“UFFICIO
IMPOSTE E TASSE”, stava scritto sulla targa di fianco al portone, e
ispirava un senso di oppressione che aumentava alla vista del luogo
dove era insediato l'ufficio.
L’ufficio
era situato all’ultimo piano dell’ex casa del fascio di passata
memoria, un palazzone cupo e pesante, con quei suoi grandi cornicioni
in pietra scura e comunque, uno dei pochissimi edifici risparmiati
dai bombardamenti della guerra.
Destino
bizzarro il suo, la guerra si era portata via quasi tutte le più
belle e amate architetture che caratterizzavano il paese e aveva
invece risparmiato quella, tanto brutta quanto odiata, quella più
invisa agli abitanti l’unica che, per ciò che era e ciò che
rappresentava, in molti avrebbero voluto vedere rasa al suolo.
L’ufficio
Imposte e Tasse, in pratica, era una sede periferica dell'Ente che
stava in città e pertanto, il personale era talmente ridotto da
limitarsi a due funzionari; nessun capo ufficio, i due erano di pari
grado, avevano le stesse competenze e svolgevano le stesse mansioni,
in pratica si dividevano il poco lavoro che gravava sul
distaccamento.
Il
ragionier Odovilio Ruffantini stava in quell’ufficio da quasi
trent’anni e abitava in paese, dove si era stabilito poco dopo
essere stato trasferito dalla sede principale.
Nella
stanza di fronte a quella del ragionier Ruffantini ci stava il
ragionier Monagotti Valghiero stessa anzianità di servizio e stesse
mansioni del Ruffantini ma assunto in quota invalidi poiché aveva
perso l'uso di un occhio.
I
due erano giunti in quell'ufficio nello stesso periodo ma, se il
ragionier Ruffantini aveva preso fin da subito la residenza nel
paese, insieme alla famiglia, il ragionier Valghiero Monagotti aveva
continuato a risiedere nella città e a fare ogni giorno la spola da
casa al lavoro e ritorno con la corriera di linea.
Il
Monagotti al contrario del Ruffantini non aveva impegni familiari,
non si era mai spostato o, come gli piaceva ripetere, -tra le tante
femmine amate, una che si meritasse il premio di diventare mia moglie
non c’è mai stata.-
I
due colleghi avevano le proprie stanze allo stesso piano e nello
stesso corridoio e si dividevano gli stessi compiti: ognuno
verificava lo stato patrimoniale e fiscale degli abitanti dei paesi
su cui la sede periferica aveva competenza e, nei giorni di
ricevimento del pubblico, si formavano nel corridoio due lunghe file
di persone in attesa di essere ricevute dai due funzionari.
La
coda degli astanti davanti all'ufficio del ragionier Monagotti non
era mai eccessivamente lunga, al contrario di quella delle persone
che aspettavano davanti all’ufficio del ragionier Ruffantini, che
erano sempre molte di più.
Le
due code si differenziavano per gli umori di coloro che le formavano;
chiaramente il recarsi a trattare le tasse da pagare era per chiunque
un compito gravoso, ma non poi così tanto per chi andava dal
ragionier Ruffantini, a sentire i discorsi abbastanza gioviali e
dalle facce preoccupate, ma non avvilite.
Ben
altra impressione facevano le facce di coloro che dovevano affrontare
il ragionier Monagotti, che erano scure e contrite e, oltre a
sommessi commenti che uscivano a monosillabi, per il resto del tempo
regnava un silenzio tombale.
Entrare
nell'ufficio del Monagotti era come passare per l’anticamera
dell'inferno, una vera e propria stanza degli interrogatori e lui,
”grandine”, come lo avevano soprannominato gli agricoltori
paragonandolo alla peggiore delle disgrazie che poteva capitare in
campagna, era rigido e intrattabile mentre distribuiva multe e
sovrattasse, trattando i poveri malcapitati contribuenti come tanti
delinquenti .
Il
ragionier Ruffantini invece era disponibile ed elastico, infatti l'
Odovilio, per come era conosciuto in paese, era visto dai più come
un amico, un riferimento a cui rivolgersi in caso di necessità.
l’Odovilio,
era sempre pronto a prestarsi per dare una mano in ogni circostanza e
anche nelle pratiche dell’ufficio trovava sempre una via amichevole
per portare il giusto all’erario e non pesare troppo sui
contribuenti.
Quasi
trent’anni di lavoro trascorsi con Valghiero, eh si! Forse aveva
passato più tempo con lui che con la famiglia e se con la moglie
c’erano scappati dei bisticci o delle arrabbiature, con il collega
non c'era mai stato un diverbio.
Non
erano certo mancate occasioni di confronto o divergenze, ma era
sempre prevalso il buon senso, la calma, la condiscendenza, insomma
tra i due colleghi c'era sempre stato un rapporto quasi idilliaco.
Una
mattina, mentre stava esaminando una pratica che gli dava dei
grattacapi, Odovilio ebbe la sensazione che qualcuno lo stesse
osservando, si alzò dalla scrivania, fece un giro per l’ufficio
guardandosi intorno con un senso di disagio. Si grattò la testa,
chiuse un occhio e si rimise a sedere.
–Sarà
la colazione di questa mattina che non ho ben digerito. -Tornò a
consultare la pratica ma di malavoglia, c’era qualcosa che non
andava e non riusciva a capire cosa, fu in quel momento che senti
quella voce.
