La mattina, appena svegli, mettete l'indice e il medio della mano sul polso dell'altro braccio, rivolto verso l'alto. E, solo per trenta secondi, cercate di percepire i segnali che il cuore vi manda. Magari ripetete questa operazione anche nel pomeriggio. Tutte le pulsazioni dovrebbero essere uguali: se percepite che cambiano di intensita' e non sono regolari, o comunque se vi accorgete che si superano i cento battiti al minuto (basta moltiplicare per due il numero ottenuto), parlatene con il vostro medico. E' questa la semplice raccomandazione che viene da A.L.F.A (Associazione Lotta alla Fibrillazione Atriale) in occasione della giornata nazionale di sensibilizzazione sulla Fibrillazione Atriale: un messaggio di salute e prevenzione che sara' diffuso il 2 ottobre in 10 piazze italiane in contemporanea. Le citta' che hanno aderito all'iniziativa sono: Ancona, Bari, Bologna, Catania, Bergamo, Milano, Firenze, Napoli, Roma, Venezia. Per l'occasione, nella maggior parte di queste citta' sara' allestito un gazebo nelle piazze italiane e i cittadini avranno la possibilita' di ricevere materiali informativi sulla patologia, per le altre il materiale verra' distribuito in ospedale e nei reparti di cardiologia. Nata per sensibilizzare e informare le persone sulla fibrillazione atriale e i rischi che comporta, la Campagna STOP FA coinvolge anche le istituzioni, avendo richiesto ed ottenuto i Patrocini dalle Regioni, Provincie e Comuni dove si svolge la Giornata di sensibilizzazione, oltre a favorire una corretta interazione tra medico di medicina generale e paziente. A questo scopo, e' gia' attivo il sito web www.stopfa.org che offre agli utenti informazioni utili sulla prevenzione, sulla diagnosi e sul trattamento della patologia. Tra i 120.000 italiani che ogni anno scoprono di avere questa patologia, che costa circa tre miliardi di euro al sistema sanitario, molti non sanno che il cuore batte in maniera anomala. "Una persona su cento nel nostro Paese soffre di fibrillazione atriale, ma molti non sanno di essere malati e spesso non si conoscono i rischi per il cervello legati a questa anomalia - spiega Antonio Raviele, Direttore del Dipartimento Malattie Cardiovascolari e Presidente di A.L.F.A. e Direttore della Cardiologia dell'Ospedale dell'Angelo di Mestre -. Per questo abbiamo creato uno slogan semplice e impressivo: "ascolta il tuo cuore, proteggi il tuo cervello. E' sufficiente, infatti, misurare le pulsazioni regolarmente per scoprire se i battiti sono irregolari o accelerati e, se questo avviene, rivolgersi al medico. Ancor piu' importante - conclude Raviele - e' monitorare le pulsazioni in caso di palpitazioni, affanno e stanchezza immotivata".
27 settembre 2011
16 settembre 2011
Ha vissuto col cuore artificiale 1300 giorni Ora ha nel petto uno naturale trapiantato

VENEZIA – Per 1.300 giorni ha vissuto con un cuore artificiale totale e se quella macchina l’ha tenuto in vita, segnando un record mondiale, altrettanto hanno fatto i chirurghi che, con 14 ore di intervento, ora hanno messo nel suo petto un nuovo cuore naturale. Protagonisti della vicenda sono un uomo di 57 anni, residente in Veneto, e il Cardiowest, un cuore artificiale che dal 2004 salva vite in tutto il mondo sostituendo il cuore naturale, in attesa che per il paziente ci sia una donazione disponibile. L’intervento è stato eseguito venerdì notte dal professore Gino Gerosa, direttore della Cardiochirurgia dell’Azienda Ospedaliera-Università di Padova con la sua equipe, ma è stato reso noto oggi quando il decorso posto operatorio si è dimostrato completamente positivo.
Il paziente viveva con il Cardiowest dal 2007 ed era in lista d’attesa da anni per ricevere un nuovo organo quando, venerdì scorso alle 18, il Nord Italia Transplant ha segnalato la disponibilità di un cuore con le caratteristiche idonee. Immediatamente i cardiochirurghi padovani sono intervenuti con due equipe e mentre una procedeva all’espianto dell’organo dal donatore, l’altra preparava il paziente per il delicato intervento.
L’operazione avvenuta durante la notte – come ha riferito oggi Gerosa – è stata di particolare complessità perchè ha riguardato la rimozione nel paziente ricevente del cuore artificiale con le parti meccaniche che ormai si erano integrate con i tessuti umani. Inoltre l’uomo aveva subito negli anni diversi interventi cardiochirurgici per la sostituzione della valvola aortica e dell’aorta ascendente e quindi presentava diverse problematiche. «C’è il record per la macchina – rileva il prof. Gerosa – ma a noi piace parlare di record degli uomini».
