I mandurlin! Quei dolci che solo li!
Il paese, quel
paese, si trovava poco distante dal suo luogo d'origine, le
devastazioni dell'ultima guerra avevano indotto a creare un nuovo
borgo, piuttosto che ricostruire sulle macerie ma era, come da sempre
adagiato, come un gatto sornione, in quella vasta distesa piatta dove
confluivano le correnti che, discendendo dalle montagne, si
mischiavano con i venti in arrivo dal mare.
Il borgo negli anni
si era esteso riappropriandosi di parte degli antichi quartieri a
ridosso dell'argine del grande fiume e lì, in quella zolla di terra
grassa e umida, se ne stava immerso in quel crocevia di umori e
influenzato da fenomeni difficilmente riscontrabili altrove dove, nel
caldo afoso delle estati e nella nebbia gelida degli inverni,
assisteva imperterrito al ripetersi del miracoloso fenomeno della
vita.
Quel paese era né
più, né meno, simile a tutti i paesi della pianura, abitato da
diverse centinaia di anime diverse, fatto e compiuto con tutto ciò
che di solito si trova nei paesi di pianura.
Nel paese, il
dottore, insieme al parroco, al notaio e al maresciallo dei
carabinieri, era un'istituzione, una figura romantica, amata e
rispettata.
Il dottor Arbaltini
era il “medico condotto” e prestava assistenza sanitaria ai
residenti nel territorio comunale, cioè, la Condotta. Di solito lo
si poteva trovare in ambulatorio fino a tarda sera e, sovente, lo si
incrociava in giro per il paese, a passo svelto, con in mano la borsa
di pelle, da dottore.
Per sua abitudine
faceva ogni settimana il giro di quei suoi assistiti che, per età o
stato fisico, riteneva di dover seguire con particolare attenzione,
andando a visitarli al loro domicilio.
Quel giorno, il
dottor Arbaltini, aveva deciso di iniziare il suo giro di visite
andando dalla signora Adelina, la Lina per tutti i paesani e anche
per lui, che aveva avuto modo di visitarla pochi giorni prima per una
distorsione ad un piede e voleva sincerarsi del suo stato.
Ah! La signora
Adelina, la sempre disponibile e onnipresente Lina, lui l’aveva
conosciuta e apprezzata fin da ragazzino, quella gioviale donna
sempre sorridente, ma con quel carattere forte che gli aveva
permesso di superare le dolorose prove alle quali la vita l’aveva
sottoposta.
La casa dell’anziana
signora si trovava un poco oltre le ultime case del paese dopo la
strada che portava al ponte sul fiume.
Al tempo in cui
quella casa era stata costruita, era molto più isolata ma, con il
passare degli anni, il paese aveva continuato a crescere spingendosi
sempre più vicino, con sempre nuove costruzioni,
Ormai avanti negli
anni, l’Adelina, abitava da sola nel grazioso villino che davanti
aveva un giardino alberato e ben tenuto, con le aiuole dove facevano
bella mostra dei rigogliosi e profumati cespugli di rose antiche.
Dietro alla casa,
verso il fiume, c’era l'orto, ben ordinato e suddiviso in parcelle
regolari e costeggiate da piccoli sentieri dove, per l'appunto, pochi
giorni prima l’Angiolina era inciampata e quasi caduta, mentre
raccoglieva le verdure, procurandosi quella distorsione.
