in silenzio senza mai nulla chiedere anche quando, in nome dell’Italia, andavano a morire sulle alture del Carso, sui ghiacciai dell’Adamello, sul Pasubio, sull’ Ortigara, sul Monte Grappa o sulle sponde del Piave nel nome dell’Italia.
La vittoria conseguita al prezzo di grandissimi sacrifici ci permise di completare l’unificazione del territorio nazionale con il ricongiungimento per sempre all’Italia di Trento e Trieste, essa rappresentò il culmine di oltre un secolo di lotte risorgimentali perseguite con tenacia da una folta schiera di coraggiosi martiri e patrioti che credevano in un’Italia unita, indipendente e libera dalla secolare egemonia di molte potenze straniere.
L’Italia di oggi, ed in particolare le nuove generazioni, devono sentirsi riconoscenti e legate a quelle gesta gloriose e da quel grande patrimonio di valori trarre lo spirito vitale per alimentare sentimenti di amore verso la Patria e con i quali si onorano i molti eroismi e sacrifici di quella generazione di uomini e di cui l’aspro teatro del conflitto fu silenzioso testimone.
Sono trascorsi ormai più di novanta anni dall’inizio di quella immane tragedia, un evento che coinvolse milioni di uomini in ogni parte del pianeta, e che cambiò in modo definitivo il volto dell’Europa. Durante quegli anni ormai lontani, ma sempre vivi nella nostra memoria, molti soldati si resero protagonisti di numerosi atti di eroismo per realizzare l’indipendenza e l’unità d’Italia.
Se la nostra coscienza di cittadini avrà saputo raccogliere il senso di quel enorme sacrificio, di quelle nobili virtù, di quelle tensioni ideali, di quei dolori sofferti in nome dell’Italia che Loro ci hanno lasciato, e ricorderemo con religioso rispetto quelle vicende, allora quei Soldati continueranno a vivere nel nostro animo, nell’animo dei figli dei nostri figli e nel cuore della nostra comune madre, la Patria.
Potremo dire allora che il loro sacrificio non è stato vano ma ha prodotto copiosi e fecondi semi di pace.
Ritengo, quindi, giusto e doveroso ricordare con gratitudine e riconoscenza tutti quei valorosi Soldati, che senza odio ma con alto senso del dovere e sorretti dalla fede, spesero la loro giovane esistenza per l’Italia. Con lo stesso spirito ricordiamo e rendiamo onore ai valorosi e cavallereschi nostri avversari di allora, appartenenti ad uno dei più potenti eserciti del mondo, che con altissimo senso del dovere e dell’onore, lottarono con grande coraggio, spirito di sacrificio e lealtà per la loro Patria. Oggi siamo sempre più convinti che le guerre, tutte le guerre, sono da condannare e da evitare perché sono fonte di odi, povertà, devastazioni morali e materiali inaudite. La pace va costruita, difesa e mantenuta quotidianamente al di là dei Trattati, soprattutto con il nostro comportamento che deve essere improntato ad iniziative di solidarietà, sincera collaborazione e al dialogo reciproco.
Oggi, gli uomini e le donne delle nostre Forze Armate, nel solco tracciato dagli eroici Soldati di Vittorio Veneto, rinnovano le tradizioni di amor di Patria, spirito di sacrificio e abnegazione, operando con altissima professionalità e assoluta correttezza di comportamenti, spesso rischiando la vita, nelle numerose e complesse missioni nel mondo, a sostegno della sicurezza, della legalità, della ricostruzione e per rafforzare la pace. In questo importante anniversario ricordiamoli con affetto e riconoscenza perché, con lo stesso spirito dei ragazzi del Piave e del Monte Grappa, ogni giorno con grande umiltà e generosità, onorano la nostra Patria e la nostra Bandiera.
Il retaggio di quel prezioso patrimonio di valori ideali e virtù civiche di quella generazione di valorosi combattenti, costituisca non solo per noi ma per tutti i popoli dell’Europa, motivo di riflessione ed esperienza e sia un valido aiuto per costruire un futuro migliore, di pace, di libertà, di giustizia, di progresso, rispettoso della dignità di ogni uomo e di ciascun popolo.
Che ogni nostra azione sia degna della loro memoria e del loro eroismo."

02 marzo 2012

Agnostici, rispetto a cosa?