«Si è trattato – sottolinea – di un intervento tecnicamente molto complesso ed è questo, oltre che la salute del paziente, che ci rende soddisfatti». «Un intervento – conclude Gerosa – che dimostra come la sanità in Italia e in Veneto può essere di tutta eccellenza». Il paziente è già estubato, è sveglio e vigile; ha potuto sentire il suo cuore e anche vedere l’elettrocardiogramma con le oscillazioni delle pulsazioni.
Ai medici appena sveglio ha detto «ora ho un cuore vero, grazie per avermelo donato». Per il Cardiowest, invece, si prepara un futuro in laboratorio, dove il suo record sarà oggetto di studio.
18 luglio 2011
Ponte al trapianto di cuore attraverso LVAD, quale impatto sugli outcome?

Fino a non molto tempo fa si riteneva che il traghettamento al trapianto di cuore attraverso dispositivi di assistenza ventricolare sinistra (LVADs) comportasse un più alto tasso di mortalità post trapianto.
Un recente studio, presentato su The Journal of Heart and Lung Transplantation, si propone di rivedere l’argomento alla luce dei dati più recenti e analizza l’impatto dell’utilizzo del LVAD sugli outcome di sopravvivenza.
Il dispositivi LVAD si dividono in due tipologie. A flusso continuo, formati cioè da una pompa collegata al cuore via una cannula di affluenza e all’aorta con una cannula d’uscita, di una linea di trasmissione esterna che collega il motore all’interno del dispositivo, e di un sistema di controllo. La generazione di un flusso ematico continuo è un modo non fisiologico, ma elimina la necessità di valvole o di camere di riempimento. Nel caso di LVAD a flusso pulsante, invece, a ogni eiezione, le pompe pulsanti convogliano un volume sistolico, producendo un polso pressorio che imita sistole e diastole del cuore nativo. I presidi pulsanti funzionano senza sincronizzare la fase con le contrazioni del cuore nativo, ma possono catturare l’intera portata cardiaca e spesso operano con gettata sistolica fissa e frequenza dei battiti variabile.
Lo studio, condotto presso la divisione di Cardiologia dell’Università dell’Utah, ha preso in esame 8.557 pazienti selezionati dal registro dell’International Society for Heart and Lung Transplantation. Gli autori hanno esaminato gli outcome post trapianto di 1100 pazienti traghettati al trapianto attraverso LVAD a flusso pulsante tra gennaio 2000 e giugno 2004 (primo periodo di osservazione), 880 pazienti traghettati al trapianto attraverso LVAD a flusso pulsante tra giugno 2004 e maggio 2008 (secondo periodo di osservazione) e 417 pazienti con terapia ponte effettuata, però, con VAD a flusso continuo nel secondo periodo.
I pazienti che necessitavano di inotropi a livello venoso (n = 2.728) ma non di supporto LVAD e quelli per i quali, invece, non si faceva ricorso né a inotropi né a VAD (n = 3.432) venivano utilizzati come gruppi di controllo.
I risultati dello studio evidenziavano, nei pazienti traghettati al trapianto attraverso LVAD a flusso pulsante, un significativo incremento della sopravvivenza tra il primo e il secondo periodo di osservazione (p= 0,03).
Nel secondo periodo non si riscontravano, invece, importanti differenze nella sopravvivenza post trapianto tra i pazienti assistiti con LVAD a flusso pulsante e quelli traghettati con tecnica a flusso continuo (p = 0,26). I tassi di sopravvivenza nei 2 gruppi, inoltre, non erano statisticamente differenti da quelli riscontrati nei gruppi di controllo. Anche le percentuali di rigetto del graft erano similari tra i gruppi con LVAD e senza LVAD.
Attualmente l’utilizzo della tecnica LVAD, sia a flusso pulsante sia a flusso continuo, non sembra condurre a un più alto tasso di mortalità, concludono i ricercatori, e si tratta indubbiamente di un dato importante visto il crescente ricorso a tale metodologia ponte.
Bibliografia. Nativi JN, Drakos SG, Kucheryavaya AY, et al. Changing outcomes in patients bridged to heart transplantation with continuous- versus pulsatile-flow ventricular assist devices: an analysis of the registry of the International Society for Heart and Lung Transplantation. J Heart Lung Transplant. 2011; ePub: May 13.
28 giugno 2011
Fattori psicologici nel trapianto di cuore. Uno studio. Una riflessione
Si apprende dal sito del Centro Nazionale Trapianti che uno studio, realizzato presso l'Ospedale Sant'Orsola di Bologna, ha dimostrato una correlazione tra lo scarso adattamento psicologico alla condizione di trapiantato di cuore e l'accresciuto rischio di eventi avversi.
Attraverso interviste strutturate, è stato valutato lo stato di salute mentale e di benessere psicologico di 95 pazienti trapiantatati di cuore, integrando poi i risultati con le condizioni socio- demografiche, con la presenza di altre patologie e del numero di farmaci prescritti.
Lo studio, pubblicato su Transplantation, ha quindi evidenziato che esiste una correlazione significativa tra lo stato psichico e le condizioni di salute dopo il trapianto. La notizia, in verità, non desta alcuno stupore.