Il dottor Arbaltini,
dunque, aveva fermato l’auto proprio di fronte al cancelletto del
villino che trovò aperto, sembrava che lo stessero aspettando, ed
entrò richiudendolo alle sue spalle. Il piccolo vialetto lastricato
portava fin davanti all’ingresso della casa e anche il portoncino
d’ingresso era aperto, appena accostato, segno che era proprio
atteso.-
- Con permesso! Sono
il dottore, Adelina. È in casa Lina?-
- Si dottore! Entra
pure . . . sono qui, in cucina.-
- Buongiorno Lina,
ma . . . cosa sta facendo in cucina? Perché è in piedi?-
- Beh! dottore, il
piede non mi fa più tanto male e poi non riesco a stare ferma con le
mani in mano.-
- Io mi ero
raccomandato che rimanesse a letto, sa bene che non deve gravare sul
quel piede.-
- Hai ragione
dottore, e mi scuso tanto, ma giuro che appena avrò finito di
preparare l’impasto dei mandurlin tornerò a letto fino a
mezzogiorno, a riposare. Oh, sì! Riposeremo tutti e due: io e
l’impasto, giusto il tempo che ci vuole per preparare me a formare
i biscotti e il forno ad accoglierli.-
- Ah! Lina, le avevo
prescritto per qualche giorno il riposo assoluto e mi ero
raccomandato che se ne stesse a letto o in poltrona e invece? La
trovo a impastare dolci!-
- Eh! Dottore, dici
bene tu di stare a letto, ma io non ci riesco a stare ferma e poi
devo assolutamente fare l’impasto per i mandurlin perché la
fortuna ha voluto che riuscissi a trovare delle mandorle amare e
dolci, fresche e di buona qualità Ferragnes, proprio come quelle che
arrivavano dal Piemonte ai tempi di quando il paese era un porto
dello Stato Pontificio, quelle giuste per fare i mandurlin.-
- Ma Lina, ho
chiesto apposta alla Rosetta di venire a darle una mano per qualsiasi
bisogno, che mi ha assicurato che sarebbe passata ogni giorno per
aiutarla.-
- E per questo
ringrazio te e la Rosetta, che è una giovane, tanto cara e premurosa
e che viene tutti i giorni e oggi mi ha anche portato le uova
fresche, così ho potuto montare a neve gli albumi e unirvi quelle
buonissime mandorle e adesso, guarda qui! Guarda che meraviglia di
impasto, sembra una nuvola nel cielo di aprile!-
-Insomma Lina, si
renda conto che per lei non è uno sforzo da poco restare in piedi a
impastare uova e mandorle.-
- Ma che sforzo,
dai! E ritengo che sia possibile fare entrambe le cose senza fare
sforzi né fare danni.-
- Ha! Va bene! E a
me non resta che prendere atto della sua decisione e starmene buono e
zitto, d'altronde col tempo ho imparato che quando una persona
anziana sostiene che qualcosa è possibile ha quasi certamente
ragione, per contro quando sostiene che qualcosa è impossibile molto
probabilmente ha torto. Dunque non potendo fare niente per farle
cambiare idea, continui pure nel suo lavoro.-
- Ma che lavoro, per
me è un piacere e comunque, i mandurlin dell’Adelina, se permetti,
li fa la Lina; cioè io e ricordati che al Ponte siamo rimasti in
pochi a preparare questi dolcetti unici che, spero tu lo sappia,
hanno una storia che viene da molto lontano. Pensa che storia
eccezionale si portano dietro questi dolci, tanto semplici quanto
buoni, forse creati in occasione dell’arrivo di un Papa.-
- Lo so! Conosco la
storia, Lina, so bene che, secondo la tradizione, sarebbero stati
proposti in occasione della storica visita di Papa Pio IX nel 1857
che, arrivato via fiume, se li gustò nel passeggiare sotto la via
Coperta, il lungo porticato che serviva da magazzino per le merci del
Porto Franco dello Stato Pontificio. -
- Già si racconta
proprio così e tu, caro il mio dottore, che sei nato e cresciuto
qui, saprai bene che la via Coperta venne costruita nel 1647 e con i
suoi centodieci metri di lunghezza univa il porto al centro del
paese. -
-Lo so, lo so Lina,
il mio babbo mi raccontava che prima di essere distrutta dai
bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, rappresentava il cuore
commerciale di questo paese che allora si sviluppava tutto lungo la
sponda del fiume.-
- Proprio così!
caro il mio dottore e pensare che questi magnifici dolci non sono il
risultato di elaborazioni dei pasticceri, sono in realtà il frutto
della fantasia e del senso del risparmio di un giovane lavorante
della pasticceria, che pensò di utilizzare gli albumi d'uovo
rimasti per creare questi dolcetti e gli ingredienti indicati nella
antica ricetta sono quelli ancora usati qui in paese: “zucchero
bianco fine, mandorle dolci e amare, chiare d’uovo”.
-Certo Lina, lo so
bene, come lo sanno tutti i paesani di qualsiasi età che, come
dicono spesso, “se non sono così, non sono questi dolci qui”.
Nel 1755 lo imparò anche il signor Carlo Goldoni che, sbarcato al
porto, provenendo dalla Repubblica Serenissima, alla dogana del Lago
Scuro non dichiarò la sua “. . . provvisioncella di cioccolato
e di caffè.” che non gli venne confiscata perché già famoso
e per le lodi che non risparmiò ai dolci squisiti che gli offrirono
al caffè della via Coperta che stava a fianco del dazio.-
- E già, che
storia, che passato. Sai dottore, che cosa mi raccontava la mia
nonna?-
-Mo fiss-ciula Lina!