Ci si dimentica sempre di dire RISPETTO A COSA si può essere agnostici o “atei”. Di cosa si sta parlando? Di Elfi? Di Babbo Natale? Del bosone di Higgs? Del dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe? Del dio Bacco? Oppure dell’asino che vola? Io credo che, per giungere ad un qualche livello di Conoscenza (quella oggettiva, per intenderci), alla base di tutto ci sia (ci debba) essere una cosa sola: la neutralità ideologica, la quale è possibile solo ed esclusivamente attraverso un atteggiamento razionalistico. Tale atteggiamento non può, tra l’altro, prescindere dai metodi e dagli assiomi tipici della Scienza, e quindi è bene rispolverarli un attimino . . . . . La Scienza (anzi: l’atteggiamento razionalistico in generale!) si basa su:

1- Metodo sperimentale (metodo galileiano)

2- Principio di semplicità (Rasoio di Occam)

3- Principio di FALSIFICABILITA’ (di Popper)

Sul primo e sul secondo punto penso non vi sia bisogno di grandi spiegazioni: sapete tutti, più o meno, cosa sono. Il primo serve a stabilire se una teoria scientifica è vera oppure falsa, il secondo serve ad eliminare elementi non necessari da una teoria.

Analizziamo più nel dettaglio il terzo criterio: il falsificazionismo di Popper.

Una certa ipotesi, per poter far parte di una teoria “scientifica”, deve essere FALSIFICABILE. Cosa significa? Significa che deve poter essere possibile stabilire se essa sia vera oppure falsa. Detto con altre parole, una teoria è SCIENTIFICA solo se è sottoponibile al metodo sperimentale. La scienza considera solo teorie falsificabili, perchè è su queste (e SOLO su queste) che è possibile dire qualcosa di oggettivamente valido. Ad esempio, consideriamo la seguente ipotesi: “l’asino che vola esiste”. Essa è una ipotesi FALSIFICABILE? SI’, perchè sappiamo benissimo cosa deve accadere affinchè tale ipotesi venga reputata vera oppure falsa. Basta vedere un asino in volo ed ecco che tale ipotesi viene ritenuta vera. Se nessuno mai, in nessun luogo, in nessun tempo, e in nessun modo, riuscirà a vedere un asino volante, siamo obbligati a supporre che tale ipotesi sia falsa, ovvero dobbiamo ritenere che gli asini volanti non esistano. Se non lo facessimo, il metodo sperimentale non servirebbe a nulla. Tuttavia, prima o poi un asino volante potrebbe sempre comparire da un qualche remoto angolo della Terra, e allora in tal caso l’ipotesi verrebbe confermata. Lo scienziato quindi mantiene un atteggiamento AGNOSTICO nei confronti dell’asino volante, che di preciso significa esattamente questo: “io NON SO se l’asino volante esista, ma sono obbligato a sospendere il giudizio: ovvero CONTINUO, FINO A PROVA CONTRARIA, a pensare temporaneamente che esso NON esista affatto, esattamente come facevo anche PRIMA di considerare tale ipotesi (ero neutrale prima e sono neutrale anche adesso!)”. Assumere temporaneamente che non esista NON è frutto di una mentalità chiusa, perchè lo scienziato è comunque disposto a recepire le prove atte a verificare l’ipotesi, ovvero sa benissimo che se l’ipotesi dovesse essere confermata scientificamente, allora dovrebbe considerare vera l’esistenza degli asini volanti. Ma attenzione: lo scienziato può ritenersi AGNOSTICO nei confronti dell’ipotesi sugli asini che volano SOLO perchè tale ipotesi è FALSIFICABILE: ovvero SAPPIAMO benissimo cosa deve accadere affinchè l’ipotesi venga reputata vera OPPURE falsa. Se TUTTI gli asini che analizzo non volano, sono obbligato a giungere alla ovvia conclusione che l’asino volante non esista, MA assumo COMUNQUE un atteggiamento APERTO nei confronti dell’improbabile ipotesi della sua esistenza, perchè qualcuno potrebbe prima o poi verificare (galileianamente) l’esistenza di un asino che vola. Noi sappiamo cosa è un asino che vola? Sì, perchè la definizione di questa entità è la seguente: un “asino che vola” è un asino in grado di volare. Semplicemente. Quindi siccome so cosa è, so anche quali sono le sue proprietà peculiari, la sua esistenza è dunque un’ipotesi FALSIFICABILE; e quindi tale ipotesi PUO’ anche far parte di una teoria SCIENTIFICA. Ci penserà poi il metodo galileiano a stabilire se tale teoria sia valida oppure no. Questo significa essere agnostici. E badate bene che gli scienziati sono TEMPORANEAMENTE obbligati a pensare che l’asino volante NON esista, e a trattare di conseguenza TUTTE le altre teorie scientifiche sul Mondo esterno come se tale animale non esistesse. Questo è l’atteggiamento AGNOSTICO. Consideriamo ora un’altra questione. Supponiamo che qualcuno affermi: “Dio esiste”. Bene, per poter analizzare tale ipotesi, prima di tutto, non possiamo, non chiederci: “Ok, ma cosa è un dio?”. Ovviamente nessuno lo sa per certo, anche perchè le migliaia e migliaia di religioni che sono esistite sulla faccia della Terra affermano ciascuna una cosa diversa. Quindi, abbiamo tante ideologie e tanti dei (e dee) diversi(e). Vabbè, può darsi che una di queste ideologie abbia ragione. Allora prendiamo il dio di una di queste ideologie e cerchiamo di trattare la questione con neutrale razionalità, come farebbe uno scienziato degno di questo nome. Poichè abito in Italia, prendo, unicamente per questioni di comodità, il dio della religione più diffusa in Italia: il cattolicesimo. Benissimo. Allora, mi informo sul cattolicesimo, e cerco di capire cosa è il “dio cristiano”. Notate che se io non lo facessi non avrebbe alcun senso analizzare “dio”, (perchè non saprei nemmeno di cosa sto parlando!); e poichè non esiste una definizione oggettiva e universalmente accettata di “dio”, quindi sono obbligato a scegliere UN dio per volta e ad analizzarlo. So benissimo, tra l’altro, che ciascuna singola persona ha un’idea di “dio”, e ciascuna idea è sicuramente diversa l’una dall’altra. Quindi, in teoria, dovrei farmi spiegare da ogni singola persona la definizione di “dio” e sottoporre poi l’ipotsi di esistenza di ciascuna di essa ai metodi di indagine della Scienza. Comunque, vabbè, abbiamo deciso di prendere in considerazione un dio di cui conosciamo qualche proprietà: il dio “ufficiale” della Chiesa Cattolica Apostolica e Romana. Ok, allora vediamo un po cosa troviamo nel <>:

[...]

42 Dio trascende ogni creatura. Occorre dunque purificare continuamente il nostro linguaggio da ciò che ha di limitato, di immaginoso, di imperfetto per non confondere il Dio « ineffabile, incomprensibile, invisibile, inafferrabile »43 con le nostre rappresentazioni umane. Le parole umane restano sempre al di qua del mistero di Dio.

43 Parlando così di Dio, il nostro linguaggio certo si esprime alla maniera umana, ma raggiunge realmente Dio stesso, senza tuttavia poterlo esprimere nella sua infinita semplicità. Ci si deve infatti ricordare che « non si può rilevare una qualche somiglianza tra Creatore e creatura senza che si debba notare tra di loro una dissomiglianza ancora maggiore »,44 e che « noi non possiamo cogliere di Dio ciò che egli è, ma solamente ciò che egli non è, e come gli altri esseri si pongano in rapporto a lui ».45

[...]

E ancora:

[...]

202 Gesù stesso conferma che Dio è « l'unico Signore » e che lo si deve amare con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente, con tutte le forze. 247 Nello stesso tempo lascia capire che egli pure è « il Signore ». 248 Confessare che « Gesù è Signore » è lo specifico della fede cristiana. Ciò non contrasta con la fede nel Dio Uno. Credere nello Spirito Santo « che è Signore e dà la vita » non introduce alcuna divisione nel Dio Uno:

« Crediamo fermamente e confessiamo apertamente che uno solo è il vero Dio, eterno e immenso, onnipotente, immutabile, incomprensibile e ineffabile, Padre, Figlio e Spirito Santo: tre Persone, ma una sola essenza, sostanza, cioè natura assolutamente semplice ». 249

[...]

206 Rivelando il suo nome misterioso di YHWH, « Io sono colui che è » oppure « Io sono colui che sono » o anche « Io sono chi Io sono », Dio dice chi egli è e con quale nome lo si deve chiamare. Questo nome divino è misterioso come Dio è mistero. E ad un tempo un nome rivelato e quasi il rifiuto di un nome; proprio per questo esprime, come meglio non si potrebbe, la realtà di Dio, infinitamente al di sopra di tutto ciò che possiamo comprendere o dire: egli è il « Dio nascosto» (Is 45,15), il suo nome è ineffabile, 250 ed è il Dio che si fa vicino agli uomini.

[...]