Mente e corpo non sono due entità distinte, ma sono aspetti diversi di un tutt'uno in costante interazione tra di loro. Un problema organico inevitabilmente influenza la sfera mentale.
E allo stesso modo quindi, uno stato di continua tensione psichica può determinare alterazioni funzionali nel corpo che, a lungo andare, possono dare origine a patologie organiche. E' inevitabile che una malattia importante abbia delle ripercussioni psicologiche. Perché mina le proprie sicurezze di base e induce sentimenti di tristezza, rabbia, ansia. Sentimenti che non vanno sottovalutati, anzi occorre prestare loro attenzione allo stesso modo in cui si seguono i parametri clinici.
Spesso infatti si sente dire: è solo un problema psicologico... quasi a minimizzare... senza considerare che, non solo, un problema psicologico porta la stessa sofferenza, se non maggiore, di un problema fisico, ma che può dare origine ad alterazioni funzionali che, a lungo andare, possono trasformarsi in lesione organica. proposito quindi della ricerca in oggetto, mi auguro che tali risultati possano comunque indurre ad una maggiore considerazione del vissuto del paziente, considerandolo nella propria unità psicofisica, e attuando quindi una serie di interventi che prevedano il sostegno psicologico.
Perché il problema non è tanto comprendere la correlazione che esiste tra trapianto, stato ansioso-depressivo e problematiche cliniche. Ma è riuscire a sostenere psicologicamente il trapiantato fornendogli questi strumenti idonei a consentirgli di trovare in sé nuove risorse, motivazioni e significati del proprio percorso. Un lavoro che in verità, dovrebbero fare un po' tutti, sani e malati, ma che in presenza di una grave malattia, e in particolare di un trapianto, diviene indispensabile.
09 giugno 2011
LE STAMINALI CARDIACHE RISVEGLIATE RIPARANO IL CUORE

Il cuore dopo un infarto si puo' autoriparare con una piccola 'spinta molecolare' che sveglia cellule dormienti presenti al suo interno. Attivando una riserva di cellule staminali dormienti presenti nello strato piu' esterno (epicardio) del cuore, queste possono trasformarsi in cellule cardiache. Il loro 'risveglio' puo' essere indotto somministrnado una proteina, la timosina beta-4, gia' nota per le sue proprieta' salvacuore. Lo dimostra uno studio condotto su animali i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature da Paul Riley della University College London. Si profila quindi la possibilita' di una terapia cellulare post-infarto semplice, o anche, spiega Riley, di una terapia ''preventiva'' a base di timosina per preparare il cuore a ripararsi in caso di infarto. La timosina beta-4 e' una molecola scoperta meno di dieci anni fa che da subito ha dimostrato grandi potenzialita' nella terapia post-infarto. Da alcuni anni ricercatori di tutto il mondo stanno testando con varie modalita' la terapia cellulare ripara-cuore. Si tratta cioe' di indurre la riparazione del cuore infartuato con cellule staminali indotte a divenire cellule cardiache. Gli esperti britannici hanno tentato una strada che, se si rivelasse corretta, sarebbe molto semplice da praticare: si usa la timosina beta-4 per svegliare staminali dormienti che risiedono nell'epicardio e che sono ancora capaci di trasformarsi in cadiomiociti. Gli esperti hanno testato con successo la tecnica su topolini cui hanno indotto l'infarto.
26 maggio 2011
Cuori in provetta dalle cellule staminali: presto si avranno degli organi antirigetto da trapiantare
ROMA – Potrebbero mancare poche settimane al primo battito di un cuore umano fatto crescere a partire da cellule staminali di un paziente. Lo hanno affermato i ricercatori dell’università del Minnesota, secondo cui entro pochi anni potrebbe essere possibile far crescere interi organi adatti ai trapianti.
La tecnica ideata dagli esperti statunitensi, presentata al meeting dell’American College of Cardiology in corso a New Orleans, consiste nel prendere il cuore da una persona morta ‘lavandone via’ tutte le cellule e lasciando solo la struttura in collagene che le sostengono. A questo punto si iniettano nello ‘scheletro’ del cuore milioni di cellule staminali prelevate dal paziente, e lo si mette in un ambiente adatto alla crescita.
I ricercatori guidati da Doris Taylor hanno notato che le staminali ‘riconoscono’ la struttura e cominciano a differenziarsi nei vari tessuti: “I cuori che stiamo ‘coltivando’ stanno crescendo bene, e ci aspettiamo i primi battiti nelle prossime settimane – spiega l’esperta – ci sono ancora diversi ostacoli da superare prima di avere un organo pienamente funzionante, ma credo che un giorno sarà possibile costruire un organo intero pronto per il trapianto”. L’uso dei cuori ‘fatti in laboratorio’, aggiunge l’esperta, risolverebbe molti problemi legati ai trapianti attuali, primo tra tutti il rischio di rigetto, che sarebbe limitato dal fatto che si usano cellule dello stesso paziente.