02 marzo 2012

Mitico Clinton

Chi non ha mai sentito parlare del Clinton, dell'Uva fragola o del vino Fragolino? Per molti di noi, soprattutto se residenti nel Nord-Italia, l'aroma particolare dell'Uva americana evoca ricordi di fine estate, sapori di orti e giardini famigliari, dove non ne mancava mai qualche vite allevata a pergola, a formare lussureggianti topie, generose di ombra nel sole estivo. Tutti sanno che queste viti, resistenti a molti parassiti e la cui origine è in qualche modo collegata al Nuovo Mondo, in Italia non possono essere utilizzate per la produzione di vino commerciale, poiché una legge che risale ai primi decenni del 1900 ne vieta espressamente l'uso in nome della tutela della qualità. Questi hanno cominciato ad essere ottenuti ed utilizzati dopo la seconda metà del 1800 con la diffusione in Europa dei parassiti di origine nord-americana nei confronti dei quali, in misura più o meno estesa, mostravano tolleranza. Erano rustici e particolarmente fertili, ma conferivano il ben noto sapore volpino al vino, che risultava inoltre scarsamente alcolico, poco stabile nel colore, talora più ricco di alcol metilico. I primi ad essere utilizzati, i peggiori dal punto di vista della qualità, erano sovente ibridi naturali, derivati cioè da incroci spontanei: il Clinton da Vitis Labrusca x Vitis vinifera, l'Uva fragola che tutti conoscono, o Isabella, da un semenzale dello stesso incrocio allevato e propagato da Isabelle Gibbs. Ma quale consumo viene fatto di questi vini, che sono fortemente aromatici e non facilmente abbinabili? La risposta è: sono i tipici protagonisti della "merenda delle cinque" e vengono accompagnati solitamente con il cosiddetto "Pan Biscotto", una pagnotta di pane passata in forno per lungo tempo e che viene sbriciolata e inzuppata nel vino. Il Pan Biscotto una volta si faceva in casa, perché si metteva il pane ormai non più buono da mangiare nella stufa che serviva per riscaldamento domestico, e questo si tostava lentamente; ora sarebbe poco conveniente farlo nel forno delle nostre cucine e perciò lo si trova già fatto nei panifici. Assaggiamo per primo il Clintòn, ottenuto da uve omonime. Il colore è rubino piuttosto carico con sfumature violacee; nei profumi, dolci, domina la fragola, ma sono presenti anche spiccati toni vegetali, e nel sottofondo accenni di frutta di bosco nera. In bocca il vino è molto diverso: è di corpo medio ed è dominato da note asprigne. Sul Fragolino c'è subito un equivoco da dissipare: non è lo stesso Fragolino, abbastanza diffuso, che si trova imbottigliato e che è un vino aromatizzato al gusto di fragola. Questo è l'autentico, ottenuto da uva fragola, ed alla rimozione del tappo ci riserva una sorpresa: un'autentica fontana si sprigiona dalla bottiglia. Il vino è infatti effervescente, ed è stato mosso durante il trasporto. Si presenta di colore rubino non troppo carico, un po' opaco; al naso è dominato da profumi di fragola matura che inizialmente sono sporcati da note sulfuree. Dopo qualche minuto la situazione migliora, e in bocca si esprime dolce, rotondo, molto godibile.

05 dicembre 2011

"UN PAESE DI PIANURA" di Botti Gabriele







Le storie raccolte in questo libro sono solo un tentativo per non lasciare scappare dei ricordi che, altrimenti, difficilmente potrebbero sopravvivere.
Sono le cronache romanzate di piccoli fatti accaduti tanto tempo fa, che magari riusciranno a fare un po’sorridere, oppure ad immalinconire, chi li leggerà.
Il tentativo di ricostruire ciò che allora potevano sembrare, agli occhi di un bambino, per quei tempi, avvenimenti eccezionali mentre ora risultano solo piccole storie e il tempo passato è talmente tanto che, vista la fatica che ho fatto per cercare di ricostruirle, ormai nessuno le ricorda più.
Sono racconti fanno parte di un bagaglio di ricordi legati ad un momento particolare della vita. Il tempo in cui avveniva la trasformazione del pargolo in discolo, non più l'asilo infantile, con la mamma come unico punto di riferimento ma la scuola elementare, la bicicletta e tanta voglia di vita, per viaggiare a ruota libera.
Il ricavato dalle vendite è destinato all'Associazione Trapiantati di Cuore S.Orsola-Malpighi onlus, per il completamento della realizzazione della casa di accoglienza per trapiantati "TETTOAMICO", all'interno del Policlinico S.Orsola di Bologna
In catalogo, ordinabile nelle librerie, Edizioni BookSprint, Euro 14,20

22 novembre 2011

Un cuore artificiale controllabile via Internet Impiantato per la prima volta in Italia in provincia di Milano

Eccezionale intervento all’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano (Milano). Un cuore artificiale di nuova generazione, controllabile via Internet, è stato impiantato per la prima volta in Italia.

Il sistema permette di monitorare, in tempo reale e a distanza, le condizioni del paziente e il funzionamento della pompa che supporta il cuore malato.

L’intervento è stato eseguito da un’èquipe diretta da Ettore Vitali, responsabile del Dipartimento Cardiovascolare. Il paziente, un uomo di Novara di 65 anni, ha eseguito una visita di controllo in questi giorni: sta bene ed è tornato a casa, alle sue normali attività.