Insomma, pare proprio che nemmeno l’ideologia cattolica sappia cosa sia il suo dio. Ma cerchiamo comunque di avvinarci al concetto di “Dio” (il dio cattolico, ma gli dei di altre religioni non sono definiti in maniera poi così diversa!) tramite i termini più comunemente usati nel catechismo: “ineffabile”, “incomprensibile”, “inafferrabile”. Ora, lo scienziato a questo punto si chiede: “se una entità è ineffabile, incomprensibile e inafferrabile, come posso capire di cosa si tratta? E soprattutto: come faccio a capire se esiste??”. “Tramite la fede!” direbbe un qualsiasi prelato o teologo cattolico. Dio infatti, così come è definito, è un entità a cui si può credere solo tramite un atto di fede. Questo cosa significa? Significa che tale dio non è un qualcosa nè di definibile nè tantomeno di concepibile, tramite il neutrale uso della Ragione. “Dio trascende ogni creatura” dice il catechismo, il che significa che dio trascende il “creato”, e dunque trascende l’Universo stesso. Dio, secondo la teologia cattolica, è un essere che “trascende” l’Universo stesso. Dio è nell’Universo? No, lo trascende. Ma che significa? Significa che qualunque cosa esista nell’Universo non è Dio. Vabbè, ma quindi che ce ne facciamo?

Mitico Clinton

Chi non ha mai sentito parlare del Clinton, dell'Uva fragola o del vino Fragolino? Per molti di noi, soprattutto se residenti nel Nord-Italia, l'aroma particolare dell'Uva americana evoca ricordi di fine estate, sapori di orti e giardini famigliari, dove non ne mancava mai qualche vite allevata a pergola, a formare lussureggianti topie, generose di ombra nel sole estivo. Tutti sanno che queste viti, resistenti a molti parassiti e la cui origine è in qualche modo collegata al Nuovo Mondo, in Italia non possono essere utilizzate per la produzione di vino commerciale, poiché una legge che risale ai primi decenni del 1900 ne vieta espressamente l'uso in nome della tutela della qualità. Questi hanno cominciato ad essere ottenuti ed utilizzati dopo la seconda metà del 1800 con la diffusione in Europa dei parassiti di origine nord-americana nei confronti dei quali, in misura più o meno estesa, mostravano tolleranza. Erano rustici e particolarmente fertili, ma conferivano il ben noto sapore volpino al vino, che risultava inoltre scarsamente alcolico, poco stabile nel colore, talora più ricco di alcol metilico. I primi ad essere utilizzati, i peggiori dal punto di vista della qualità, erano sovente ibridi naturali, derivati cioè da incroci spontanei: il Clinton da Vitis Labrusca x Vitis vinifera, l'Uva fragola che tutti conoscono, o Isabella, da un semenzale dello stesso incrocio allevato e propagato da Isabelle Gibbs. Ma quale consumo viene fatto di questi vini, che sono fortemente aromatici e non facilmente abbinabili? La risposta è: sono i tipici protagonisti della "merenda delle cinque" e vengono accompagnati solitamente con il cosiddetto "Pan Biscotto", una pagnotta di pane passata in forno per lungo tempo e che viene sbriciolata e inzuppata nel vino. Il Pan Biscotto una volta si faceva in casa, perché si metteva il pane ormai non più buono da mangiare nella stufa che serviva per riscaldamento domestico, e questo si tostava lentamente; ora sarebbe poco conveniente farlo nel forno delle nostre cucine e perciò lo si trova già fatto nei panifici. Assaggiamo per primo il Clintòn, ottenuto da uve omonime. Il colore è rubino piuttosto carico con sfumature violacee; nei profumi, dolci, domina la fragola, ma sono presenti anche spiccati toni vegetali, e nel sottofondo accenni di frutta di bosco nera. In bocca il vino è molto diverso: è di corpo medio ed è dominato da note asprigne. Sul Fragolino c'è subito un equivoco da dissipare: non è lo stesso Fragolino, abbastanza diffuso, che si trova imbottigliato e che è un vino aromatizzato al gusto di fragola. Questo è l'autentico, ottenuto da uva fragola, ed alla rimozione del tappo ci riserva una sorpresa: un'autentica fontana si sprigiona dalla bottiglia. Il vino è infatti effervescente, ed è stato mosso durante il trasporto. Si presenta di colore rubino non troppo carico, un po' opaco; al naso è dominato da profumi di fragola matura che inizialmente sono sporcati da note sulfuree. Dopo qualche minuto la situazione migliora, e in bocca si esprime dolce, rotondo, molto godibile.