. . . Scusi, volevo dire Accidenti Lina! Ci mancava anche la nonna, e
dal momento che tutto serve per non parlare del suo piede, mi
racconti pure dei ricordi della nonna.-
-Allora, la mia
nonna materna mi raccontava che quando era un ragazzina, alla
domenica dopo la messa, i genitori la portavano nel caffè
pasticceria che c'era sotto alla via Coperta, dove si potevano
gustare i famosi mandurlin. Era la rinomata caffetteria Apollo del
Ferraguti che, sulla sua tomba in certosa volle inciso “ il re
della secolare specialità mandorlini”. La
caffetteria, oltretutto, stava vicino alla bottega del
barbiere, conosciutissima per via del fatto che la barba ai signori
la faceva una barbiera, fatto più unico che raro per quei tempi.
-Non divaghi Lina,
già siamo passati dal piede, ai mandurlin e alla nonna, se adesso mi
comincia ad elencare le botteghe che stavano sotto alla via coperta
non ne veniamo più fuori.-
-Va bene, va bene!
Allora, la nonna . . . ha! Ecco, capita che una volta, entrando nella
pasticceria, vide un signore giovane ed elegante che, seduto ad un
tavolino, scriveva su un quaderno mentre assaporava i dolcetti di
mandorle. Lei curiosa si avvicinò e lui sorridendo le lesse alcune
righe di ciò che stava scrivendo. La nonna non se le era più
scordate quelle belle parole e me le ripeteva spesso, e dicevano “Io
sono innamorato di tutte le signore, che mangiano le paste, nelle
caffetterie.”-
- Detto questo cara
Lina, adesso che abbiamo rievocato la storia patria e i ricordi
d'infanzia, vogliamo tornare a interessarci della sua salute?-
- Ma che bravo il
mio dottore! Che, oltre a prendersi cura dei suoi paesani, non
trascura la storia e le tradizioni della sua terra d’origine.-
- E lei non deve
trascurare se stessa e ricordarsi che, alla sua età e con i suoi
problemi, non ultimo quel malanno al piede, deve rallentare un poco,
così avrà davanti più tempo per fare molto altro ancora.-
- Ma va là dottore!
Che arrivata a questa età, tutto quello che dovevo fare, l’ho
fatto e in quel po’ di tempo che il buon Dio mi regala ancora,
faccio quello che voglio, quando ne ho voglia e a modo mio, come del
resto, ho sempre fatto. Non è facile cambiare vita dopo averla
passata così, per una vita intera e poi, devo insegnare alla
Rosaura, che è giovane e volenterosa, a fare i mandurlin, mica ci si
può permettere di perdere le tradizioni di questo paese. I mandurlin
del ponte si fanno, a Ponte, da più di 150 anni e vorrei che si
continuasse a farli per molto tempo ancora.-
- Ah! Che lei faccia
quel che vuole non lo metto in dubbio, ma quel piede è ancora un po’
gonfio e per guarire bene deve stare a riposo e ora, se permette,
voglio proprio vederlo.-
- Ma stai tranquillo
dottore, che i mandurlin li faccio con le mani, per cui al mio piede
non rimane niente da dire e non sarà certo una storta presa
nell’orto a farmi stare a letto.-
- Caparbia eh! Non
vorrei mancale di rispetto, ma potrei dire . . . testona.-
- Lo so, non sei il
primo a dirlo e non sarai l’ultimo e adesso siediti e prenditi una
tazza di caffè che è ancora caldo, intanto io finisco di amalgamare
l’impasto e poi ti faccio vedere questo piede a cui tieni così
tanto.-
- Oh, Lina! Se non
le volessi bene come alla mia povera mamma, me ne sarei già andato,
ragionare con lei è impossibile!-.
- Oh, dottore! Se io
non ti volessi bene come a un figlio, ti avrei già mandato a spasso
e comunque stai attento, sono vecchia e mi potrebbe sfuggire il
mattarello dalle mani . . . non so se mi spiego?-
- Ho capito, cara la
mia signora testarda, faccia come vuole, ma se è vero che mi vuole
bene, provi a far qualcosa che accontenti anche il suo dottore.-
- Ma certo che
voglio accontentare il mio dottore, ci mancherebbe! Infatti i
mandurlin li faccio anche per te, che so bene quanto ti piacciono
questi dolcetti.-
- E va bene Lina!
Faccia come vuole, io vado a fare il giro dei miei assistiti, che è
meglio.-
- Ecco, bravo, vai
pure a visitare i tuoi malati, che ti stanno aspettando e so bene
quanto li hai a cuore. Quando avrai finito, ricordati di ripassare
dalla tua paziente testona, che ti vuole un bene dell’anima e che
ti farà trovare i mandurlin appena sfornati, caldi e fragranti.-
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