La consolle di cui è dotato questo “cuore artificiale” (più correttamente Vad, Ventricular assist device) permette al paziente di collegarsi a un computer per scaricare i dati e trasmetterli via Internet. «Ciò consente il monitoraggio medico a distanza – spiega Vitali – Permette infatti agli specialisti di visualizzare in tempo reale lo stato di salute del paziente rilevando parametri della pompa, monitorando il flusso sanguigno, la potenza utilizzata e la velocità della turbina».

Il cuore artificiale è piccolo e leggero (pesa poco più di 100 grammi), tanto da stare comodamente in una mano. La pompa, che viene impiantata all’apice del ventricolo sinistro (sottoposto al carico maggiore perché distribuisce il sangue a tutto l’organismo, mentre il destro rifornisce solo i polmoni) e lo svuota reimmettendo il sangue nell’aorta, è la parte principale di un sistema che comprende un cavo di collegamento con l’esterno, le batterie e una consolle che funge anche da caricatore per le batterie.

L’apparecchio supporta il cuore malato ripristinando le normali condizioni emodinamiche e il corretto afflusso di sangue agli organi periferici. E «rappresenta una speranza in più per i pazienti affetti da scompenso cardiaco. Non solo un ponte verso il trapianto, ma una soluzione in grado di garantire un’ottima qualità di vita».

Finora questo cuore artificiale dotato di telemetria è stato impiantato in 18 pazienti in tutto il mondo, arruolati in un trial clinico avviato presso i centri cardiochirurgici di Berlino e Bruxelles. Humanitas è il primo ospedale italiano ad entrare nel trial. Il paziente operato ha alle spalle una storia clinica complessa: un severo peggioramento dello scompenso cardiaco avrebbe reso necessario un trapianto di cuore, impedito dalla presenza di un tumore.

«L’impianto del Vad – spiega Vitali – era l’unica soluzione per permettere al paziente di recuperare le forze dopo lungo periodo di scompenso cardiaco e uno stato di salute tale da permettere un successivo trattamento del tumore».

È già allo studio un’ulteriore evoluzione di questo dispositivo. «Presto – conclude – sarà disponibile una nuova consolle, munita di una Sim: trasmetterà i dati in continuo senza avere bisogno, come adesso, della base. E sarà sempre in comunicazione ovunque sia presente una rete cellulare».

VIDEO:http://multimedia.lastampa.it/multimedia/ovo/lstp/96

14 ottobre 2011

Addio a Wilson Greatbatch,il papà del pacemaker


Fu inventato per sbaglio, e all'inzio era grande come un armadio: ci volle diverso tempo per far diventare il primo pacemaker grande come la mano di un bambino, piccolo a sufficienza per essere impiantato nel petto di un adulto. L'inventore del pacemaker, l'ingegnere Wilson Greatbatch, è morto il 27 settembre a Buffalo, nello stato di New York, dove era nato il 6 settembre di 92 anni fa. Le cause della morte non sono state rese note, ma il genero Larry Maciariello ha spiegato che la sua salute era già da tempo «precaria».

Studioso instancabile - Ingegnere instancabile - all'attivo aveva più di 150 brevetti - Greatbatch iniziò a interessarsi all'elettronica da giovane, durante l'impiego in una radio amatoriale. Dopo essersi laureato in ingegneria iniziò a studiare la relazione tra cuore e sistema elettrico: e, tra un connessione a «onde corte» e l'altra, un giorno installò un resistore con una resistenza sbagliata, scoprendo che gli impulsi ricavati, seppure non aveano nulla a che fare con quelli che avrebbe voluto stimolare, erano identici a quelli del battito del cuore. E così nacque il primo pacemaker: per puro caso.

Il «piccolo» inconveniente - L'unico inconveniente? Tutto l'apparato elettrico era grande più o meno quanto un armadio, ed era quindo molto distante dall'essere impiantabile. Dopo mesi di lavoro per la riduzione delle dimensioni del dispositivo e diversi esperimenti sugli animali, nel 1960 il pacemaker era pronto per essere impiantato nell'uomo: il primo fu Henry Hennafeld, di 77 anni, che dopo l'intervento sopravvisse per 18 mesi. Il brevetto del pacemaker impiantabile fu registrato il 22 luglio dello stesso anno. E nel 1983 è stato nominato dalla National Society of Professional Engineers uno dei 10 contributi di ingegneria più importanti per la società degli ultimi 50 anni.

Oltre il pacemaker - Il dispositivo che oggi fa battere i cuori di milioni di pazienti gli è valso diversi premi: tra gli ultimi il Lemelson-MIT Prize nel 1996, ricevuto all'età di 77 anni. Ma la sua personalità eclettica gli permise di spaziare in diversi ambiti della scienza: negli ultimi anni lavorò a possibili cure per l'Aids, e propose alla nuova generazione di studiosi di sviluppare la fusione nucleare utilizzando un tipo di elio trovato sulla luna. Prima di morire ha avuto anche modo di lanciare una previsione sul futuro delle risorse energetiche del pianeta: i combustibili fossili non dureranno oltre il 2050. Sposato con Eleanor per oltre 60 anni, Greatbatch lascia 5 figli.