-Buongiorno
Odovilio.-
Trasalì,
alzò gli occhi e guardò la stanza girando la testa da un lato e
dall’altro, ma non c’era nessuno, forse veniva da fuori, ma da
fuori non era possibile sentirla così nitida e poi, con la porta
chiusa. -Chi è? Avanti!- Disse a voce alta, ma niente, la porta non
si aprì, fuori non c'era nessuno.
-
Sono qui Odovilio, non preoccuparti, sono io che ti parlo , tu non mi
vedi ma sono qui, accanto a te.-
Odovilio
si alzò di scatto, fece un giro su se stesso preso dallo spavento,
ficcò gli occhi in tutti gli angoli della stanza mentre la girava in
lungo e in largo, toccando e spostando tutto quello che poteva.
–Chi
è? Chi c’è qui?- Ripeté spaventato, ma come poteva vedere con i
suoi occhi, la stanza era vuota.
-Oddio,
sta a vedere che a forza di stare in mezzo ai numeri adesso li sto
dando io, pensò.– Ma la stessa voce ritornò e parlava lenta e
calma ed era una voce calda, armoniosa e anche tranquillizzate.
-No
Odovilio, non stai impazzendo, sono proprio io, non mi puoi vedere,
ma puoi sentire la mia voce.-
Odovilio
sentì che, stranamente nonostante la incredibile situazione che
stava vivendo, la sua agitazione e la sua paura stavano scemando e
man mano che la voce parlava, era tranquillo, nonostante quello
strano fenomeno irreale che gli sembrava un sogno.
-Ma
tu, chi sei? Che cosa sei? Cosa vuoi da me?-
-Sono
la tua Anima, o il tuo Angelo custode, o il tuo Dava, il Mani, il
Surkal, il Malak, il Dynameis, il Mediatore Celeste, insomma,
chiamami come meglio credi, perché io sono l’entità trascendente
che è sempre stata accanto a te, dal momento che sei venuto alla
vita.-
-Ma
. . . perché solo adesso ti manifesti?-
-Perché
a volte capita che, per alcune persone, e in via eccezionale, ci si
possa manifestare e questa è un'eccezione, io sono qui, ora, per
premiarti.-
Odovilio
sgranava gli occhi cercando di capire da dove proveniva la voce,
voleva vederlo non era ancora del tutto convinto che una voce se
andasse in giro da sola, senza la persona che la emetteva, doveva pur
esserci chi o cosa parlava, ma quella sembrava arrivare da ogni
direzione, lo avvolgeva e lo incantava.
-Ma
perché? Cosa ho mai fatto per trovarmi in questa situazione?-
-Vedi
Odovilio, nella tua vita tu sei sempre stato un uomo buono, hai
dispensato amore e felicità a chiunque, hai sempre aiutato il tuo
prossimo ma, nonostante ciò, non hai mai ricevuto in cambio ciò che
meritavi, mai un riconoscimento adeguato, perciò e in via del tutto
eccezionale è stato disposto, “Colà, dove si puote ciò che si
vuole“, come dite voi umani, che ti venga destinato un meritato
premio.-
Odovilio
faticava credere a quelle parole, faticava a credere di essere
sveglio, si sentiva come ubriaco. Proprio lui che era astemio!
-Ma
perché questo? Ma perché a me? E poi, che premio dovrei ricevere?-
-Te
l’ho detto Odovilio, perché tu un premio lo meriti e avrai il
premio che tu deciderai. Potrai chiedere qualsiasi cosa desideri, di
qualsiasi natura e senza alcun limite, decidi tu cosa vuoi.-
-Decidere
cosa voglio? Cosi su due piedi, non è mica facile.- Odovilio tacque
un momento si grattò la testa, chiuse un occhio, e lentamente
riprese -Ma posso proprio chiedere tutto? Ma proprio, proprio tutto?-
-Senza
limiti Odovilio, tutto quanto, ricchezza, potere, fascino, talento,
intelligenza, tutto quanto puoi immaginare, l’avrai, ma ad una
condizione.–
Odovilio
di nuovo si grattò la testa e chiuse un occhio, e lentamente
riprese. -E quale sarebbe la condizione?-
-Alla
condizione che tutto ciò che verrà concesso a te, verrà dato,
immediatamente e in uguale misura, al tuo collega.-
-Ha!-
Esclamò Odovilio spalancando gli occhi. -La stessa cosa che ti
chiederò io verrà data anche a Valghiero? al ragionier Valghiero
Monagotti, è cosi?-
-Esattamente
così, quello che avrai tu, lo avrà anche lui. -Sentenziò
solennemente la voce.
Odovilio
abbassò gli occhi e divenne cupo e pensieroso. Pensava a cosa
chiedere e intanto nella sua mente si accalcavano, in rapida
successione, immagini di momenti della sua vita, delle gioie e dei
dolori, delle soddisfazioni e delle delusioni e di tutti coloro che
aveva visto e conosciuto e intanto cercava di capire, di confrontare
e di scegliere. Tutto ruotava vorticosamente, cosa poteva essere
tanto importante, per lui, da soddisfare le aspettative di una vita
intera, da bilanciare, da compensare, da ripagare quanto sacrificato
in quell'intera esistenza. Odovilio si gratto la testa e chiuse un
occhi, poi improvvisamente alzò la testa, spalancò gli occhi e un
sorriso strano, quasi una smorfia, gli si disegno sul viso.
-Ha!
Adesso lo so! Allora, alloraaaaaa. . .-
-Allora?
Cosa hai deciso mio buon Odovilio?-
-Allora,
cavami un occhio!-